mercoledì 20 maggio 2020

Il destino dell'arte

Lo scorso maggio 2019 Venezia cacciava Bansky da Piazza San Marco:



Ieri, a un anno esatto di distanza, uno sconosciuto artista ha esposto la sua opera in Piazza San Marco, con la mascherina, quindi opera rispettosa dei decreti anti-virus:


Oggi leggo che: 
"Sull’accaduto indaga la Polizia Locale. Il sistema di videosorveglianza ha, infatti, ripreso l’arrivo dell’artista. È arrivato da San Zaccaria, con il pene appoggiato su un carretto e ricoperto da un sacchetto di nylon nero".

Insomma, niente: pare che Venezia non sia in grado di riconoscere un'opera d'arte nemmeno se gliela piazzi sotto al naso e gliela regali.

Mi consola ricordare che anche l'orinatoio di Marcel Duchamp fu escluso dalla mostra al Grand Central Palace di New York perché l'esposizione di "quella “cosa” metteva davvero a dura prova le migliori intenzioni “democratiche”.
Posso profetizzare una uguale immensa fortuna al Cazzone con mascherina depositato ieri dallo sconosciuto artista? Profetizzo.

domenica 3 maggio 2020

La moda è una scienza esatta?

Fra le molte distrazioni note (tanti film, tanti video, molto Twitter e qualche lettura), compulso news di moda. 
Non perché abbia qualche speranza di rinnovare il guardaroba, ché a stare in casa ormai basta una collezione di tute vecchie e sformate, ma più per una sorta di tributo nostalgico a quel bel momento dell'anno nel quale, rinnovandosi e facendosi bella la natura, ci scopri(v)amo a sognarci nuovi e belli pure noi, almeno negli abiti da indossare.
Passatempi del tempo che fu...
E mentre me ne sto lì a spulciare pagine di moda capito in una notiziola che mi riporta alla questione che provavo ad evitare spulciando pagine di moda (mi sento il gatto che si mangia la coda per passare il tempo).
Eccola:

Le mascherine diventano trendy. "Saranno il feticcio dei prossimi mesi"

Già me l'ero fatta l'idea, vista la mole di video tutorial che girano sul tubo per la produzione di mascherine fatte in casa, quasi si stesse rinnovando il rito forcaiolo delle tricouteses porta sfiga.
Poi, il fatto che vi sia chi sembra aver già incorporato la mascherina, quasi si trattasse delle mutande senza le quali non si esce nel timore di essere nudi, mi pare indichi la brutta china che si sta scendendo.
E vuoi che l'industria della moda non arraffi al volo il business? 
E' già pronto il trikini per l'estate 2020, per dire:
E passi il giocare con l'imposizione dello straccetto da naso anziché chiedersi (o, figuriamoci, ribellarsi) a che diavolo serva indossarlo al mare: il virus si aggirerà fra le onde? Boh...
Incuriosita dalla ributtante notizia linkata sopra l'ho comunque voluta capire meglio. 
Ed ecco come in pochi minuti mi è andato in fumo un pomeriggio passato a scansare certi pensieri disturbanti:

La mascherina viso Gucci di Billie Eilish è il trend 2020

La notizia sopra è del 30 Gennaio 2020.
Il 26 gennaio 2020, quando il lockdown mondiale con la conseguente moda delle mascherine fai da te non era nemmeno nei nostri incubi da eccesso di fritto la sera, questa cantante si è presentata sul palco a ritirare il suo premio con la mascherina firmata Gucci. 
Il 26 Gennaio 2020.
Il primo contagio a Wuhan è del 11 Gennaio. 
La prima vittima è in Thailandia il 13 Gennaio.
Ma i gegni di Gucci già prima del 26 Gennaio avevano in collezione la preziosa mascherina qui sopra: avevano previsto l'obbligo della mascherina e si sono portati avanti?
L'OMS dichiara l'emergenza globale il 30 Gennaio.
Cos'é che non mi qualquadra?  
Vero che l'industria della moda non segue i caproni ma li crea, ma com'é riuscita ad anticipare qualcosa che solo ora ci raccontano girava già da dicembre (ottobre, novembre, chissà da quando, ché trovarne due che siano d'accordo su 'sto virus è un'impresa)?
Cioè, Gucci si era immaginato che la masque sarebbe stata un feticcio indispensabile per uscire la sera mentre ancora al 26 febbraio, cioè un mese dopo, qualcuno ci rassicurava sostenendo che: "Dal coronavirus si guarisce quasi sempre. Ogni giorno che passa diventa più importante ridimensionare l’allarme..."?
Anziché pagare task force di esperti per sapere come spettinarsi il ciuffo per sembrare affaticato forse il Governo dovrebbe consultare degli esperti di moda: mi sa che ne sanno più loro su cosa ne sarà del virus e del nostro futuro di qualunque viru-immu-psico-batt-pincopallogolo.
Insomma, non sarà che la moda è una scienza predittiva più affidabile de LaScienza esatta che non ne imbrocca una? 

P.S. La Collezione Gucci con le maschere era quella Autunno/Inverno 2019/2020. Cioè è stata presentata nel febbraio 2019 la moda che si sarebbe indossata l'inverno successivo, cioè appunto quello 2019/2020.
Quando si dice avere fiuto per le sfere di cristallo...

mercoledì 29 aprile 2020

Riflessioni a tempo perso

Due cose ci hanno insegnato la scienza e Agatha Christie: 

1. che ogni individuo ha impronte digitali uniche
2. che ogni individuo ha un proprio volto, unico

Fino a ieri, foto a volto scoperto e impronte digitali erano infatti strumenti di individuazione certa dell'assassino, perfino il Dna non è affidabile per il riconoscimento quanto le impronte digitali.

Insomma, identificarsi e lasciarsi identificare era la condizione per la nostra illusoria libera circolazione.
Oggi la maschera non solo è consentita, è obbligatoria.



E lo sono anche i guanti.
Non importa se abbiano senso rispetto allo scopo dichiarato di proteggere e proteggersi dal contagio.
L'obbligo azzera ogni ragionamento. 
Si fa perché si è obbligati a farlo.
Quindi maschera e pinne. 

La minaccia di doverci abituare a questa "nuova normalità", così definita da un Ministro del nulla, qualche riflessione la meriterebbe però, quanto meno per la suggestiva valenza simbolica (e storica) dei due aggeggi.
Qui sotto ne propongo una: ad alcuni schiavi viene (ancora oggi, sì) tappata la bocca in quanto non hanno alcun diritto di parola. 
Lo schiavo ubbidisce, non interloquisce.
E se grugnisce, si multa.



Di uno schiavo servono braccia, gambe e schiena, non le impronte digitali: a chi appartiene si sa, di solito viene infatti marchiato.

Per ora abbiamo l'obbligo di indossare "solo" i guanti; più avanti Gates (Bill) ci promette un chip il quale, monitorandoci per salvarci sostituirà, migliorandole, le nostre obsolete impronte digitali uniche. 


Non ci serviranno più, si saprà perfettamente chi siamo, cosa facciamo, dove andiamo, con chi e pure quando siamo stati l'ultima volta dal barbiere/parrucchiere. 
Il chip andrà però protetto, quindi...abituiamoci ai guanti.

Mi viene in mente che fino ai primi anni del '900 i documenti di identità con foto non esistevano: il passaporto è del 1901 mentre la carta di identità pare sia divenuta obbligatoria nel 1926 al solo scopo di identificare le "persone pericolose". In ogni caso, i documenti con foto erano comunque rari e destinati solo a particolari categorie di persone (militari, soldati, viaggiatori, ecc), almeno fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale.
Antichi.

Ancora un po' e noi non avremo nemmeno più bisogno di esibire le attuali modernissime schede di plastica con foto: scaricata la App e partita l'attivazione del 5G (ci siamo quasi), basteranno dei poliziotti pre-crimine chiusi in stanze tecnologiche per sapere sempre che cosa stiamo per fare, dove stiamo andando e a fare che cosa, con chi e con quali intenzioni. 
E non "in tempo reale", ma prima che lo sappiamo noi stessi. 
La scienza unita alla tecnologia ci rende prevedibili, fine del seccante e trapassato genio italico.

Le nostre facce e le nostre impronte non interesseranno più a nessuno, perciò dovranno essere occultate entrambe, così che ci scordiamo di queste banalità ottocentesche.
Nella nostra prossima "nuova normalità" saremo tutti uguali, tutti anonimamente mascherati e con i polpastrelli chippati e guantati, ma salvi da ogni virus.
Salvati anche da noi stessi, dalle nostre ambasce per il look e la manicure: a noi penserà zio Bill.
Quel Billy The Killer che prima s'é inventato le finestre e ora, grazie a molti servi volontari, vuole chiudere i cancelli.
Chi è dentro è dentro, e chi è fuori starà fuori, condannato all'antico umano destino.

domenica 8 dicembre 2019

The New Tosca

Dell'opera di Puccini si sa tutto, ma giusto per dire di questa edizione:

1. Mario Cavaradossi è un sovversivo che a perditempo fa il pittore di madonne nelle chiese mettendo a queste la faccia di una bellezza locale che fa andare in bestia di gelosia lei, la Tosca, quella che per lui "...ha l'occhio nero" ma lui con "l'arte nel suo mistero le diverse bellezze insiem confonde..."

2. Tosca è belloccia, prosperosa e vestita come un fagotto al punto che in scena deve stare attenta a dove mette i piedi per non inciampare su un'abitello azzurro/rossastro che, qualcuno ha commentato, voleva essere un omaggio alla Callas "che avrebbe apprezzato". Più che cantare, perlopiù strilla con la bocca a uovo, ha recitazione zero virgola, senso della drammaticità del ruolo rasente lo zero tondo

3. il terzo incomodo è Scarpia, una carogna del potere locale dell'epoca che si vuole scopare la prosperosa Tosca, solo che lei non vuole: 'sta pazziata per Mario e niente, non gliela da. Anche lui a voce ci può stare, a recitazione zero. Per dire: mentre sta minacciando Cavaradossi di fargliene di ogni se non gli dice dove ha nascosto l'amico sovversivo ricercato, ci si aspetterebbe che glielo minacciasse in faccia, magari facendogli qualche faccia brutta. Manco per niente: il nostro canta minacce a Cavaradossi guardando in platea o gironzolando per la scena come si stesse limando le unghie. Cantando.

4. visto che lui la vuole, a Scarpia si offre l'occasione di tendere un tranello a Tosca: manda i suoi scagnozzi ad arrestare il Mario (ha nascosto qualcuno nel pozzo di casa sua, ed è tutto quel che ci serve sapere della questione), e lo fa pestare nella stanza accanto a quella dove nel frattempo ha invitato Tosca a cena. Lei sente il Mario lagnarsi e si piega alla bisogna, ma non prima di averci detto che, povera, propria a lei tocca 'sta sorte, lei che...vissi d'arte, vissi d'amore, non feci mai male ad anima viva: cederà, purché Scarpia liberi il suo amore, e sul conto vuole anche un salvacondotto per espatriare con lui

5. Scarpia dice ok, se po' fa', poi però me la dai: chiama gli sgherri che stanno pestando Mario e a cenni si mettono d'accordo fra loro che fucileranno Mario all'alba ma lasciando intendere a lei che la fucilazione sarà solo per finta, così che lei potrà scappare col Mario e vissero tutti felici e contenti

6. e invece no: dato che si tratta di un'opera qualcuno prima della fine deve morire, così si inizia con Scarpia: quando si avvicina a lei per incassare il dovuto, la pia donna che vissi d'arte, vissi d'amore gli pianta più volte un coltello in seno/pancia/cuore, a più riprese, prendendosi qualche pausa cantata fra una pugnalata e l'altra. E' una scena tarantiniana, con lei inondata da schizzi di sangue che le si spalmano su braccia e vesti. Scarpia muore ma lei in quanto pia donna si pente subito: vuole lavarsi dal peccato e si assolve accendendogli le candele rimaste sul tavolo della cena. Poi va ad incontrare Mario prima delle finte fucilate all'alba

7. Mario intanto sta cantando e lucean le stelle, ed olezzava la terra...ricordando i momenti in cui ...le belle forme disciogliea la Tosca dai veli e dispiacendosi di dover morire e non potergliele più disciogliere, ragion per cui l'aria finisce con il noto ...e muoio disperato, e muoio disperato...e non ho amato mai tanto la vitaaa...

8. qui arriva lei grondante il sangue di Scarpia su mani e braccia, e dice a Mario di non starsi a preoccupare, che ha fatto un patto con Scarpia (ma non gli dice che l'ha anche ammazzato, ché fa brutto) e la fucilazione sarà tutta una finta, che basterà che lui finga di cadere al primo colpo di fucile e aspetti che se ne vadano le guardie, poi potrà balzare vivo in piedi e scappare con lei

9. arrivano le guardie per l'esecuzione, sparano al Mario Cavaradossi, e quello cade e muore per davvero. Tosca è teoricamente disperata. Dovrebbe esserlo. In realtà la vediamo piuttosto impacciata a malapena chinarsi sul corpo esanime del muoio disperato ma da lei non una carezza, non un abbraccio al morto, non uno scrollone per tentare di richiamarlo in vita. Niente, la Tosca new version è una sorta di popolana dai sentimenti sospesi che, grondante il sangue dello Scarpia appena pugnalato, canta che sì, gli dispiace...ma solo per stare sul pezzo, ché lei nemmeno lo tocca il Cavaradossi morto sul serio che dovrebbe sconvolgerla. Niente, si limita a buttarglisi sopra ma ha le tette che la intrigano e le fanno un effetto cuscinetto, così rimane lì, infagottata sopra il morto e solo vagamente lamentevole

10. arrivano gli sgherri che nel frattempo hanno trovato Scarpia morto e vogliono arrestare e fucilare l'assassina. Lei tenta la fuga indietreggiando verso le mura del torrione, quello da dove di solito si dovrebbe buttare di sotto, chiudendo la tragedia con i tre morti canonici, i due in scena e Tosca spiaccicata sotto al torrione. In questa versione no: lei va verso il torrione e in quel mentre si accendono nel cielo delle luminose sciabole blu che sembrano sparate da Obi One Kenobi e che la fanno ascendere al cielo come una novella crista, con il suo vestitello azzurro/rossastro che "sarebbe piaciuto alla Callas" che le si gonfia come un pallone aerostatico.
La scena si chiude su lei imbragata ai cavi e penzolante come un ombrello nel cielo falciato dalle luci stroboscopiche. Invece di volare giù, lei vola...in cielo in carne e ossa, senza fame e senza sete, non torneremo più...

In sintesi, Tosca è sì una donna livorosa, gelosa fino all'ossessione, pronta a tradire la fiducia dell'uomo che dice di amare finendo per consegnarlo agli sgherri e che non esita a pugnalare a sangue il porco di Scarpia che porco è, sia chiaro. Ma Tosca è anche quella che ...vissi d'arte, vissi d'amore, non feci mai male ad anima viva...almeno fino alla fine del secondo atto, quella che coerentemente si butta giù alla fine del terzo perché sconvolta dall'assurdità del suo inutile assassinio di Scarpia e annientata dalla morte del Cavaradossi, da lei tradito in buona fede e per amore del quale ha ucciso
Nella versione classica tutto ha un senso, è una tragedia d'amore e tradimenti, di ferocia del potere che gioca con la vite e i sentimenti altrui mandando per brama di sesso una povera donna innamorata prima nella confusione e poi giù dal torrione. La morte di lei chiude onorevolmente il suo destino di donna pia e passionale incappata nelle brame del piccolo potente di turno.
Invece, nella nuova versione for dummies...
Come ti commentano l'evento quelli che "nemmeno il loggione ha protestato", certificando che neanche i loggioni sono più come dovrebbero essere?

lunedì 21 ottobre 2019

Gastro-mania

Negli ultimi tempi, annoiata (forse in realtà, travolta) dalle troppe notizie di barbarie in corso di evoluzione, mi rifugio nei meandri della rete dove si parla di cibo, di cucina e di ricette.
Sostengo da sempre che mangiare è un altro modo di comunicare, che davvero noi siamo ciò che mangiamo (in senso filosofico ma anche letterale), e che se oggi si parla molto (troppo) di cibo è perché forse scarseggia una vera comunicazione fra le persone.
Si parla di cibo per non parlare di nulla, alla fine.
Si parla molto in realtà, è vero.
E si scrive moltissimo (oggi scrivono tutti, ed è bello, però inquinano tutte ‘ste parole, diciamolo), ma si evita con cura di parlare di ciò che siamo, di cosa proviamo, di cosa sentiamo, di quali siano i dolori che respingiamo in fondo allo stomaco abbuffandoci di news, parlando di cibo e stordendoci di forzata socializzazione.
In breve, non sappiamo stare da soli con i nostri pensieri né sappiamo più comunicare la nostra umanità senza sentirci rintuzzare da qualcuno che ci propina il rimedio letto online, la curcuma come cura per tutto e la depurazione con i beveroni vegetali come rimedio anche per i malesseri dell’anima che si fa ogni tanto corpo sgomento e traballante.
Ho scoperto, nel mondo degli amanti della cucina e del cibo, dei veri piccoli esteti della vita, delle piccole star semi-sconosciute che ho finito negli ultimi mesi per seguire quasi fossero dei guru la cui filosofia dei fornelli vale quale viatico quotidiano per riuscire ad affrontare qualunque deficit da assenza di comunicazione umana.
C’è ad esempio una simpaticissima giovane donna che su youtube mi erudisce sull’arte di sfornare torte deliziose, degne di un pasticcere provetto, con una metodica descrittiva delle varie ricette che mi vale quanto un corso sintetico di meditazione Zen, ogni ricetta un passo avanti verso l’immortalità dello zucchero, del burro o del cioccolato fondente sciolto nella panna per decorare o glassare fette di purissimo piacere visivo (raramente faccio poi una torta).
Ce n’é un’altra, nonna di una certa età ma arzillissima che, complici le nipoti affettuose, si mette settimanalmente ai fornelli per realizzare, per la famiglia, prima che per le sue migliaia di followers su youtube e instagram, delle ricette casalinghe a prova di inetto, illustrandone la realizzazione con una semplicità che mi conquista ogni volta facendomi ricordare quant’era bello stare nella cucina di mia nonna aiutandola a sgranare piselli, a pulire il riso (mia nonna lo passava prima di metterlo in pentola, per tirar via eventuali rimasugli di pula o dei chicchi non proprio perfetti, per dire come abbia mia nonna contribuito non poco a farmi sviluppare una pedante attenzione ai più piccoli dettagli tipicamente buddhista), o a passare gli gnocchi sul retro della grattugia per decorarli con le tonde gobbette prima di buttarli nell’acqua bollente.
Un’altra, davvero molto zen, opera in una cucina decisamente scenografica, cioè a prova di istagram, si potrebbe dire. Divulga ricette vegan che riesce a rendere visivamente allettanti e molto molto fotogeniche, il tutto con una grazia e una pulizia di oggetti e gesti tale da riportarmi un pochi minuti alla pace interiore come solo un rituale del té giapponese potrebbe.

Non mancano nella mia playlist della cucina come rito esoterico dei cuochi maschi goduriosi e, va detto, in prevalenza “grassi”.
Non nel senso del peso forma, quanto nell’abuso sconsiderato di burro, olio come se non ci fosse un domani né una tabella del tasso di colesterolo che li attende al varco, maschi amanti della buona cucina che sfornano piatti succulenti le cui porzioni assaggio sfamebbero per due o tre giorni una famigliola in difficoltà economiche. 

Ma quale grasso piacere senza senso di colpa trasmette, un piatto di polpette immerse in un ettolitro di rosso sugo oleoso?
E poi, alla fin fine, non è proprio quest’alternanza fra cucina ascetica vegan, cucina casalinga della nonna, cucina divertente ma precisa e cucina pasticcioso/esuberante, il giusto equilibrio Ying/Yang della vita?
C’è questo e c’é quello, il banchetto della vita non ti può forse servire piatti i più diversi, alcuni dolci, altri salati e sugosi, altri ancora morigerati e privi di glutine, con poco zucchero e una spruzzatina di semi di chia che ormai, come la già citata curcuma, te li ritrovi ovunque ben più del canonico prezzemolo, usato quasi in esclusiva dalla mia cuoca nonna preferita?
Resta un fatto: si mangia di tutto, si santifica il cibo (sano per definizione, non conosco scemi che si mangino cibo malato intenzionalmente), si fotografa il cibo, si fanno video ricette e si recensiscono ristoranti, pizzerie (e mi dicono che in tv spopolano chef gastrofighetti).
Perché?
Cosa ci sta dicendo questa recente ossessione per il cibo sano, sapido, godurioso o punitivo che sia?
Se mangiare è una forma di comunicazione, se il cibo che ingurgitiamo nutre la carne e lo spirito, cos’è che non ci comunichiamo più sostituendo il non detto con le polpette e i brasati?
Il cibo nutre carne e spirito, questo è certo, ma qualcosa non torna se sono in aumento tutta una serie di patologie legate all’eccesso o all’assenza di nutrimento.
Non sarà che mentre tifiamo per lo chef in tv, mentre seguiamo le noiose polemiche su ciò che fa bene e ciò che fa male o mentre recensiamo anche la più miserabile delle pizze del sabato sera, eludiamo sistematicamente il fondo della questione comunicazione fra umani?
Cosa vorremmo dirci di buono per nutrirci l’anima a vicenda mentre ci indaffariamo a sfornare pasticci e crespelle, spezzatini e torte al cioccolato da offrire o postare?
Come sarebbe interessante una diretta settimanale dall'oltretomba di Freud, o di Jung, o da un italianissimo Cesare Musatti, a illuminarci su cosa ci stiamo nascondendo su noi stessi oggi, nella società del gastro piacere raccontato, commentato, video-filmato-postato-cliccato...