venerdì 26 agosto 2016

Per un Pil...

Il presidente grillino della commissione attacca il giornalista di Porta a Porta: "Vergogna dire che i morti producono Pil. E' inadatto alla tv pubblica". Sotto accusa alcune frasi dette in trasmissione con il ministro Delrio...
"...Affermare che il terremoto produce economia è a dir poco criminale". Roberto Fico, presidente della commissione di Vigilanza Rai

Si possono accusare Vespa e Del Rio di inopportuno realismo televisivo (fatta salva l'antipatia personale, che però non dovrebbe offuscare il giudizio di un Ministro), non certo di essere "criminali". 
Nell'elenco qui sotto Robert Kennedy non cita i terremoti, "solo" le testate nucleari (cit. da Wikipedia). Ma c'é tempo per tutto, e di questi tempi meglio non escludere niente...   
«Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell'indice Dow Jones né i successi del Paese sulla base del Prodotto Interno Lordo. Il PIL comprende l'inquinamento dell'aria, la pubblicità delle sigarette, le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine del fine settimana... Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari. Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro istruzione e della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia e la solidità dei valori familiari. Non tiene conto della giustizia dei nostri tribunali, né dell'equità dei rapporti fra noi. Non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio né la nostra saggezza né la nostra conoscenza né la nostra compassione. Misura tutto, eccetto ciò che rende la vita degna di essere vissuta » (Robert Kennedy - Discorso tenuto il 18 marzo 1968 alla Kansas University)
In attesa che il Ministro 5S si attivi per far cambiare il sistema di misurazione internazionale per far adottare, come in Butan, il Fil (Felicità Interna Lorda) per misurare il benessere di un paese, ecco un ripassino su cosa misura il Pil:
Il PIL tratta tutte le transazioni come positive, cosicché entrano a farne parte, ad esempio, i danni provocati dai crimini (riciclaggio di denaro), dall'inquinamento, dalle catastrofi naturali, i costi ospedalieri per diagnosi e trattamento di patologie non legate all'invecchiamento e altrimenti evitabili. In questo modo il PIL non fa distinzione tra le attività che contribuiscono al benessere e quelle che lo diminuiscono: persino morire, con i servizi connessi ai funerali, fa crescere il PIL.

Senza pudore

mercoledì 24 agosto 2016

Avvoltoi al lavoro

In primo piano, schierati e all'opera, gli avvoltoi pronti a nutrirsi voracemente delle tragedie altrui.
Eh, ma è l'informazione che ce lo chiede...
Anch'io, sì (screenshot dalla diretta di Pandora.tv)

lunedì 22 agosto 2016

Burocrazia o fai da te?

"Profughi, l’ufficio d’igiene è chiuso, il pronto soccorso li respinge. Il primo stop all’assistenza è la burocrazia.

A leggere il titolo del pezzo pubblicato sul FQ online viene il riflesso automatico dell'auto flagellazione all'italiana: ai profughi, "respinti" al pronto soccorso, si nega l'assistenza per questioni di "burocrazia"!!! 
Insomma, siamo un popolo di incivili che non sa fare eccezioni nemmeno di fronte al profugo stravolto dal lungo tragico viaggio e bisognoso di cure mediche urgenti.
Poi leggo:
1. che il gruppo di 10 profughi sbarca a Catania l'8 agosto proveniente da Somalia, Etiopia e Comore (paesi in guerra? sì e no: sono 25 i paesi africani in guerra: li accogliamo tutti noi?)
2. che "la Croce Rossa al momento dello sbarco, dopo aver fatto controlli di massa, scrive nel foglio di consegna che “non presentano sintomi riconducibili a malattie infettive” ma prescrive di procedere comunque alla “sorveglianza sindromica
3. che il 9 agosto i 10 sono già a Milano dove la Prefettura li affida per l'accoglienza a una cooperativa (certo sono stati molto veloci alla Croce Rossa di Catania con le procedure previste per l'identificazione: le fanno a spanne?)
4. presi in affidamento dalla cooperativa, lavati, vestiti, nutriti, gli operatori si accorgono che:
"Avevano occhi arrossati, fastidio oculare, rash cutaneo pruriginoso, diffuso a mani e tronco, calazio, ascesso da infezione sugli arti e così sentiamo il parere del medico del centro che sconsiglia assolutamente di portarli nella struttura per non mettere a rischio gli ospiti e gli operatori ma di portarli al primo Pronto pronto soccorso, dato l’Ufficio d’igiene preposto agli accertamenti necessari era chiuso”
Tralascio altri dettagli medici già spiegati dal medico intervistato. 
La vera notizia, che pare non turbare né l'operatore del centro accoglienza né chi scrive il pezzo, è che rimandati i 10 al Servizio di Igiene Pubblica aperto il giorno dopo, la mattina successiva di 10 ne sono spariti 8: puff! Volatilizzati. Non se ne sa più niente e non ci si dilunga sul dettaglio.
Lasciamo perdere la gestione dell'emergenza sanitaria, ché già il fatto che partano da Catania con un "non presentano sintomi riconducibili a malattie infettive" (non si sa come accertate, vista la velocità con cui vengono trasferiti a Milano) la dice lunga sugli accertamenti di massa
E lasciamo perdere pure quel portarli al Pronto Soccorso a piedi, se si pensava davvero che fossero in "emergenza sanitaria" (per evitare contatti con altra gente in autobus? E se ti scappavano lungo la strada, come li inseguivi? A piedi? E se erano malati da emergenza, li fai camminare sotto il sole, magari con la febbre alta?). 
Tralasciamo pure il fatto di non saper gestire l'accoglienza di 10 persone per una notte (si presentano al Pronto Soccorso alle 19 circa): non hai una stanza dove sistemarli provvisoriamente separati (per evitare eventuali contaminazioni), così da portarli il mattino seguente là dove dovresti sapere essere l'unica struttura autorizzata per questo tipo di accertamenti sanitari?

Va be', lasciamo perdere tutta la storia, tranne un dettaglio che mi pare allarmante: se erano a rischio di essere portatori di qualche patologia contagiosa (Scabbia, Tbc, ecc), come la mettiamo ora con il fatto che li avevi in affidamento e a distanza di nemmeno 24 ore "...quando l'ufficio d'igiene riapre, sono già spariti"?
Qualche responsabilità per queste fughe ce l'avrai o no? Se ti affidano 10 persone e già la mattina dopo te ne ritrovi 2, com'è che tiri su la storia del Pronto Soccorso che, cattivone, ti respinge i profughi, ma nulla hai da dire sul fatto che sono scappati? Magari con Tbc o scabbia, così forse ora tenti di scaricare il problema sul Pronto Soccorso, quasi a te non competesse nessuna responsabilità per il fatto che erano affidati alla tua custodia e non sai più dove sono?

Ogni tanto si pubblicano dati sul numero dei migranti di cui non si sa più nulla: + di 100mila, nel 2015
Paghiamo fior di quattrini per l'accoglienza dei migranti/profughi/immigrati/richiedenti asilo a cooperative così, che non sono in grado di vigilare su 10 persone senza perdersene 8.
Nessuno di quelli che sostengono l'accoglienza senza se e senza ma (ma che rendono più della droga), ha niente da dire?
Solo sui cattivoni che al Pronto Soccorso rispettano le procedure e rimandano i migranti dove devono andare, cioè al Servizio di Igiene Pubblica aperto il mattino dopo?

Siamo un paese meraviglioso: capaci di far santini con le foto posticce di bambini bambolotto (di tutti i milioni di altri che muoiono nel mondo non abbiamo foto) e di poveri "profughi" cui neghiamo un'assistenza medica che a loro non pare interessare così tanto (ma a noi invece sì).
Poi, per finirla con la confusione dei migranti, profughi, immigrati, richiedenti asilo e chi più ne ha più ne metta: questi sono clandestini (in fuga), visto che nelle poche ore di permanenza a Catania non hanno certo nemmeno iniziato le procedure previste per la richesta di asilo.
Ora saranno come minimo a Como, fra quelli che scrivono lettere per insegnarci il loro diritto ad andare in Svizzera.

Avanti così e fra un po' inizieranno a mazziarci e a prenderci a pedate. 
Non chiedetevi mai perché, chiedetevi solo quando.
Il chi lo sapete: è l'accoglienza fai da te.
Nel senso letterale del termine e rivolto a chi arriva, non certo a chi accoglie, che come fare a tirar su due palanche sul clandestino lo sa benissimo.

mercoledì 17 agosto 2016

Costumi estivi

La signora della foto è Annette Kellerman. 
Campionessa di nuoto dei suoi tempi (tentò più volte la traversata della Manica), sua fu l'idea del primo costume intero, quello che vedete, per poter meglio nuotare. All'epoca, 1907, la genialata le costò una denuncia per "indecenza" che la portò quasi in carcere.

Fino ad allora infatti, al mare si andava con abiti lunghi fino alle caviglie, con maniche fino ai polsi, mani protette da guanti e ombrellino parasole. A nessuna donna di fine ottocento sarebbe mai venuto in mente di andare al mare per la tintarella: la pelle scura era considerata roba da miserabili, da povera gente costretta a lavorare sotto il sole per guadagnarsi da vivere.
Una vera signora proteggeva la propria pelle con velette, ombrellini, guanti e abiti accollati, così da mantenerla di un apprezzatissimo bianco latte; e al mare, tutti, ci si andava per fare talasso-terapia, cioè per respirare l'aria di mare e, al più (ma solo se convenientemente nascosti da opportuni tendoni), a fare le allora modernissime sabbiature. Niente bagno: ci si immergeva fino alle caviglie se donne, e a nuotare andavano solo i maschi, a scopo salute ed esibizione di virilità.
Ecco le vere sciùre al mare a fine '800.
Ed ecco invece come le donne più audaci osavano entrare in acqua negli anni '20/30 del secolo scorso: Braccia e polpacci scoperti, già uno scandalo.
La polemica scatenata dal divieto di burkini in alcune spiagge della Costa Azzurra (divieto che pare abbia scatenato mega risse in Corsica), credo non abbia nulla a che vedere con l’ingresso alle spiagge comunali in "...una tenuta corretta, rispettosa dei buoni costumi".
Come pretende il sindaco che per primo ha emesso l'ordinanza.

Questo perché, a dettare legge sugli usi e costumi corretti, è da sempre l'élite; il popolame segue a distanza, imitando l'élite e implicitamente accettando l'indottrinamento ai valori che l'élite conia e diffonde con la trappola della moda. 

Se ancora negli anni '20/'30 ad andare al mare (a fare talasso-terapia, come si diceva), era solo la classe agiata, ovviamente contornata da stuoli di servi e camerieri, oggi che al mare ci vanno tutti le élites si riservano zone per uso esclusivo con il mezzo più efficace: i costi esclusivi.
E se pensate che all'epoca era il riccume a stabilire come ci si vestiva "adeguatamente" nei luoghi di villeggiatura per una questione di segni di appartenenza ai circoli che contavano, oggi è esattamente ancora così: è sempre il riccume dei "nostri costumi civili e occidentali da difendere", a stabilire come ci si debba addobbare per fare un bagno e quali spiagge si possano frequentare in burkini (va bene solo nelle spiagge esotiche, dove si va per pochi giorni e già fa un po' schifo ma pazienza).

Il burkini in Costa Azzurra non viene vietato perché sconcio né perché "anti-igienico" (una delle tante scemenze lette sul caso in questione), ma perché l'islamica burkinata che ha osato avventurarsi su spiagge frequentate da chi detta legge sulle "tenute corrette" e sui "buoni costumi" ha sconfinato su due fronti: quello della moda, che oggi in occidente impone il bikini e non più l'abito alla caviglia; e quello territoriale, andando a fare i bagni in Costa Azzurra anziché in Costa Brava o a Sestri Levante, spiagge per marmaglia che si può mescolare senza danno d'immagine.
Non di questione di libertà della donna o di questione di religione si tratta, come impazzano i commentatori d'oltralpe, ma di questione di addomesticamento culturale:il riccume non si distingue dal poverume se non per i feticci di cui si adorna e per i luoghi dei quali decreta il valore recintandoli intorno a sé, per sé. 

Da sempre il riccume fa dell'abito il simbolo che indica in modo chiaro al resto del mondo quali sono i valori correnti a cui ogni altro è fatto obbligo di attenersi per dirsi "corretto".
La moda non è mai stata priva di conseguenze, né sul piano morale né su quello sociale.

Per fare un esempio, intorno alla metà dell' '800 la moda imponeva che gli abiti delle donne rispecchiassero i valori allora ritenuti "adeguati" al loro ruolo nella società.
Essendo la donna allora considerata "l'angelo del focolare", nel senso che la casa era il suo regno e il suo carcere a vita, gli abiti che indossava dovevano trasmettere un'idea   di pace domestica, di ineccepibile moralità, di vita vissuta in funzione della futura salvezza spirituale sua e della famiglia, di prudenza nel comportamento e dallo sguardo dolce e timido. 
L'abito era quindi chiuso attorno al collo, aveva maniche lunghe e spalle cadenti mentre le linee del corpo, strette in vita fino a far mancare il respiro se fanciulle da marito, diventavano tondeggianti a indicare l'avvenuta maternità. Tutto simboleggiava i valori femminili imperanti quali fragilità, dolcezza e arrendevolezza della donna, idealmente destinata a essere madre, sposa e decoro della casa. 
Non dissimili dai valori cui si ispira oggi l'islamica in burkini che osa bagnarsi, accollata e coperta come nell'ottocento, nelle stesse acque della riccastra di nuovo conio.
La quale oggi detta la moda dell'aspetto volitivo e affamato stile Birkenau, esibisce una pelle biscottata e raggrinzita da lunghe ore sul lettino e in barca (o, dipende dall'età, difana e magra al limite della trasparenza), bocca, tette e vagina rifatte per rimpolpare ciò che la fame atavica assottiglia, veste abiti scollacciati e al mare, quando lo indossa, veste bikini invisibili. 
Il modello che ne risulta è un mix fra campo di concentramento e postribolo al tempo della guerra: il riccastro oggi fa la fame per moda e si sveste per dichiararsi libero di dettare le sue leggi su come ci si veste per dirsi "corretti".
E tutti sono invitati a imitarlo, compresa la burkinata islamica fine ottocento.

Capalbio è una buona metafora di come un luogo e una classe sociale siano più di se stessi grazie ai valori che impongono.
Dice Chicco Testa, intervistato da Il Corriere: "...capisco chi, a Capalbio, esprime perplessità nell’accogliere gente che magari sta a soggiornare senza riuscire a fare niente".
E' solo la vecchia regola del padrone e del servo; e non è questione di chi ha i soldi e chi no, è soprattutto questione di segnare distanze fisiche, sociali e "culturali" fra chi comanda (vuoi per denaro, vuoi per appartenenza politica), e chi esegue.
I profughi a Capalbio vanno bene purché lavorino. Chicco Testa a Capalbio ci passa le vacanze ed è infastidito dal fatto che gli giri intorno gente che non fa niente, proprio come lui, però grazie a lui (alle politiche del suo partito).
Il servo d'importazione deve servire e restare invisibile. Alla tavola ci può arrivare solo se adeguatamente vestito da cameriere o sparire nelle cucine come sguattero.

Quelli che nel secolo scorso andavano al mare vestiti in lungo, con guanti e ombrellino, erano parimenti attorniati da personale di servizio, spesso di colore, sempre in lungo, che per ovvie ragioni pratiche non portavano il parasole ma indossavano guanti per servire in tavola: erano "inferiori", dopotutto, e se si abbronzavano il viso, tanto meglio: diveniva evidente a colpo d'occhio a quale classe appartenevano; ma le mani rozze rovinate dal bucato o dai campi, dovevano scomparire dentro ai guanti quando servivano in tavola, ché ti passa l'appetito al pensiero che per sbaglio quelle dita tocchino il cibo che loro hanno coltivato e tu mangi.

Nessuno, né in Costa Azzurra né a Capalbio, avrebbe nulla oggi da ridire se a immergersi, vestite di tutto punto, fossero le mogli dei politici che lì soggiornano: farebbero anzi tendenza e, visto il doppiopesismo imperante, sarebbero molto politically correct

Né avrebbero nulla da ridire in Costa Azzurra se a fare il bagno in burkini fossero le numerose mogli di qualche sceicco arabo, ché i villeggianti le troverebbero forse perfino esotiche ed affascinanti, nei loro burkini vedo/non vedo alla moda i quali, una volta bagnati, le fasciano modellando il sensualissimo corpo senza mai scoprirlo.
Non è detto anzi che di qui a non molto, pur di segnare sempre e ancora la differenza di classe valendosi dei simboli feticcio della moda, le sciùre de Capalbio o quelle della Costa Azzurra non si inventino, man mano che l'islamica migrante si libererà dai sottanoni dell' '800 per adottare costumi da mare occidentali seminudi, di lanciare la moda di entrare loro in acqua in modaiolissimi burkini firmati, così da segnare sempre quel punto in più che serve per dire chi comanda in base al costume più alla moda che indossa.
Come nell'ottocento, il problema burkini può essere poi facilmente risolto stabilendo zone di mare solo per le islamiche : sembrerà a tutti il riconoscimento di un diritto e nessuno vi vedrebbe invece la riedizione della vecchia distinzione fra i bagni dove si immerge la padrona e quelli dove si può (per gentile concessione), immergere la serva.
Ma solo nelle ore in cui non è di servizio, ché il diritto a non fare un cazzo in costume da bagno eppur a dettar legge, si acquisisce ereditando un capitale o sposandone uno.


 

P.S.
La più bella è l'ultima: "...anche il primo ministro Manuel Valls si schiera contro l’uso dell’indumento, definito “incompatibile con i valori della Francia. Il burkini, dice Valls, non è un costume da bagno ma “l’espressione di un’ideologia basata sull’asservimento della donna”.
Vero. 
I "valori della Francia", per quanto riguarda mare e tintarella, li rivoluzionò Coco Chanel, francese, nata povera e diventata ricca vestendo i ricchi, nel 1920.
Fu lei a decretare che l'abbronzatura non era più un tabù e che propose per prima i costumi da bagno aderenti, più sfiancati e corti, con una sorta di gonnellina a metà coscia, smanicati e leggermente scollati sia davanti che sul dorso. Le prime a indossarli, manco farlo apposta, furono le sciùre francesi che se li potevano permettere.
Intanto, dal 1946 e fino al 1958, gli Stati Uniti continuarono a fare esperimenti di detonazioni di bombe nucleari sulle Isole Marshall, dove si trova l'atollo Bikini. 
Da lì in poi, al mare ci si va in bikini. Made U.S.A. 
Ma essendo la France di De Gaulle tramontata e la Francia rientrata nella Nato, grazie a Sarkozy, oggi Manuel Valls può ben dire che non il burkini rappresenta i valori della Francia, ma il bikini. 
I "valori della Francia" di oggi, sono Made (by bombs) in Usa.
Statunitense!