mercoledì 13 dicembre 2017

L'inutilità e la gratuità

"Una volta mi è venuta l'idea che se si volesse annientare, schiacciare, castigare un uomo in modo così implacabile da far tremare in anticipo dalla paura il peggior bandito, basterebbe dare al suo lavoro un carattere di perfetta assurdità, di inutilità assoluta" (Memorie del sottosuolo).
Quasi tutto ciò che faccio per guadagnarmi da vivere è contrassegnato da questa inutilità, giacché tutto ciò che non mi interessa in modo assoluto mi appare di una gratuità che rasenta il supplizio." -

E. Cioran - Quaderni - 24 febbraio 1958
 
Chissà che ne direbbero i due (Dostoevskij e Cioran) della gratuità che rasenta il supplizio degli attuali lavori di perfetta assurdità, dell' inutilità assoluta di molti lavoretti della gig economy: pedali come un matto, ad esempio, per consegnare cibo a cialtroni che faticano a staccarsi dall'indigestione di serie tv per andarsi a mangiare una pizza. 
Pizza che comunque, fino alla tragedia dell'invenzione delle app che fatturano milioni facendo pedalare gente alla fame per 5€/h lordi, quando va bene, venivano comunque consegnate a domicilio da ragazzi retribuiti meglio dalle pizzerie vicino casa.

Il lavoro inutile che serve solo ad annientare, schiacciare, castigare un uomo in modo così implacabile da far tremare in anticipo dalla paura il peggior bandito.

Infatti, i banditi (quasi sempre impuniti) proliferano ovunque, in ogni città o paesello italiano dove ormai svaligiano case setacciandole per quartiere e/o spaccano vetri alle auto in sosta sottocasa di notte per rubare cruscotti e accessori costati stipendi per rivenderli in paesi dove al costo di un cruscotto italiano ci campa una famiglia.

Vien da pensare che più che pedalare, oggi converrebbe rubare: si fanno più soldi correndo meno rischi e sostenendo meno spese per la manutenzione della bicicletta.

P.S. La considerazione a chiusura è: rubare è ancora un lavoro riconosciuto come tale perfino dai tribunali, che infatti liquidano risarcimenti adeguati all'aspettativa di vita del ladro sparato dalla vittima dei furti. 
Quindi è lavoro utile.
Pedalare invece no, non è considerato un lavoro nemmeno dai tribunali, solo una sorta di passatempo per ragazzini in età scolare da fare a ore perse e che potrebbe fruttare un paio di euro e forse nemmeno quelli. 
Pedalare è un lavoro di una tale perfetta assurdità che farebbe impazzire qualunque bandito.
Che avendo voglia di lavorare sul serio, ruba. E fa qualcosa che da l'avvio una catena produttiva che va dal ricomprare ciò che ti rubano (e son soldi che girano), ai carabinieri che raccolgono inutili denunce di furti, ai ricettatori che si industriano a smerciare ad altri che a loro volta trafficano sulla merce rubata, ai carcerieri, ai giudici, agli avvocati, alle segretarie degli avvocati, alle cartolerie, alle rivendite di bolli per atti giudiziari, ecc ecc fino all'immancabile catering che fornisce pasti su misura per carcerati di ogni razza, etnia, credo religioso.
Rubare fa bene a molti, pedalare solo ai gestori delle app di cibo a domicilio in bicicletta.
Pedalare meno, rubare di più, per risolvere la crisi occupazionale giovanile.
Ecco.

giovedì 30 novembre 2017

"Aiutiamoli a casa loro"

Mi fa davvero piacere leggere che la Melegatti ha ripreso a sfornare il Pandoro con la scatola blu.
Felice perché a differenza dall'altra grande azienda veronese sfornatrice di pandori, Melegatti è l'azienda che il Pandoro l'ha inventato ed è ancora oggi un'azienda di proprietà tutta italiana.

Dopo la chiusura dallo scorso agosto, per le serie difficoltà finanziarie che non consentivano nemmeno il pagamento degli stipendi arretrati agli operai, la notizia della ripresa di produzione mi ha fatto ironicamente pensare alla frasetta del titolo.
Insomma, un "Aiutiamoli a casa loro", il mio, inteso come un invito ad aiutare gli operai veronesi della Melegatti portando a casa nostra i loro pandori così che per le feste loro portino a casa loro un po' di serenità dopo mesi in cui ogni speranza di ripresa dell'attività sembrava persa.

Poi, in linea di massima, sarei comunque dell'idea che, proprio perché siamo un paese ormai in miseria, un tantino di autarchia non ci farebbe così male come #ilmercato vorrebbe farci credere.
Orto sotto casa, vestiti fatti o rimessi a nuovo dalla sarta, pane solo al panificio in piazza e scarpe risuolate dal ciabattino all'angolo significa far lavorare italiani in difficoltà anziché ingrassare catene di taccorapido e sartorierapidecinesi che sì, costano poco ma valgono poco e ci impoveriscono sempre di più.
Mangiare meno, mangiare sano, mangiare semplice costa poco (testato e garantito).
E se una volta l'anno, portiamo in tavola solo i dolci tradizionali prodotti dalle aziende la cui proprietà è davvero interamente italiana, avremo quel piccolo piacere di snobbare quei prodotti a marchio italiano che sono ormai invece a capitale straniero variabile.

Si fottano i globalisti, i terzomondialisti, i cooperativisti che di cooperativo hanno solo il nome rubato e usato impropriamente, si fottano pure gli europeisti a stelline sul blu che a ogni rimedio trovato per salvarci ci stringono un po' di più il cappio al collo.

Prima che vi vengano idee strane, non percepisco un cents per dire ciò che penso di un Pandoro Melegatti che sta da sempre sulla mia tavola di Natale.
Come sa chi di qua passa da un po', questo blog se ne frega degli sponsor, degli adv, dei click e anche del numero dei followers che si defollowano o mi defollowano perché non gli metto i like o le faccine degli smile. 
E' un blog adulto per adulti, non un blog figo né adatto a gente che ama vivere in un paese da cartoni animati nel quale basta insegnare ai bambini a mettere una sciarpa legata all'albero per insegnar loro come si aiutano i poveri a non morire di freddo.
Poi, se di freddo i poveri barboni crepano comunque perché la sciarpa non gli arriva a coprire la pancia non si vedranno nel cartone animato dei bambini tutti felici di legar sciarpe agli alberi e degli adulti che si sentono tutti buoni insegnando ai bambini a fare cose da cretini convincendoli con questo di essere generosi per il riciclo di sciarpe usate e quindi, per questo, pure green e intelligenti.



giovedì 16 novembre 2017

News da una binge reader

Qualche giorno fa Marilù scriveva (circa) in un commento in coda all'ultimo post:"...Sono preoccupata, va tutto bene? E' da un mese che non posti più nulla...".
 

Una specie di sveglia ha iniziato a trillarmi nelle orecchie mentre, fino a lì, nonostante già qualcun altro mi avesse fatto più volte la stessa domanda, non avevo ancora davvero realizzato che, niente, da pubblicare sul blog non mi veniva che qualche vaga idea destinata a rimanere allo stato di bozza.

Così ho iniziato a chiedermi che diavolo mi stia succedendo, perché negli ultimi tempi sbirci la rete in modo molto distratto e peschi le poche notizie da Twitter, così da farne una rapida indigestione e passare subito ad altro.

Cosa?

Ora, non so che tipo di lettori siano i pochi followers che arrivano a leggere questo blog, ma una cosa di me come lettrice l'ho capita: temo di essere più una binge reader, cioè una lettrice affamata (be angry, be foolish?), che una produttrice di post convinta.

In quest'ultimo mese, ad esempio, sono stata così immersa nella lettura da nemmeno rendermi conto se fuori fosse ancora giorno o già notte. 

Negli ultimi 10 giorni poi, uno via l'altro e senza pause, ho letto 5 libri e almeno 1.800 pagine, credo, levandomi dal divano solo per organizzarmi un caffè, un pasto iperveloce, stendere la biancheria dalla lavatrice, poco altro. 
Milleottocento pagine circa, alcune delle quali a caratteri microscopici come se ne trovano ormai solo nei vecchi libri che si trovano usati alle bancarelle.
Vero è che quando leggo non conosco parenti, come si dice: rispondo controvoglia a pochissime telefonate, evito di lasciarmi travolgere dalle poche notizie in rete e, se non per qualche compulsivo tweet che placa in poche battute la mia attività sui social, l'unica mia attività è quella del voltar pagina.

Non so se anche ad altri succeda, ma per me leggere è per lo più leggere compulsivamente, senza freni inibitori, senza troppe pause, senza distrazioni. A volte leggo per ore, mettendomi in pausa solo quando crollo dal sonno o quando, purtroppo, mi squilla una telefonata cui non posso evitare di rispondere.

Non sempre, ovvio, non con tutte le letture è così; spesso, anzi, fra un libro impegnativo e l'altro, mi rilasso con la lettura di qualche romanzo più leggero, ma sempre restando sul pezzo.
E negli ultimi 4/5 anni, il mio pezzo sono letture prodotte o ambientate fra fine '800 e inizio '900 del secolo scorso.
Se poi l'autore o il libro parlano dell'est europeo, dell'Asia Centrale o Centro Occidentale, sparisco da questo mondo per catapultarmi in quello a cavallo del secolo scorso immaginandomi per giorni di vivere in quell'area come se quella fosse l'unica casa che riconosco come mia casa ideale.

Il perché da qualche tempo mi sia presa questa patologia da Novecento credo di iniziare a capirlo solo ora: che si tratti di un libro di storia, di una autobiografia, di un saggio o di un romanzo, ogni autore che parla o è vissuto in quel periodo, aggiunge di volta in volta dettagli e tasselli che mi dicono meglio di ogni pezzo attuale cosa sta (forse) succedendo nella stessa area geografica oggi.
Mi pare cioè di poter comprendere il mio mondo solo immergendomi in quel mondo di ieri* che più lo frequento più mi si rivela decisivo (il libro di Zweig citato, Il mondo di ieri, è stata una delle letture più appassionanti in tal senso degli ultimi anni).

Ma non solo Zweig.
Decisivi sono stati sicuramente i libri di Hopkirk, e su tutti Il Grande Gioco, dal quale forse la patologia è per me iniziata; ma altrettanto appassionanti sono stati poi Andrić (Il Ponte sulla Drina, Cronaca di Travnik, ecc), Montenegro di Tomašević, Abbiamo quaranta fucili compagno colonnello di Sándor Kopácsi (sui giorni della rivolta d'Ungheria del '56) e l'immenso (in ogni senso), I Fantasmi di Mosca (Hotel Lux e La confessione di Sveto) di Enzo Bettiza.
Ecco, Bettiza è la mia scoperta novecentesca più recente (anche se l'autore è mancato solo pochi mesi fa, è per me un autore novecentesco a pieno titolo).
Fino all'inizio di quest'anno di lui non avevo mai letto assolutamente niente, poi è stata una Caporetto: da allora, sono a più o meno tutto Bettiza, e tutto a rotta di collo, finito un libro sotto l'altro, come se non ci fosse un domani o avessi quaranta fucili signor Colonnello puntati alla tempia per esaurirne la produzione letteraria e giornalistica in tempi record.
Come molti autori per me "di confine", cioè quegli autori che si son trovati a nascere in un mondo di ieri, quello dove ancora esisteva l'Impero austro-ungarico i quali, poi, nel giro di un batter di ciglia della storia, si son trovati ad essere stranieri nella patria di origine ed eterni esuli in quella di adozione e nel mondo in generale, Bettiza mi si è rivelato una fonte inesauribile di notizie, dettagli e piccole o grandi storie che vagano fra la sua natìa Dalmazia, allora asburgica, e quell'Europa del Primo Dopoguerra che mi pare essere stata crogiuolo e fucina di ogni vecchia e nuova ingiustizia sociale.
Ha poi una conoscenza pressoché enciclopedica sul mondo slavo, e sovietico in particolare, il che mi aiuta a unire i puntini, fin qui ancora un po' sparsi.

In più, ha quella elegante e bella scrittura che riscontro ormai solo negli autori nati o vissuti in quel periodo (o prima), forse perché allora la bella scrittura era importante quanto una buona educazione e il vestire appropriato, cose tutte che oggi non contano quasi più, e invece...Non sono anche queste cose che vanno scomparendo, un segno della civiltà che stiamo asfaltando?.
 

Scrivere, oggi, poi, a forza di scuole di scrittura e redazione di contenuti attrattivi per la lettura sul web, si sta riducendo sempre più a un'essenzialità che sfiora la sterlità. 
La necessità di produrre testi semplici e sintetici, che somigliano sempre più a spot promozionali lunghi, pare ridurre sempre più ciò che viene pubblicato (sul web ma anche su cartaceo), a una razionale esposizione occhieggiante alla psicologia della vendita (del pezzo), togliendo dai testi tutto ciò che nella lettura poi, invece, è ciò che appassiona.
O almeno, è ancora ciò che appassiona la binge reader che è in me: via le descrizioni dettagliate dei personaggi (ché finisci altrimenti per annoiare quanto un classico russo, che infatti io adoro), estremamente dosate le descrizioni degli ambienti (c'é qualcosa di più rilassante e piacevole delle minuziose descrizioni dei salotti proustiani o delle "confessioni" di Sveto in Bettiza?), parchi nel divagare sull'humus sociale in cui il racconto si va a sviluppare (impagabile, sempre in Bettiza nei Fantasmi di Mosca, la descrizione della Vienna e di Monaco negli anni prima della Seconda Guerra Mondiale), l'eccesso di concentrazione sull'obiettivo finale sgrassa via tutto il godibile della lettura.

Ecco, lo vedete? Più leggo e meno m'importa di essere sintetica, di non annoiare chi legge pur sapendo che sul web si hanno sempre tempi contigentati come dovessimo tutti, dopo ogni pezzo, prendere un treno, mentre veniamo invece solamente rimbalzati da una lettura all'altra come utili palline del flipper (altra cosa che non compare più nei libri odierni, il flipper, e che avrebbe invece ancora tutto un suo mondo da descrivere), facendo di noi alla fine solo dei consumatori di notizie e di pagine riproposte da mille altre pagine, ognuna delle quali cerca una propria visibilità e attrattività mentre, ogni giorno di più, tutto mi pare diventare fuffa che ripropone fuffa e della quale non mi resta che una vaga e informe sensazione di confuso nulla.

Con alcune eccellenti pagine, va detto, i cui autori sono delle vere e proprie perle in un mare di pèoci.

Poi c'é questa altra cosa: il web mi risulta sempre più uno spartiacque fra il mondo di ieri* e quello di (forse) domani.
Come se, penso a volte, dopo le Torri Gemelle del 2001, a portarmi oggi qui, avesse contribuito non poco proprio la progressiva invadenza della vita sempre più dematerializzata che, ormai alle battute finali, pare far assumere sempre più al web la funzione di una pompa aspirante il cui scopo è trasferirti armi e bagagli sul cloud, risputandoti lì quale rieducato e adattato ectoplasma perfetto per la vita nel futuro mondo di Papalla.
Da quegli anni a cavallo del secolo scorso che mi appassionano segregandomi sul divano per intere giornate, è come fossi arrivata qui, oggi, senza accorgermi che fra una guerra mondiale e l'altra, fra l'illusione di una libertà di costumi e d'espressione, fra una disintegrazione violenta dell'ex Jugoslavia e quella ancora in itinere nei paesi arabi che si affacciano sul Mediterraneo, non mi fossi mai resa davvero conto che a ogni torre, a ogni confine, a ogni barriera culturale e mentale che veniva abbattuta, io finivo sempre più imbrigliata dentro una rete collosa dove gioco il mio ruolo di bit utile al compimento di un cambiamento di stato nel quale non avrò più alcuna voce né alcuna importanza quale umano, solo come identità virtuale ectoplasmatica soggetta alla legge universale dettata dal Grande Fratello (FB+Big G + ecct?).

Ciò che mi sembrava all'inizio del 2000 una straordinaria apertura di nuove opportunità, un'aggiunta di libertà, una fantastica possibilità di interagire con chiunque nel mondo e un mezzo per poter gratificare la mia sete di letture e notizie si rivela oggi, sempre più, invece, a guardare le cose misurandole da quel lontano inizio secolo scorso, una vera e propria tela di ragno nella quale, una volta catturata come una delle tante mosche che vi sbattono volontariamente contro, non lascia più fuggire nessuno neanche disertandola.
Questo mondo virtuale che doveva aggiungere informazioni e scoperte, è ormai un obbligo sociale e civile, necessario com'é per occuparsi delle molte incombenze quotidiane e sociali, è diventata una grande trappola. 
E quel che doveva essere divertente è ormai una mera produzione di traffico dati che potenzialmente qualcuno un giorno userà, analizzerà, valuterà e spenderà senza riconoscermi nulla.

Era comunque per dire cosa sto combinando mentre sparisco dal blog: collego fili, connetto ragionamenti e tesso anch'io una mia tela di supposizioni sul mondo che verrà e, in alcuni momenti non belli, mi pare di vedere che però sono già, appunto, in un mondo parallelo virtuale operativo e in funzione, nonostante alcuni dettagli ancora in fase di rifinitura nei cantieri periferici dei server o nelle leggi ormai prodotte apposta per regolamentare la vita del web e quindi la mia.

Per ora, a volare via verso l'ultimo libro di Bettiza, Corone e Maschere. 

Poi vi saprò dire.
Forse.
Chissà.
Vedremo.

venerdì 20 ottobre 2017

Fighe de oro

La Presidente della Camera Boldrini sullo stupro di Rimini:
"La mia condanna è ovviamente incondizionata. Ci sono delle indagini in corso ma a prescindere da chi sarà ritenuto colpevole spero che la giustizia comminerà pene adeguate alla gravità del reato. Ogni giorno purtroppo abbiamo notizie di violenze, non faccio dichiarazioni di condanna su ogni singolo episodio. Non è il mio lavoro, di professione non commento gli accadimenti del giorno. Faccio una battaglia contro tutte le violenze, in special modo quelle sulle donne. Qualcuno può dubitare del mio impegno in questo ambito? Se lo fa è sicuramente in malafede e con intento strumentale". Repubblica del 29 agosto 2017

Oggi, alla minaccia di Asia Argento di andarsene dall'Italia per gli sgraditi commenti ricevuti alla notizia della sua denuncia per stupro a Weinstein, Boldrini interviene invitandola a restare perché "siamo con te".
Dimostrando quindi che quanto dichiarato per lo stupro di Rimini, cioè che non commenta gli accadimenti del giorno, valeva solo per la donna stuprata a Rimini.
Quando lo stupro lo subisce invece la star, tra l'altro ben capace di tirare su da sola un vero polverone da Oscar sul suo caso, arrivano quelle pubbliche dichiarazioni di sostegno alla vittima che evidentemente alla polacca stuprata in spiaggia non meritava fare.

Il reato di stupro è sempre un reato grave e odioso, oppure lo è in misura diversa se a subirlo è la star di Hollywood, che pur lo denuncia a distanza di 20 anni, quando ormai dobbiamo fidarci sulla parola pur se è in contrasto con certe sue foto con "l'orco" a veder le quali non risulta particolarmente sofferente?

Qui pare stiamo arrivando agli stupri di serie A e a quelli di serie B.
Nulla di nuovo, sia chiaro.

Il sostegno istituzionale alla stuprata di 20 anni fa va bene, mentre la turista polacca stuprata ieri è sufficiente liquidarla con quell' "affidarsi al corso della giustizia che comminerà pene adeguate"?

E che diavolo!
Ma che razza di solidarietà vuoi tirarmi fuori, se come donna delle Istituzioni non sai prendere campo sempre, ma soprattutto quando a essere stuprata è proprio una donna comune, una senza santi in paradiso e/o amici potenti a sostenerla, e che si ritrova stuprata, in paese straniero, da 4 merde (nere e straniere), ubriache, che la massacrano al punto da mandarla all'ospedale per giorni?

Ma dove eravate voi, Boldrini e Argento, #quellavoltache ci sarebbe stato da dire qualcosa sullo stupro della ragazzina violentata a Trieste, per quella minorenne stuprata a Massarosa, per quello della donna di 80 anni stuprata a Bari o per le tante altre sconosciute stuprate, molestate, picchiate di cui abbiano ormai quotidiana notizia? 
Quelle sono solo notizie di cronaca mentre qui abbiamo il caso di stupro hollywoodiano in mondovisione?

La solidarietà, per chiederla, bisogna saperla distribuire a piene mani e orizzontalmente. Asia per le Istituzioni dovrebbe valere quanto qualunque altra donna e forse un po' meno, visto che ha più armi per difendersi da sola mentre una donna comune non ha che le istituzioni. 
Se ci sono.

Un Presidente della Camera che si scomoda per la star, ma si ripara dietro frasi generiche quando a subire lo stupro è una donna comune, da la strana impressione che qui si tratti più di una solidarietà fra loro, una roba fra fighe de oro (come se dise a Venessia), più che altro.

Nulla che ci riguardi davvero, forse...

martedì 10 ottobre 2017

Traditi e mazziati

Che votare non sia più che una sorta di reality nazional-popolare trova ulteriore conferma nelle odierne dichiarazioni del Governo Puigdemont in Catalogna.
Forse che sia lui che Rajoy non sapevano entrambi che si trattava di una sfida fra loro per testarsi i reciproci muscoli? 
Uno, il secondo, li ha mostrati fin da subito tirando cazzotti direttamente sui votanti. L'altro, appena il giorno dopo un a mio avviso deludente risultato elettorale, dichiarava di voler aprire al dialogo, rendendo così le botte alle vecchine e le dita rotte alle donne buttate giù dalle scale nei seggi, un prezzo accettabile per arrivare al "dialogo".
Che per il Sì abbia votato circa il 90% dei votanti, quando a votare sono andati appena circa il 39% degli aventi diritto, pur tenuto conto delle difficili condizioni oggettive, era di per sé misura del fatto che la maggioranza dei catalani non era per l'indipendenza che il referendum chiedeva. 
Quindi, appena poche ore dopo l'inutile massacro, gli indipendentisti spinti al voto su basi democratiche fragilissime (per me un referendum senza quorum è una bestialità), erano belli che traditi.
Quella di stasera non è che la dichiarazione ufficiale di quel tradimento giocato, come purtroppo sempre più spesso accade, sulla testa di chi crede ancora che l'Unione Europea sia la salvezza e siano possibili cambiamenti democratici grazie al voto.
Ma dove?
Non lo è più in Italia dal Referendum sull'Acqua Bene Comune: votarono il 54% degli aventi diritto, e i Sì vinsero con il 94% dei voti. A urne ancora calde quel risultato fu azzerato nei fatti con una legge che ne vanificava l'esito. Non era gradito all'UE, che sulle privatizzazioni dei servizi pubblici aveva un'agenda diversa, prontamente sposata dai governi che si sono succeduti di lì a un paio di mesi.
Referendum tradito e 1-0 per politiche UE.
Mi astengo da ogni ulteriore valutazione su ciò che è successo dopo di allora, e pure su ciò che sta accadendo in Italia in queste ore: se il voto non ha più importanza, diciamo che per i politici ne ha una strategica: far pagare ai contribuenti dei sondaggi su larga scala che servono solo per misurarsi il pisello fra loro.
In Grecia, il Referendum del luglio 2015 che chiedeva se accettare o no il piano proposto dai creditori internazionali per il rientro del debito (v. Troika), vinse il No con il 61,31% dei voti.
Festa in piazza con Tsipras trionfante e già con il coltello del tradimento nascosto dietro le spalle: andò a trattare quel risultato con Bruxelles e tornò a casa accettando quel piano che i greci avevano respinto alle urne.
Capite com'é la cosa? 
I risultati elettorali o refendari non contano nulla, si va sempre a trattare a Bruxelles pur avendo i numeri per decidere, se si potesse decidere, ed evidentemente non si può: è Bruxelles a dire l'ultima parola, non i cittadini che si illudono che conti votare.
Stessa cosa con il risultato catalano (che comunque per me non era valido, ma così però lo si è voluto far intendere ai catalani che le hanno prese in testa pur di poter dire la loro): Puigdemont dichiara il risultato valido, vanta una maggioranza che non ha in virtù del fatto che aveva dichiarato prima che l'indipendenza sarebbe stata dichiarata anche senza che le urne raggiungessero il quorum, lì non previsto (e a me 'sta cosa pare un filino fascista, o staliniana, se volete), tranne il giorno dopo "aprire al dialogo" con la stessa Madrid che il giorno prima gli ha massacrato la popolazione a manganellate e stasera stessa, prima di fare dichiarazioni, si consulta con Bruxelles (che evidentemente sta dietro le quinte anche quando tace e non da segno di sé).
Poi, e questo la dovrebbe dire tutta sull'ambiguità del governo catalano (ambiguità non dissimile a quella praticata in Italia o in Grecia), di fronte ai suoi cittadini, oggi, dichiara: "...assumo il mandato del popolo perché la Catalogna si converta in Stato indipendente di forma repubblicana", tranne aggiungere che ne sospende l'attuazione per aprire al dialogo con Madrid, la quale ha già chiarito che non c'é dialogo possibile visto che per lei il referendum "non c'é mai stato".

I catalani in piazza stasera, silenziosi davanti ai megaschermi, mi hanno ricordato (purtroppo) i greci del No nel 2015: muti, come si ammutolisce di fronte ai peggiori tradimenti che non ti aspetti.

Visto che siamo in tema Referendum, chiarisco anche che a quello per l'Autonomia del Veneto andrò a votare.
Non perché sono leghista, pur apprezzando il leghista Zaia più di quanto abbia mai apprezzato Galan, ma perché credo che questi referendum vanno ormai vissuti e partecipati non tanto per quel che chiedono e mai ottengono, ma perché lo considero un sondaggio per prendersi anche noi somari le misure da totali impotenti su ogni altro fronte: votare per la maggiore autonomia del Veneto (cui aderisce anche buona parte del Pd, e già questo è sospetto e segno di un tradimento in fase di cova pronto ad azzerarlo comunque vada il giorno dopo), è il solo modo di esprimere pubblicamente un mal di pancia che si fa più acuto ogni giorno che passa.
Mal di pancia che non ha nulla a che fare con nessuno e niente, e ha a che fare con tutto.
A voi non passa mia l'idea che si sia andati talmente oltre ogni possibile malata immaginazione per poter davvero fare/contare ancora qualcosa?
A me sì, sento che la gabbia si sta chiudendo e i pochi pertugi aperti sono comunque presidiati da sentinelle armate e circuiti elettronici.
In piazza non ci si può andare, ché a prendere legnate certe una non ne ha più voglia.
Dire sul blog, su Twitter o nei forum che tutto ormai mi schifa ma tutto è ormai troppo tardi per essere rimediabile "democraticamente" o "politicamente", mi attira ormai solo frasi fatte in max 140 caratteri: "Fascista!", ecc. 
Ovviamente da parte di chi del fascismo non ha ancora capito se non lo slogan né tantomeno ha ancora capito di vivere in un paese in mano a stalinisti autentici, abilmente riverniciati ma similmente perversi e altrettanto feroci nella loro paranoica perversione.

Vado a votare per dirmi che anche sapere quant'é la gente che in Veneto e Lombardia è incazzata e impotente, per null'altro che questo.
Vince Zaia? Ben per lui: è su molte cose, come dicevo, più "compagno" di sinistra di certi marpioni sinistrati veneti che fanno gli antifa nell'week-end ma applicano la legge del lager negli altri cinque giorni della settimana.
Perde Zaia? Non sarebbe un tragedia né per lui né per i veneti, che mussi* sono e mussi restano.
A cosa serve allora?
A trattare con Bruxelles, no? Cioè, a trattare con Roma che tratta con Bruxelles.
Per ottenere cosa?
Forse qualche euro in più per asfaltare le strade del Veneto o per finanziare qualche bretella autostradale in Veneto, nulla di più.
Però, si va e poi si sa quanti sono gli scontenti lombardi e veneti.
Tutto qui.
L'unico modo per non essere traditi è evitare di innamorarsi di qualcuno. O di qualcosa. 
Fare il minimo, e solo per aiutarsi a capire meglio... 

P.S. 
Segnalo questo pezzo su Contropiano che sul tema Catalogna, Referendum e valore del voto in UE, arriva più o meno alle stesse mie conclusioni.

*mussi = asini (ma anche somari) venessìani