sabato 19 agosto 2017

Imagine all the people 🎶...

Sto leggendo Montenegro, autobiografia di Bato Tomašević.
La storia della sua vita è strettamente intrecciata a quella del Montenegro e alla nascita e fine dell'ex Jugoslavia.
Impara la storia del suo paese dai racconti del padre e del nonno, già bambino sa perché degli albanesi non ci si può fidare e quali gesta eroiche hanno compiuto i tanti personaggi Montenegrini onorati da statue e luoghi, quali epiche battaglie siano state perse o vinte contro i turchi.
Il padre gli insegna fin da bambino, così come lo insegna anche alla giovane moglie, il concetto di autodifesa: saper sparare, in caso di necessità, può fare tutta la differenza fra vivere e morire. 
Gli insegna che convivere con turchi, kosovari e albanesi, tutti con una buona ragione per odiare i Montenegrini, è questione di reciproche convenienze e quotidiane trattative. Ma anche che nessuno può garantire nessuno, perché le antiche ingiustizie covano silenziose solo fino al giorno in cui basterà un niente, per farle riesplodere in nuove sanguinose guerre.
Il padre gli insegna sì, l'arte della mediazione, il potere della legge, la maggiore convenienza per tutti della pace. 
Ma insieme gli insegna la storia.
E a saper sparare.
Perché non basta volere la pace e la giustizia, bisogna tener conto della guerra e della più insignificante personale ingiustizia che può scatenarla.

Poi sbircio in questi giorni le notizie da Barcellona, e noto gli ormai abituali dettagli: il furgone sulla folla (variante del camion), i documenti lasciati nel furgone (puntuali come un orologio svizzero), tutti gli attentatori uccisi tranne uno, il solito che riesce sempre a scappare. 
Mai chiedersi la ragione per cui non vengono mai presi vivi, a parte il fesso del Bataclan, preso (non che sia troppo certa di nulla, eh?) e fatto sparire in un carcere calando su di lui il silenzio del segreto di Stato. E anche questa del segreto di Stato su un pirla che va a fare il bombarolo islamico con un passato da checca nei locali gay pieno di canne e alcool da da pensare...
Mai chiedersi poi perché gli attentatori non assaltino mai luoghi istituzionali, perché se la prendano solo con inermi civili e mai con i potenti cui devono la loro spesso grama sorte.

Su tutto, a sembrarmi assurda è la reazione "mondiale": candeline, gessetti, "non riusciranno a cambiare il nostro stile di vita", tweet con gattini innocenti e frasette stupefacenti tipo "I terroristi non rimarranno impuniti" (detta quando sono già morti).
Sembra di assistere alla replica sempre dello stesso film, quasi fossero anche le reazioni alla tragedia preordinate, pilotate: nessuno può essere cattivo, tutti dobbiamo essere buoni, invito a non pubblicare foto della tragedia sui social (metti che ci spaventino...).
Di fronte alle tragedie dei morti per terrorismo (islamico?), l'unica reazione possibile concessa è quella di un tweet con lacrima e una piazza con lumini e fiori.
Insomma, reazioni da cartoni animati.

Racconta Bato Tomaševićdi quando in Montenegro arrivarono i tedeschi e poi gli italiani, nel 1941.
In paese erano tutti pronti a reagire contro l'occupazione, ma il padre di Bato, che all'epoca era capo di una polizia montenegrina ancora in fasce (e che tentava di stabilire una legge di civiltà che impedisse a tutti di reagire nell'atavica idea di giustizia dell'occhio per occhio e dente per dente), consiglia tutti di aspettare, di attendere di vedere come si sarebbero messe le cose, prima di caricare le canne dei fucili.
E per un po' le cose vanno bene, gli italiani organizzano perfino feste da ballo e sono gentili. Anzi, al padre poliziotto di Bato propongono una collaborazione allo scopo di fare andare tutto per il meglio.
Va bene, ovviamente, fino a che non va male. 
Quando chiedono la requisizione delle armi che tutti hanno in casa, qualcuno non ci sta.
Quindi gli italiani chiedono maggiore collaborazione: vogliono le liste di chi non ha consegnato le armi e anche di chi ha simpatie comuniste. E i delatori, si sa, sono sempre presenti con le migliori intenzioni, basta poco per far di un cittadino un traditore quando c'é di mezzo un pezzo di pane in più o una promozione da contadino a cecchino con paga sicura, in tempi di occupazione.
Bato ha 11/12 anni, quando si trova a entrare per caso fra le fila dei partigiani: la sorella è già a combattere, e il padre in prigione per non aver tradito i suoi principi di lealtà verso i suoi concittadini.

So che è azzardato fare paragoni fra la complicatissima storia dei paesi dell'ex Jugoslavia e la Barcellona dell'altro ieri o il Bataclan di qualche tempo fa, però non riesco a non chiedermi se queste candeline, questi tweet commossi e pii, se queste reazioni educate e piene di buoni sentimenti non siano parte del processo rieducativo che gli attentati procurano di insegnarci: noi, di fronte all'aggressore, non dobbiamo reagire.
Candeline e canzoncine ci stanno inculcando l'idea che il nemico è imprendibile, che nemmeno eserciti e polizie possono prevederne le mosse, quindi è inutile reagire, meglio piangere e twittare.
Stanno cancellando dalla nostra memoria l'idea, vecchia ma eterna nel suo valore, che di fronte ai morti ammazzati dal nemico fantasmatico l'unica cosa da fare è ricambiare il favore.
Noi possiamo piangere e portare candeline ma non, mai, chiedere un'immediata chiusura dei porti, un rimpatrio immediato senza se e senza ma di tutti gli immigrati, clandestini e non, e una militarizzazione delle aree ormai occupate e autonomamente gestite da immigrati di seconda e terza generazione, dove ormai nemmeno la polizia entra più.
Non sono tutti uguali gli immigrati, lo so bene. 
Non tutti gli islamici sono kamikaze e non tutti gli immigrati prendono a botte i controllori degli autobus che chiedono di esibire il biglietto, lo so: sono cresciuta con i vù cumprà sulla spiaggia e alla porta, e so che nessun vù cumprà prendeva a botte i controllori né andava a falciare gente sulle ramblas.
Ma credo che, ammesso che appunto non si tratti di "processi rieducativi" di cui siamo destinatari (idea di cui mi vado convincendo), quando il nemico ti spara (o ti passa sopra con un camion o un furgone), ritenere tutti gli altri suoi compaesani dei potenziali nemici sia l'unica normale reazione di ragionevole autodifesa.
Se invece mi imponi candeline e gattini (o gessetti), il mio primo nemico sei tu, che disinneschi ogni mia normale reazione cambiandola ogni volta nel segno opposto, che il potenziale nemico lo vai a prendere direttamente a casa sua, che al potenziale nemico fornisci assistenza, servizi e sanità che sottrai di volta in volta ai tuoi concittadini.

Poi c'é questo fatto: le abitudini tendono nel tempo a cambiare la nostra percezione del pericolo. Avanti così, a morti ammazzati pianti senza reazione e con candeline, e finiremo per amareun giorno i nostri boia e per ringraziarli quando, un giorno non lontano, condanneranno alla stanza 101 qualcuno per essersi rifiutato di commuoversi con un tweet o un gattino.
La civiltà occidentale odierna è frutto di passate guerre e pistole.
Candeline e gattini sono la sedazione necessaria alla completa realizzazione della soft-dittatura odierna, quella che stiamo già vivendo. 
Ma che a fatica vediamo, sommersi ogni giorno e su tutto, da valanghe di negazioni della realtà che pur abbiamo sotto ai nostri occhi, dei quali però non osiamo fidarci più (i nostri occhi producono solo fake news, ci insegnano; la verità è solo quella offerta dal GF cui siamo chiamati a credere).

venerdì 4 agosto 2017

Fra Zara e Porto Marghera

Enzo Bettiza, nel suo Esilio che ho in lettura in questi giorni, racconta un episodio della sua adolescenza a Zara.
A un pranzo domenicale, in casa degli zii, il giovane figlio dello zio Ugo, arcigno professore di matematica, che studia in Italia, è tutto preso a magnificare la Roma fascista contro il padre, tuttaltro che incline alle esaltazioni ideali: 
"Vuoi forse dire che Mussolini, il quale ha fatto solo del bene all'Italia, potrebbe essere paragonato ai peggiori satrapi della storia?".
Senza degnare di uno sguardo il figlio sovreccitato, senza alzare la voce, lasciò sgorgare dalle labbra austere un paio di sentenze ambiguamente sospese fra passato, presente e futuro. Ecco all'incirca il senso di ciò che lo zio Ugo disse, non solo a Tonin, ma a tutti noi commensali della domenica:
"Nerone ricostruì in parte Roma per potersi godere meglio lo spettacolo dell'incendio che poi le appiccò. Chissà quanti schiavi perirono nell'edificazione dell'enorme palazzo di Diocleziano a Spalato. Lo zar Pietro eresse la sua San Pietroburgo su montagne di cadaveri di poveri contadini russi costretti con la frusta a trascinare marmi e travi fra le malsane paludi del Baltico. Costruire per distruggere, distruggere per costruire è la doppia specialità dei grandi tiranni. Ancora una volta a Roma e perfino a Berlino, che nel Settecento era poco più di un villaggio, s'innalzano senza sosta nuove architetture imitando goffamente quelle antiche. A che pro? Si vuole forse anticipare nelle recenti costruzioni la loro imminente distruzione? Sarà la guerra, vedrete, la guerra che ormai è in atto, a dirci fra poco che nei falsi costruttori odierni si celavano in realtà i veri distruttori dell'Italia e della Germania e di altre nazioni europee. Che Dio ci liberi dai dilettanti folli! Potete forse aspettarvi qualcosa di positivo da un imbianchino che si crede un geniale architetto, o da un ignorante maestro elementare che non sa neppure distinguere il Colosseo dal Circo Massimo?"
La sentenza dello zio Ugo ha una sua eterna attualità.
Anche oggi, commentiamo gli odierni imbianchini e maestri elementari restando però acquattati nell'angusto ambito della nostra contemporaneità, impediti a misurarli in una prospettiva storica dall'impellenza dell' idiozia quotidiana.
Intuiamo a volte l'avvicinarsi di una sempre possibile guerra e non vediamo la guerra silenziosa e tragica già in corso, quella che lascia vite e sofferenze sul campo al solo scopo di nutrire ego da imbianchini o ignoranti maestri elementari che non sanno distinguere il Colosseo dal Circo Massimo.

Diocleziano ha lasciato un palazzo costato morti e sofferenze delle quali nessuno ha memoria.
Spalato - Palazzo di Diocleziano
Dei contadini morti per edificare San Pietroburgo non si è tenuto alcuna conta, basta a tutti la gloria dello Zar.
San Pietroburgo
Del recente passato italiano ci rimane invece Porto Marghera, "patrimonio" ormai soggetto a commemorazione del centenario - 1917-2017 - (tipo una Shoah industriale), grazie a un decreto del 2016 (opere degne di restauro a marcire negli scantinati, ma pronti fondi per onorare l'industria madre di ogni avvelenamento, dell'aria, dell'economia, della politica). 
Nous sommes italiens...
Petrolchimico Porto Marghera visto da Venezia
L'archeologia industriale viene molto bene in foto, e non potendola abbattere per via dei mastodontici costi (poi a volte ci provano, ma non vuole venire giù), se ne fa oggetto di turismo didattico-culturale.
Dei morti gasati, degli scioperi operai pagati a pane tolto di bocca ai figli, delle vite umane avvelenate se ne faranno riviste patinate, dibattiti colti, possibilmente film e documentari da distribuire nelle scuole (a insegnare cosa? Come si disfa un paese proprio mentre lo si commemora nella grandezza industriale che fu?).
Rendono meglio, gli ex operai di Porto Marghera, dei contadini russi che costruirono San Pietroburgo.
Tanto per dire che i tiranni di oggi lo sono fino in fondo, senza inutili tremori davanti alle oscenità: prima ti mangiano la carne, succhiandoti tutto fino all'osso. 
Poi ti monumentalizzano le ossa e ti rivendono come oggetto didattico-turistico-culturale, mettendola giù così bene che pare perfino ti avessero un tempo, da vivo, amato.
Serve sempre e solo a guadagnare, l'amore a tema del tiranno odierno. 

Ma che importa, l'horror ormai vende quanto e meglio di una love story, ché il brividino è più intenso davanti al turpe che di fronte alla bellezza venduta in serie che finisce per addormentare i sensi.

Basta che le cose luccichino un po', che brillino quel tanto che serve a continuare la farsa degli inganni scattandoci qualche selfie davanti all'ultimo orrore messo a bottega. 

Mi raccontano che a Spalato e a Dubrovnick, le guide turistiche sono ormai prese d'assalto ma solo per conoscere i posti de Il Trono di Spade.
Di Diocleziano, chissene...
Chi era? Se non è il personaggio noto di una serie tv non se lo fila nessuno...
Forse sarebbe il caso di fare una serie tv anche su Porto Marghera: certi storici operai capipopolo diverrebbero ottima attrazione per il turismo industriale, capace a quel punto di far da traino portando turisti - perfino - a visitare la Malcontenta. 
Basta organizzare di girarvi una puntata ed è fatta: su e giù di orde di dementi con il bastoncino in mano...
Villa Foscari - detta La Malcontenta

venerdì 28 luglio 2017

Violenza, delinquenza, fascismo


- "Inaccettabile aggressione a tre deputati davanti Montecitorio - condanna su Twitter Laura Boldrini - Le opinioni diverse non possono mai giustificare violenza".

-"Non chiamateli no-vax. Chiamateli con il loro nome: delinquenti. Questo succede se ci sono partiti che li sostengono e istigano alla violenza", ha commentato sempre su Twitter Alessia Morani, vicepresidente del gruppo Pd alla Camera.

- "No-vax aggrediscono 3 deputati Pd. Altro che libertà, questi sono metodi fascisti. Che dicono i colleghi M5s che oggi hanno votato contro?", è invece lo sfogo del presidente dei deputati Dem, Ettore Rosato.

Da QUI

Quando andavo all'asilo andava forte la difesa s-terminator buona contro qualunque offesa:

                                       "Chi lo dice lo sa di essere".

I bambini traditi sono una responsabilità degli adulti, non del mondo che va così.
Quelli che non subiranno danni da vaccino, avranno comunque molte buone ragioni per diventare adulti incazzati: nascono pieni di fiducia e gli spariamo subito in corpo dei veleni.
Per il loro bene, cà va sans dìr....

martedì 25 luglio 2017

Esseri troppo avanti...

Quando nel 2013 Paolo Bernini, allora neoeletto deputato del M5S, parlò dei microchip sottopelle, stampa e buona parte del web politically correct (nel 2013 non eravamo ancora all'hate speech), lo misero in ridicolo indicandolo quale tipico esemplare dei 5S che sdoganavano il cospirazionismo in Parlamento.

Gliene dissero di ogni, a lui e a chi per lui, per questi microchip.

Eppure, negli ultimi mesi, le notizie sui microchip impiantati sotto pelle da aziende e singoli in Svezia, in America e nel ricco mondo, sono quotidiane o quasi.
Si vantano i benefici offerti dalla tecnologia Rfid come di quel passo avanti verso l'integrazione uomo-macchina che dovrebbe, ça va sans dir, migliorare la nostra sempre più idiotizzata esistenza senza che a nessuno, di quelli che allora ridicolizzarono il Bernini, sia ancora venuto in mente che forse al Deputato 5S gli si dovrebbero almeno delle scuse.

E' null'altro che il tragico destino di chi è troppo avanti rispetto alla media, quello d'esser deriso.
E forse, a ben vedere, l'essere troppo avanti, è quel genere di tragedia che fa campare con difficoltà persone che hanno il solo torto di coltivare curiosità e senso di appartenenza.

Come ha ben descritto Robert M. Pirsig in Lila, le comunità degli esseri umani tendono a coltivare una Qualità Statica, ad attenersi cioè a uno schema fisso (di leggi, di pensieri, di comportamenti, ecc.), una volta raggiunta quell'omogeneità che consente una buona convivenza nella comunità stessa senza subire troppi turbamenti in caso di lievi fuori standard correggibili.
Solo che la vita è movimento, nulla sta fermo nemmeno se ti inchiodi i piedi per terra.
Ed è' anzi proprio delle società statiche, cioè delle comunità che hanno raggiunto un certo equilibrio e benessere sociale, il produrre eccezioni, cioè il veder nascere esseri umani più curiosi e intellettualmente più dinamici rispetto agli standard raggiunti.
A questo servono le società statiche: a consentire l'emergere di elementi dinamici il cui scopo, grazie alla loro natura curiosa e maggiormente intuitiva, è far intravvedere una nuova possibilità là dove ancora non esiste, così che raggiunto uno stadio di benessere ci si possa avventurare tutti verso il successivo.
Per salvaguardere se stessa, invece, la società statica tende ad espellere ogni elemento che crei turbamento allo standard raggiunto. 
Arriva al punto di standardizzare ogni eccezione, così da non dover mai mettere il naso fuori dal proprio recinto.
A differenza di quello che succede nelle comunità tribali, dove il dinamico viene espulso come corpo estraneo, così da non turbare lo standard, ma viene a essere il santone del villaggio, lo stregone da consultare che vive sì, appartato per via della sua stranezza, ma recuperato come parte della comunità ogni volta che qualche nuovo pericolo (malattie, guerre, ecc) minaccia la comunità. 
Nelle odierne società statiche invece, chi esprime pensieri non ortodossi, cioè non già pensati e condivisi uguali dall'intera comunità, viene "incluso" (non siamo razzisti) ma stigmatizzato con il ridicolo, con l'accentuazione del dettaglio per il tutto (i calzini azzurri che diventano giudizio sull'operato del giudice del Csm Raimondo Mesiano) o paternalisticamente invitato a correggersi.

Nel villaggio globale odierno, quello dove tutti possono essere tutto e perciò nessuno può esprimere idee proprie (o riportare notizie troppo avanti), pena il rischio di essere ormai, a soli 5 anni di distanza dai microchip del Bernini, perfino perseguibile per reato d'odio al solo dire cose diverse dalle fuffonate ufficiali, oggi di microchip si può parlare ma a una sola ed esclusiva condizione: che se ne elenchino i vantaggi, l'utilità e le comodità. 
Utile per pagamenti senza carte e senza contanti, aperture porte aziendali e timbri cartellini. Se ne può parlare ma solo magnificandone i pregi quale strumento che consente di eliminare password e cartelle sanitarie, di attraversare senza fermarsi qualunque portone tecnologicamente blindato e di far partire la lavatrice o il condizionatore già un'ora prima di arrivare a quel portone.
Guai a suggerire però che quel chicco di riso sia perfino peggio dell'infilarsi volontariamente un paio di manette o una cavigliera elettronica pur non avendo commesso alcun reato.
Non ancora, comunque; perché, e qui mi sa che vado a superare il prode Bernini del 2013, non è lontano il giorno in cui il chicco di riso consentirà alle squadre del precrimine di arrestarci per aver captato una variazione delle nostre pulsazioni collegate a un'immagine nella nostra mente registrata dal microchip proprio mentre, litigando con l'inquilino del piano di sotto, per un secondo abbiamo accarezzato l'idea di mandarlo a fanculo.
Cose che, in tempi di hate speech, non solo non si fanno, ma nemmeno si devono pensare, se non si vuole rischiare di trovarsi con un genocidio sotto casa ogni due per tre.
Di qui la necessità di istituire The

Fa brutto ed è politicamente razzista avercela con un'inquilino che ti innaffia la biancheria stesa. 
Grazie alla precrimine, e a un buon microchip sottopelle, tutti i buoni di cuore saliranno insieme in cielo per sedere alla destra del Padre.
Destra, non Sinistra.
Giusti col giusto cuore si nasce, e questo impegna a far proseliti o campi di rieducazione, sempre lì lo statico al potere va a parare.
Ci si consoli che l'Inferno è lì sotto e aspetta tutti i troppo avanti dinamici che parlano di microchip 5 anni prima che sia lecito parlarne o pensano a voce alta cose tipo ma cosa si mangia questa per essere così incazzata quando parla d'odio.
I supposti odiatori, non sono né pochi né scemi.
E sanno fiutare con largo anticipo la puzza di gulag che sale dal fondo.

sabato 22 luglio 2017

Senza Cuore



Troppo bella.
Era il 1994, e pare oggi.
Solo senza un filo di ironia, così com'é, pura e semplice.