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lunedì 23 agosto 2021

L' Ecologia Vera

 
Inutile fare gli ecologisti della domenica tanto per darsi un tono nella vita, un vero ecologista sa che se si vuole salvare davvero il pianeta si ha un solo imperativo obbligo morale: suicidarsi 
(lasciando preferibilmente solo poche ceneri da spargere in giro come fertilizzante).
 
N.B. 
Oltre all'abitino alla Darth Vader che usa per gli annunci ufficiali, pare che il nostro opti in spiaggia per un completino più casual
 

 

mercoledì 2 giugno 2021

Il Gregge

Quasi quasi erano più sani di mente quelli che facevano la coda fuori dai negozi Apple per l'uscita degli iPhone 4s

giovedì 20 settembre 2018

Di Maio, ma ci è o ci fa?

La foto è di Oliviero Toscani, come si vede.
Quello il cui tweet più benevolo verso l'attuale Governo Lega-M5S è quello qui sotto.
Non so se si tratti di vanità, di incapacità di mettere in fila scelte e conseguenze o solo di un penoso scivolone. 
Vero è che di fotografi bravi non ne mancano, e concedersi a chi ti liscia il pelo mentre insulta ciò che fai e l'alleato che ti scegli, non è scelta molto furba.

Poi, volendo proprio chiarirsi le idee, consiglio a Di Maio di stamparsi quello qui sotto, così, a titolo di promemoria: prima di cedere alle lusinghe del più noto, magari accertarsi che mentre ti fotografa non pensi a te come a una...

Insomma, pollice giù.

martedì 20 giugno 2017

Sur-Reality

Caldo e mosche.
Non una qui e una lì, ma un'invasione tale da farmi sospettare che le mosche siano una sorta di simbolica rappresentazione dell'eterna lotta per la sopravvivenza della specie: nel caso delle mosche, i ragni se le pappano e tanti saluti all'integrazione e al riconoscimento dello ius solii. 
Prima costruiscono pazientemente la tela, giro dopo giro e intersezione dopo intersezione.
Quando lo splendido manufatto è pronto, i fili di bava serica emanano lievi bagliori di luce che esaltano la spettacolare arte di cui i ragni sono capaci.
Le mosche, animali bonaccioni il cui scopo nella vita è limitato al mangiare, dormire e figliare, non sanno resistere alle luci della tentazione, così una volta avvistata la meraviglia iniziano a volarle sempre più vicino. 
E dato che la meraviglia se ne sta lì, immobile e aperta gratis a qualunque curioso, le mosche dal pensiero basico pensano:"Ora mi ci faccio una Home".
Non appena toccano rete, sono già belle che fottute.
I ragni sono animali lungimiranti ed estremamente pazienti:tessono reti che poi lasciano lì, come se fossero regali che può usare qualunque mosca che passa.
Appena le ingenue volatili vi rimangono impigliate, ecco che i ragni riappaiono lasciando alle prede solo un'ultima possibilità, mentre iniziano il loro lento lavoro di svuotamento dal di dentro: le lasciano ronzare isteriche nell'illusione che qualcuno/qualcosa verrà a liberarle dai perfidi ragni prima che sia troppo tardi. 
Ma quando sei presa nella rete, è già troppo tardi: chi vuoi che sia quell'alieno ebete che rischia di restare altrettanto catturato per venirti a salvare?

Gli alieni.

Leggevo poco fa uno di quegli studi scientifici che ormai ci sfornano a riempitivo come se piovesse (e non piove): pare che l'aumento della popolazione mondiale sia talmente inarrestabile che saremo costretti, più o meno intorno al 2050, a considerare di migrare su altri pianeti per poter sopravvivere.
L'idea di una vita su Marte o su Papalla mi perplime parecchio, ve lo dico.
Al punto che una domanda semplice semplice non me la posso evitare: ma se il problema è il numero, perché importiamo baldanzosi iper-testosteronici per incentivare la natalità così che ci siano garantite le pensioni (almeno fino al 2050, che poi chi s'é visto s'é visto)?

I cinesi, che il problema della sovrappopolazione l'hanno affrontato molto prima di noi, hanno imposto per anni il figlio unico.
Non si potrebbe qui accettare che la natura è più intelligente degli scienziati e si autoregola diminuendo il tasso di natalità all'aumentare del benessere sociale?
Perché darsi il tormento perché uno muore e l'altro vive?
E' tutto solo temporaneo, alla fine moriamo comunque tutti e non è detto che vivere sia di default un grande affare.
Nemmeno i conigli continuano a figliare oltre una certa capienza della gabbia, pena la morte per fame di tutti.
I gatti poi, quando figliano troppo, ammazzano loro stessi fin dai primi miagolii  le bocche più fragili, così da meglio addestrare i piccoli rimanenti a un'efficace caccia al topo e alla lucertola.
Noi no: siamo evoluti, civili e umanoidi, così ci sono le pensioni da pagare e qualche schiavo dovrà pur lavorare a gratis per almeno i prossimi 35 anni (poi si va su Papalla), no?

Mentre venti di guerra insistono sulle nostre teste perennemente chine sugli smartphones, mentre le mosche ronzano e il Vape sembra far loro da ricostituente, mentre ci rompiamo le palle con i diritti degli omo e dei cinquantenni a metter su famiglia, della cittadinanza ai piccoli immigrati che crescono e il mistero Consip quotidiano, due notiziole scientifiche dovrebbero almeno preoccuparci: 1. spuntano almeno altri 10 (dieci) pianeti abitabili e il nostro Dna potrebbe decidere di modificarsi a nostra insaputa così da renderci adatti alla vita su altri pianeti.

Per me son contenta di un fatto: sono fra gli ultimi umani che han passato l'intera vita sulla Terra, con lo strano privilegio di vederla tracollare da Paradiso Terrestre a Pianeta delle mosche.
Per voi, non so: la "sovranità se n'é bella che andata, il mondialismo manderà a puttane anche la Terra e voi umani non vi potrete chiamare più.
Già vedo in giro strani bipedi con i quali ho sempre meno in comune, a parte due gambe, due braccia, due occhi, due orecchie e due buchi nel naso. E non è detto che si tratti di buchi che usiamo per identiche funzioni.
Di alberi se ne vedono sempre meno (agli umanoidi sembrano uno spreco di spazio altrimenti edificabile), i fiumi servono per la produzione di energia o di catastrofi ambientali, l'aria viene impregnata di sostanze tossiche sì, ma necessarie per continuare a trasformare gli umani in mosche da emigrazione planetaria.
E' stato bello, finché era bello.
Ma come si sa, tutto passa, e siamo ormai verso la fine. 
E quando questa Terra esploderà come un melograno maturo spargergendo i suoi abitanti come semini sanguinolenti per la galassia, di me verranno sparse al più delle ossa ormai micronizzate, unica traccia che di me rimarrà di un'attuale vagheggiata eternità.

Poi, per chiuderla con le mosche che resistono al Vape e sterminerei con il Ziklon B, mi dico: non si tratterà di droni miniaturizzati il cui compito è registrare come vive l'ultima umana standard prima che la modifica del Dna la trasformi in cinguettante umanoide che retwitta disperati appelli non capendo di essere già vittima dei ragni?

sabato 27 febbraio 2016

La città delle mosche

Avendo con le mosche un conflitto sempre aperto, potete immaginare il mio sollievo nel leggere ieri sera la pagina che segue. 
Scritta da Joseph Roth per il Frankfurter Zeitung il 12 ottobre 1926, e riportata nella raccolta Viaggio in Russia, mi sono ritrovata a immaginare le battaglie da musca-killer che avrei dovuto fare lì, in quegli anni, perdendole ovviamente tutte.
"Senza questa pasticceria non avrei potuto lavorare: per scrivere, la materia prima più importante è il caffè. Le mosche, invece, sono superflue. Eppure erano sempre lì, mattino, mezzogiorno e sera. Le mosche, non i pesci, costituiscono il novanta per cento della fauna di Astrachan. Non servono proprio a niente, non sono oggetto di traffici, nessuno vive di mosche; ma loro vivono di tutti. In fitti sciami neri ricoprono cibi, zucchero, vetri delle finestre, piatti di porcellana, avanzi, cespugli e alberi, pozzanghere e letamai, e perfino tovaglie del tutto spoglie, sulle quali un occhio umano non riesce a scorgere nutrimento di sorta. La minestra rovesciata che ha impregnato la tovaglia, anche quando ormai asciugata da un pezzo, le mosche riescono a succhiarla dalle molecole della stoffa come da un cucchiaio. Sui camiciotti bianchi indossati qui dalla maggior parte degli uomini le mosche si posano a migliaia, sicure e trasognate, non volano via quando il loro ospite si muove, restano due ore sulle sue spalle, sono esseri senza nervi le mosche di Astrachan, hanno la calma dei grandi mammiferi, o forse dei gatti, e dei loro nemici nel mondo degli insetti, i ragni...
Mi meraviglia, e anche mi ricresce, che i ragni, questi animali intelligenti e umani, non vengano in fitte schiere ad Astrachan, dove potrebbero entrare utilmente a far parte dell'umana società. A dire il vero in camera mia vivono otto ragni crociati, animali silenziosi, intelligenti, gentili compagni delle mie notti insonni. Di giorno dormono nei loro abitacoli. Sul far della sera vanno a occupare i loro posti di guardia - due, i più importanti e pericolosi, nelle vicinanze della lampada. A lungo e pazientemente stanno a guardare mosche ignare, con le zampe sottili come capelli salgono su funi fatte di niente e di saliva, tessono e stanno all'erta, fanno attorno a una preda un giro largo, larghissimo, si attaccano con destrezza alle minime protuberanze sabbiose della parete, lavorano con impegno e sagacia - ma, com'é magra la loro ricompensa! Mille mosche ronzano nella stanza, vorrei che di ragni velenosi ne arrivassero ventimila, un esercito di ragni! Se restassi ad Astrachan li alleverei, dedicherei più cure ai ragni che al caviale.
Ma gli abitanti di Astrachan si interessano soltanto al caviale. Le mosche non le sentono neppure. Stanno a guardare quegli insetti diabolici mentre divorano la loro carne, il loro pane, la loro frutta, e non alzano un dito. Ma sì, le mosche gli passeggiano sulla barba, sul naso, sulla fronte, e loro conversano e ridono amabilmente. Nella pasticceria hanno rinunciato a ogni forma di lotta contro le mosche, non chiudono nemmeno più le vetrine, le nutrono generosamente a forza di zucchero e cioccolato, le viziano addirittura. La carta moschicida, che è stata inventata da un americano, e che io odiavo più di ogni altra benedizione della civiltà, mi appare ad Astrachan come un prodotto nobile e umanitario. Ma in tutta Astrachan non c'é una sola striscia di quella preziosa materia gialla. Nella pasticceria domando:" Come mai non avete della carta moschicida?". La gente accampa dei pretesti e risponde:" Ah, se lei avesse visto Astrachan prima della guerra, solo due mesi prima della rivoluzione!" - E' l'oste che lo dice, e anche il commerciante. Dare man forte alle mosche è il loro modo di opporre resistenza, una resistenza passiva. Un giorno o l'altro questi animaletti divoreranno la grande Astrachan, col suo pesce  e il suo caviale..."
Qui le storiche ma inutili battaglie 1 2 e 3 della blogger moschicida con l'insetto nostrano.