sabato 10 febbraio 2018

Il telefono di Pamela, dov'é?

Sulla tragica fine di Pamela Mastropietro si ha la sensazione di una certa micragnosità nella ricerca di una specifica causa di morte, prima di accusare di omicidio il trasportatore dei suoi resti.
Ed è una micragnosità che stupisce, visto quanto emerso dalla seconda autopsia sul martoriato corpo della ragazza: un colpo violento inferto alla testa e una profonda ferita da arma da taglio all'altezza del fegato, che potrebbero essere state inferte prima della morte.

A parte che non si riesce a comprendere come possa risultare affidabile la testimonianza (è morta di overdose e sono scappato) di uno che viene incriminato per occultamento e vilipendio di cadavere.
A parte che non si riesce a comprendere la logica per cui se l'Osenghale dice di essere scappato non viene incriminato per omissione di soccorso.
A parte che non si riesce a trovare una logica nella decisione di incriminare l'Osenghale ma non l'amico spacciatore perché questi dichiara di non aver mai messo piede nell'appartamento del macello.
A parte questo, non ho ancora letto risposta a una domanda che mi pongo da giorni: che fine ha fatto il telefono della ragazza?

Se c'è un oggetto dal quale un diciottenne non si separerebbe mai è il proprio smartphone: dov'è quello di Pamela?


Un'analisi del traffico telefonico potrebbe dare molte risposte, come ormai sappiamo.
Ad esempio una: come e quando Pamela ha conosciuto e incontrato per la prima volta Osenghale?
Si conoscevano già per via di acquisto e spaccio? 
L'ha incontrato per caso ai giardini di Macerata dove viene lasciata dal tassista peruviano che la trasporta lì dalla stazione di Macerata? 
Avevano un appuntamento, Pamela e il nigeriano?
Avevano avuto contatti via telefono, via social, via sms?
Perché Pamela decide all'improvviso di lasciare la struttura dove è ospite? 
Solo per potersi fare una dose che non si fa più da quattro mesi?

Non si sa, al più ci si immagina o si suppone.

Ed è strano non se ne sappia niente, perchè la ricostruzione delle chiamate e dei messaggi partiti dal telefono della vittima sono stati fra le prime cose che si sono sapute nei precedenti casi di scomparsa di una persona ritrovata poi cadavere (o anche nei casi di persone mai più ritrovate).

Qui abbiamo certezza che la vittima, uscita dalla struttura dove era ospite da quattro mesi, è stata prelevata alla stazione e portata ai giardini di Macerata da un tassista peruviano. 
Che la ragazza incontra ai giardini il nigeriano e che con lui si avvia verso la farmacia dove compra una siringa. 
Che sempre seguendo il nigeriano si avvia poi, seguendolo a distanza, verso l'appartamento di quest'ultimo.
Abbiamo il ritrovamento nella casa del nigeriano di abiti ed effetti personali della ragazza impregnati di sangue e dei coltelli usati per lo smembramento del suo corpo.

Niente sappiamo sul ritrovamento o sulla scomparsa del suo telefono.

Anche presumendo che l'assassino/gli assassini se ne siano liberati, ricostruire le ultime chiamate e gli ultimi messaggi inviati o ricevuti da quel telefono potrebbe chiarire se Pamela non sia magari stata attirata fuori dalla struttura proprio dal nigeriano, con il quale infatti si incontra senza che si capisca se lo conosceva già, se l'ha incontrato casualmente ai giardini perché era luogo noto di spaccio, chi sono le ultime persone con le quali Pamela ha interagito prima della fuga dalla struttura e fino al momento della sua orrenda fine.

Perché se l'autopsia confermerà che il colpo in testa e la pugnalata al fegato sono state inferte a Pamela viva, l'ipotesi che sia stata vittima di un'imboscata, più che di un omicidio casuale per la resistenza a un eventuale approccio sessuale da parte del nigeriano, a me verrebbe.

Chi l'ha colpita? Chi l'ha pugnalata mentre era ancora viva?
Se fosse stata attirata in un'imboscata, chi ci dice che nell'appartamento ad aspettare il nigeriano con Pamela non vi fosse già qualcuno?

Se, come afferma il nigeriano, che come testimone di se stesso mi pare dovrebbe essere la persona meno affidabile, e invece non viene incriminato di omicidio perché "lui dice che è morta per overdose (roba da matti), è scappato dopo che ha visto la ragazza morire e ha avuto paura, perché non viene incriminato 1. per mancato soccorso, 2. per aver fornito alla vittima la dose che poi le risulta fatale o 3. perché se trovo in casa tua gli abiti della vittima e trovo in casa tua i coltelli sporchi del suo sangue, per me il primo a essere sospettato dell'omicidio sei tu anche senza avere il genio deduttivo di Sherlock Holmes mentre qui lo si tratta come fosse un fantasma di passaggio in casa propria?

Niente. 

Si continua a indagare, e ci mancherebbe. 
Si continuano anche a cercare prove sui tessuti e i resti della martoriata salma. 
Si arrestano altri due nigeriani che sembrano essere coinvolti nell'omicidio della ragazza, uno dei due a Milano, mentre tenta di spostarsi verso la Svizzera (come si sia arrivati al fermo di questo nigeriano in modo così preciso e puntuale non è dato sapere), ma un'accusa formale di omicidio per Osenghale ancora non risulta formulata.
Che gli inquirenti stiano fiutando una pista più terrificante di un Osenghale che fa a pezzi la ragazzina dopo averla massacrata per un rifiuto di sesso?

Per ora ci sono certezze su alcuni macabri dettagli, e incredibili lacune su altri, cioè proprio su quei dettagli che di solito ci vengono invece serviti per antipasto in attesa dell'esito delle indagini proprio perché sono oggi quelli più velocemente e facilmente reperibili grazie alla tecnologia che ci monitora tutti grazie dai nostri odiati smartphones.

Su quello di Pamela invece niente si sa.
Ed è strano.

E' come se il quadro che si va componendo davanti agli inquirenti fosse così fosco e terribile che ciò che lasciano trapelare risulta a tratti surreale solo perché ciò che emerge davanti a loro non è facile da far digerire ai nostri stomaci delicati?

P.S. 
Da quanto scrive Il Giornale alle 13.59, mi sa che la mia idea dell'imboscata non è poi così strampalata come poteva sembrarmi alle 11, quando ho iniziato a scriverla. 
E se le indagini portassero a questa conclusione, il non chiedersi seriamente chi sono i "migranti" che ospitiamo senza lasciarci deviare né da imbecillità sul fascismo né da fantasie sull'accoglienza a fini umanitari. Qui siamo di fronte a una barbarie che in Europa non si è mai vista, nemmeno durante la caccia alle streghe e alle torture dell'Inquisizione.
Mi secca dirlo, ma mi sa che forse Minniti è l'unico che ha qualche idea del reale pericolo rappresentato da questa immigrazione.

domenica 28 gennaio 2018

Sogno astensionisti ribelli

Non erano forse belli i tempi del Vaffa...grillini prima maniera?
Non è nato da un Vaffa...il M5S?
 Oggi sto cercando di capire come o cosa dovrei votare, e già a spulciare gli elenchi delle liste elettorali capisco che no, davvero, non ce la posso fare: per capire davvero come funziona il voto con questa legge elettorale dovrei perderci un'intera domenica rimanendo col dubbio di averci capito qualcosa.
E no, non ne ho voglia.
Perché, poi?
Per votare chi?
Mi arriva stamattina la notizia di un nuovo partito del quale fino a ieri non immaginavo nemmeno l'esistenza: Potere al Popolo
Leggo a volo d'angelo chi e cosa, e mi pare di tornare al giurassico: no, nemmeno di questo mi interessa capire qualcosa (a volte ho come la sensazione, sbagliata, di aver già capito tutto della politica e del voto).

Mi dico che però anche non andare a votare per ingrossare le fila degli astensionisti non mi pare una gran pensata: a chi vuoi che importi se ce ne stiamo a casa in tanti?
Anche votassero il 10% degli aventi diritto un governo quelli se lo inventano comunque (non ci hanno forse già abituato ai governi tecnici, inventati o imposti dal Presidente, di unità nazionale o quel che gli pare?).

Niente: non mi va di stare a casa, e quindi in silenzio; e non mi va di sentirmi in dovere di scegliere il "meno peggio".
Per come la vedo, il meno peggio è già così tanto peggio rispetto a quello di cui secondo me ha bisogno questo paese alla deriva da farmi pensare che no, sono proprio stufa di rattoppi, di pezze tanto per tirare a campare, di gente che la cosa più rivoluzionaria rispetto al presente che mi sa promettere è che "bisognerà rivedere i Trattati a livello europeo" o che mi tortura con complicatissime architetture economiche, monetarie e finanziarie per uscire dall'euro ma anche no, del recuperare la sovranità ma vedremo come, da essere stressata già prima di iniziare a leggere ancora qualcosa sui temi caldi di questa tornata elettorale che si regge tutta sui like, sui tweet, sulle sparate via social di gente che più che a dei politici assomiglia a partecipanti di un nuovo gigantesco reality show nazionale.

No, basta, sono stufa di vivere a Topolinia, cioè in un paese che è ormai abitato da assatanati dell'acchiappa click tanto per dire di esistere ancora.

Quindi?
Quindi farò come Grillo prima maniera: lancio il Partito dei votanti Vaff.....o sulla scheda.
Perché mica voglio starmene zitta a casa per dire che ho bisogno (sì, bisogno) di persone che ridiano alla politica un senso più alto e onorevole di un nuovo follower su Twitter.
Lo voglio dire chiaro che mi sono stufata, che però ci sono e non intendo rinunciare al mio diritto di voto.
Quindi vado e annullerò la scheda scrivendoci sopra un grande Vaffanculo a tutti!

Mentre già pregusto questa ribellione da terza elementare (questo è quello a cui hanno ridotto i miei alti ideali anni di tragica fuffa politicante), immagino come sarebbe bello se tutti gli aspiranti astensionisti andassero alle urne a scrivere un grande Vaffanculo a tutti! sulla scheda.

Se, come si pronostica, gli astensionisti saranno questo giro la maggioranza degli aventi diritto al voto, si otterebbero due sberle sonore: 1. smentire i pronostici e far invece salire le percentuali dei votanti; 2. un 30/35% di schede annullate con un satanico urlo Vaffanculo tutti! che arriverebbe chiaro e forte a quei relitti umani che stanno in queste ore scannandosi per la candidatura in un collegio ma anche in un altro.

Ecco, è domenica mattina e sogno questa gigantesca ribellione.
Non serve a niente, lo so.
Ma almeno a non starmene a casa e in silenzio, sì.

domenica 21 gennaio 2018

Facili profezie

In tempi non sospetti, quando ancora nessuno aveva (forse) nemmeno il sospetto delle crisi in arrivo sulle banche venete - cioè su Veneto Banca e Banca Poplare di Vicenza - mi aveva colpito una sparata di Zonin il quale, con la spudoratezza di chi dal pane degli altri è abituato a trarre profitto, suggeriva quale soluzione al problema "crescita e disoccupazione" che se i suoi dipendenti avessero lavorato 1 ora gratis al giorno per un anno le cose sarebbero andate meglio.

Scrivevo allora quanto fosse ai miei occhi immorale chiedere agli operai di cedere 1 ora di lavoro gratis per risollevare le sue aziende perché, in caso di crescita effettiva del capitale dell'azienda, i suoi operai non avrebbero comunque visto un centesimo di utili per il valore ore/lavoro investite.
Se invece gli affari fossero andati comunque male, agli operai sarebbe arrivato comunque, come sempre, il calcio in culo, mentre l'imprenditore, che solo sa davvero come vanno i suoi affari, quando vede avvicinarsi un possibile fallimento, ha la possibilità di mettere in salvo i propri beni così da sottrarli a eventuali pignoramenti per pagare il dovuto agli operai.

Ora, non pare che le aziende di Zonin navighino in cattive acque, ma in acque fetide navigano invece quei correntisti (magari alcuni anche suoi dipendenti) che gli avevano affidato anni di risparmi volatilizzati dalla Banca Popolare di Vicenza della quale Zonin è stato a lungo Presidente.

In questi giorni la Guardia di Finanza, in apertura delle prime fasi processuali a seguito dei fallimenti delle due banche, ha messo sotto sequestro gli ultimi beni che Zonin non aveva già provveduto a mettere in salvo, per garantirsi lo Stato il saldo dei costi processuali. Come riporta Il Fatto Quotidiano:
“La grande parte del patrimonio dell’imputato è stato ceduto ai familiari nell’arco di un biennio, e tale attività dismissiva (…) concretizza il pericolo che, in caso di futura condanna, l’imputato non disponga delle garanzie sufficienti a coprire il credito vantato dall’erario per le spese di procedimento”. Zonin ha scelto la strada della donazione del patrimonio immobiliare (in due occasioni nel 2016) a favore di un figlio e della moglie. I finanzieri hanno scoperto la cessione alla consorte del 2 per cento di Tenuta Rocca di Montemassi Srl (il restante 98% è già della signora), e ai figli del 5,38 per cento di Casa Vinicola Zonin spa, nonché e delle partecipazioni in due società del gruppo, la Zonin Giovanni sas e la Gianni Zonin Vineyards. Non si tratta di bruscolini, ma di partecipazioni dal valore che si aggira sui 10 milioni di euro. Cosa rimane nella disponibilità dell’ex presidente dell’istituto vicentino? Un terreno a Gambellara, azioni della Popolare con cui al massimo può comperarsi una pizza e qualche quota di società minori.
Da ruspante abituata a fare i conti della serva, mi chiedo perché mai la Guardia di Finanza sia stata messa al lavoro solo ora, quando si tratta di garantire allo Stato le eventuali spese processuali e non prima, quando a chiedere allo Stato di bloccare i beni di Zonin lo chiedevano i correntisti rovinati durante la sua presidenza di BpVi.
Proprio sapendo quanto sia facile disfarsi dei propri capitali, mettendoli com'è noto in salvo fra amici, familiari e parenti, lo Stato (ammesso che ne abbiamo ancora uno) avrebbe dovuto immediatamente, con la notizia del fallimento delle banche, bloccare i beni di chi aveva una responsabilità di gestione.

O meglio, forse lo so perché: è che con i risparmi degli operai, e della gente comune in genere, lo Stato è il primo garante delle entrate delle banche, che vanno sempre tutelate e salvate, tanto più se sono "allegre" con i soldi dei loro correntisti, che invece vanno depredati e bastonati economicamente in ogni modo possibile.
Pesando diversamente i soldi dei contribuenti/correntisti e quelli delle banche, lo Stato si premura ora di recuperare per sé le spese e lo fa ora che è ben certo che, come si dice, i buoi sono già scappati dalla stalla, così che si avveri l'altro detto veneto, cioè "càn no magna càn".

Certo fa tenerezza sentire Zonin dire "anch'io ho perso soldi".
Vengono i lucciconi a immaginarsi quale miserabile esistenza gli toccherà ora per i due spicci persi mentre nulla ha da dire su quelli spariti dai conti di chi glieli aveva affidati pensando di potersi fidare di lui.

In ogni caso, nel Zonin che chiedeva nel 2012 un'ora di lavoro gratis ai propri operai per "crescita e disoccupazione", vedo una perversa continuità con quello che oggi sui gradini del Tribunale piange il morto dopo aver beatamente fregato i (circa) 5 mila vivi.
Perché, quelli che si sono visti sparire i risparmi di una vita durante la sua presidenza della Banca Popolare di Vicenza (ma lui "non ricorda") e stanno provando a costituirsi parte civile nel processo, sono davvero tanti.
Ma nessuno ha chiesto prima, per loro e da subito, quel blocco dei beni quando ancora si poteva e si sarebbe dovuto fare.

Ultima amara considerazione.
Ogni due per tre c'é qualche burlone che ci magnifica la grandezza della giustizia americana (e del giornalismo americano), tranne che poi, sul suolo italico, non c'è nessuno che ricordi ai nostri politici, ai nostri giornalisti e alla nostra giustizia che lì i truffatori vanno davvero in galera e che non si aspetta che prima di andarci provvedano a mettere in salvo i proventi delle loro pessime gestioni finanziarie.
E chissà poi se il giornalismo italiano, quello che sbava sulla libertà di stampa quando escono film tipo Spotlight, o il più recente The Post, sarà bravo quanto quello americano d'antan (oggi se c'é un paese dove il giornalismo viene zittito dal potere è l'America, ma è un male piuttosto diffuso nell'attuale globo terracqueo) e saprà denunciare l'intollerabile ingiustizia italiana che consente ai truffatori il tempo necessario a imboscare i capitali prima di provvedere a bloccare solo quei pochi spicci rimasti per farsi lo Stato ripagare le spese processuali in un processo che pronostico già da operetta.

sabato 6 gennaio 2018

Vladimir Korolenko. La Patria russa di 100 anni fa e la Patria ai tempi dell'UE

Vladimir Korolenko - Su Russie Vedemosti il 15/17 agosto 1917 -Riportato da un pezzo pubblicato sul numero speciale di Internazionale Extra n° 1 dedicato alla Rivoluzione russa.


“…Per troppo tempo il nostro popolo è stato separato dall’intelligentsija, per troppo tempo è vissuto senza un pensiero collettivo. A sua volta, l’intelligentsija democratica è vissuta per troppo tempo isolata, senza condividere il suo pensiero con il popolo. Oggi che il muro di violenza è crollato, l’intelligentsija rivoluzionaria è, per volere della sorte, a capo del movimento popolare. Con tutti i meriti di una lunga lotta, con tutte le lacune del suo pensiero minoritario, è diventata subito il cervello del suo popolo, il pensiero che determina la volontà. 

Ma insieme a molte cose necessarie e utili per la nuova vita del popolo, parte dell’intelligentsija ha portato con sé anche un pregiudizio contro la patria. 

Questo pregiudizio sostiene che tra patria e umanità c’é un’insanabile contraddizione, e postula che si può servire l’umanità senza servire la patria, e che anzi per questo bisogna rinunciare alla patria. 
Così quel carattere che inizialmente aveva dato alla nostra rivoluzione una unità e una forza insormontabili, ha cominciato a vacillare ed è scomparso. Il centro del sentimento popolare, la patria, ha smesso di essere al servizio dell’unità. 
Dopo aver detto parole importanti a favore dell’umanità, molti di noi hanno deciso di aver già fatto tutto il necessario, hanno pensato che le parole erano già diventate carne, che l’umanità comune era diventata una forza attiva in grado di esonerarci dal difficile impegno per la patria e per la libertà.  
Abbiamo immaginato che le parole fossero sufficienti, e abbiamo pensato di non dover fare altro che entrare nel tempio dell’umanità futura, dove ci attende un futuro felice senza fatica e senza sforzi.
E il popolo ha creduto alla bella notizia, tanto più che quest’idea lo liberava da un difficile eroismo e sostituiva gli interessi della patria con gli interessi di classe.
Un errore spaventoso, fatale, lo stesso in cui tanto spesso è caduto il falso patriottismo del passato.  

Abbiamo immaginato di essere alla guida dell’umanità progressista solo perché abbiamo rinunciato alla nostra patria. 
Ma limitandosi a negare non si costruisce niente. Abbiamo visto che le patrie rimangono ancora il modello più elevato delle associazioni umane. Non rinunciare alle patrie, non distruggere questi scrigni della futura unità, ma renderle indipendenti e forti, giuste e libere, pronte a nuove associazioni: questo è il compito che è emerso chiaramente in tutti i congressi internazionalisti.
Ma noi abbiamo seguito una strada inversa, e alla fine di questa strada c'é la rovina.  

Rinunciando alle grandi comunità già realizzate dall’umanità, non andiamo avanti, ma indietro, regrediamo dall’unità alla disgregazione. Su questa strada ci attende un altro mostro, indicato con l’ennesima parola straniera, con cui la Russia, per sua disgrazia, dovrà fare i conti. 
E’ la parola anarchia. 
Letteralmente significa assenza di potere. 
E’ la perdita di quel centro che dirige la forza popolare e dà armonia e viva unità a tutte le singole aspirazioni. 
Basta che sparisca definitivamente, basta che si affermi l’idea che la patria non è necessaria, che non riguarda tutto il popolo ma solo certe classi, e la vita dell’intero paese tornerà indietro
Invece del difficile e grande lavoro di creazione di una nuova vita comincerà la disgregazione
Prima per regioni, poi per ceti e classi, in base a interessi separati e inconciliabili. 
A questo seguiranno le tensioni interne e poi si scateneranno gli istinti peggiori, il saccheggio e il banditismo.
Alla fine di questo spaventoso sfacelo, e forse della scomparsa dell’organismo vivo dello stato, c’é il ritorno a un passato cupo. 

L’anarchia è la guerra di tutti contro tutti all’interno della stessa patria.
 

Non so se sono riuscito a realizzare il compito che mi ero prefissato all’inizio di queste mie note, cioè parlare delle più importanti questioni del nostro tempo in modo comprensibile sia alle persone colte sia a quelle meno istruite. Ma se sono riuscito, almeno in parte, a chiarire l’idea centrale di queste parole, se riusciranno a generare un dubbio riguardo a punti di vista troppo miopi, se indurranno alcune persone a prendere coscienza dell’importanza della patria, risvegliando in alcuni cuori il vecchio, sacro e doveroso sentimento dell’amore per la patria, allora riterrò di non aver riflettuto inutilmente su queste tormentose questioni della nostra terribile epoca.
Vladimir Korolenko era uno scrittore russo, nato nel 1853 a Zitomir, in Volinia, e morto a Poltava nel 1921. Da giovane aderì al movimento dei narodniki, i populisti, e fu arrestato e deportato in Siberia. Sostenitore della rivoluzione di febbraio, fu invece molto critico verso il bolscevismo. In italiano è disponibile Il sogno di Makàr (Imagaenaria 2011).

giovedì 4 gennaio 2018

Napoli: fregature&soluzioni


Se non ci fossero, bisognerebbe inventarli...i napoletani.