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venerdì 1 gennaio 2021

La dichiarazione di Freud

L’11 maggio 1933 i giornali riportarono la notizia del grande falò di Berlino nel quale erano stati arsi i libri di tutti gli autori ebrei e di molti autori non ebrei, ma antinazisti. La manifestazione nazista, conclusa con un discorso di Goebbels, si era svolta secondo un rituale: prima di buttare nel fuoco i libri di un autore o di un gruppo di autori veniva fatta - da uno studente o da un membro delle SA - una specifica, una dichiarazione. Quella che precedette il rogo dei libri di Freud proclamava: 

“Contro l’esaltazione della vita sessuale distruttrice dell’anima - e in nome della nobiltà dello spirito umano - offro alle fiamme gli scritti di un tale Sigmund Freud”.

In ottobre Freud scriveva a Zweig (Arnold n.d.b.): 

“Ho avuto una trombosi coronarica, ma sono ancora vivo…”

Nel dicembre del 1937 Freud aveva scritto:

“Il governo è cambiato, ma la gente è la stessa, totalmente all’unisono con i fratelli del Reich nel culto dell’antisemitismo. Ci stringono sempre più alla gola, anche se ancora non ci strangolano”

L’11 maggio 1938 Freud scrisse nel diario:

“Finis Austriae. Il 13 Anschluss alla Germania. Il giorno dopo Hitler a Vienna”.

Roth, in La Cripta dei cappuccini, narra che l’ultimo dei Trotta, quando i nazisti arrivano a Vienna, si rifugia tra le tombe della famosa cripta imperiale alla ricerca di una pace che sia l’ultimo momento di una fuga senza fine.
Se ai tedeschi furono necessari cinque anni, agli austriaci bastarono cinque giorni per diventare altrettanto fanatici e violenti.

Scrive Carl Zuckmayer che era casualmente a Vienna in quei giorni:

“L’inferno ha aperto le sue porte e ha dato via libera ai suoi spiriti più bassi, più ributtanti e più impuri. La città si è trasformata in un incubo, in una visione degna di Hieronymus Bosch, e l’aria è piena delle grida incessanti, selvagge, isteriche di uomini e donne. Tutti costoro non hanno più faccia, assomigliano piuttosto a ceffi stravolti: alcuni dall’ansia, altri dalla delusione, altri ancora da un trionfo selvaggio e pieno d’odio”.

Le scene di violenza e brutalità nei confronti degli ebrei durarono giorni e giorni. Molti furono assassinati. Altri, come Egon Friedell, alla vista dei nemici, si buttarono dalla finestra. Nella primavera ben cinquecento ebrei austriaci scelsero il suicidio. 

In casa Freud la polizia fece irruzione più volte. Non toccarono il vecchio professore, ma Martin fu convocato ripetutamente al quartiere generale della Gestapo e Anna fu arrestata e trattenuta per un intero giorno. Al suo ritorno a sera esplose l’angoscia della famiglia. Nel diario Freud scrisse solo: “Anna bei Gestapo”. In un primo tempo resistette alle pressioni di coloro che volevano emigrasse: vecchio e malato, voleva morire a Vienna. Alla fine le pressioni di amici e conoscenti prevalsero: arrivò la notizia che Londra aveva dato il permesso, ma passò tutto il mese di aprile perché il visto di espatrio fosse concesso.

Prima di partire gli fu intimato di firmare una dichiarazione in cui, secondo Jones (neurologo e biografo di Freud), era scritto:

“Io, il prof. Freud, qui dichiaro che dopo l’annessione dell’Austria al Reich tedesco sono stato trattato dalle autorità tedesche e in particolare dalla Gestapo con tutto il rispetto e la considerazione dovuti alla mia fama di scienziato, che ho potuto vivere e lavorare in piena libertà, che ho potuto continuare a svolgere le mie attività nel modo che più desideravo, che da questo punto di vista ho trovato pieno appoggio di persone interessate e che non ho il minimo motivo di lamentarmi”.

Firmò il testo che gli era stato preparato e chiese di aggiungere una frase:

                “Posso vivamente raccomandare la Gestapo a chicchessia”

- Da La Grande Vienna ebraica - di Riccardo Calimani -  Bollati Boringhieri - 2020

 

Quando non resta più una sola possibilità di intendersi col nemico, l'ironia può ancora colpirlo senza che se ne avveda. 

La violenza del potere è stupida per definizione, per questo è impossibile sperare di salvarsi dalla tirannia in altro modo che con la fuga.

venerdì 8 febbraio 2019

Di tutti i futuri possibili, questo...

Ho passato (quasi) la notte a vedermi il video di una conferenza che si è tenuta a Firenze lo scorso maggio 2018. 
Relatori: Fritjof Capra (Il Tao della fisica) e Stefano Mancuso (Plant Revolution). 
Titolo: Futuro vegetale.

La sera prima avevo scoperto (nel senso che non la conoscevo) Erica Poli, Psichiatra, Psicologa e Counselor, particolarmente ferrata e brava nel parlare di neuroscienze e neuropsicobiologia, riuscendo a essere semplice e comprensibile a chiunque. 
Nel video, a un Tedx a Reggio Emilia, parla di Codice Umano:  dalla Genetica all'Amore (il video dura circa 16', vedetelo, vi farà sentire bene). 

Poco dopo stavo pensando: come si concilia la bellezza di tutto questo con quest'altro?
O con questo?
O con questo?
Se è certo che l'evoluzione è un fatto personale, e se è vero che questa evoluzione è frutto anche di ambiente e contesto in cui vivi, è purtroppo altrettanto certo che chi vive immerso in un mondo culturalmente fermo alla legge del taglione e della savana, proprio per quei fattori ambientali/culturali, se portato a vivere nel mondo occidentale di Fritjof Capra e Stefano Mancuso, avrà serissime difficoltà ad ambientarsi. Con esiti drammatici per lui e per quelli che gli devono forzatamente convivere insieme senza comprendere il suo totale disadattamento.
Penso spesso che certi drammatci fatti di cronaca, che vedono sempre più spesso autori di efferati delitti dei migranti senza legge e allo sbando totale, siano la misura di questo profondo disallineamento fra la cultura dalla quale provengono e quella nella quale sono arrivati a vivere senza poterla comprendere fino in fondo.
Sono due mondi in rotta di collisione forzata.
Arrivano a comprendere la moda, i mezzi tecnologici, i soldi, cioè la superficie del mondo occidentale che li abbaglia e, sempre più spesso, inganna ormai gli occidentali.
Non comprendono il processo storico e culturale che a questo mondo dei lustrini occidentali fa da fondamenta, fondamenta invisibili ma ben delineate e sempre più spesso sconosciute appunto anche agli stessi occidentali, i quali però le hanno comunque nei loro invisibili mattoncini del Dna e nel profondo della loro memoria ancestrale.

Così succede che, non potendo comprendere ciò con cui devono confrontarsi, fanno affidamento alla cultura di provenienza: lo stupro (dicono certi magistrati che li assolvono) non è da loro considerato un reato. Il considerare le donne esseri inferiori, che vanno negate coprendole come sacchi della spazzatura a tutela dei loro stessi peccaminosi pensieri. E la cosa difficilmente trattabile è questo negarle, questo coprirle per difendersene, che è da loro considerato una questione religiosa, quindi insindacabile. 
La legge del taglione, la decapitazione, la lapidazione sulla pubblica piazza sono pratiche di legge accettate e condivise anche da chi le subisce, così come possiamo immaginare che questi mondi arrivino nell'ipocrita occidente cambiando valori che nella loro mente considerano leggi divine?
Non c'è modo.

Poi c'è appunto quest'altro: che un occidente europeo pavido e ipocrita, un occidente che nega l'evidenza dell'impossibilità di far convivere due mondi che si stanno agli estremi opposti, ricamandoci sopra questioni di diritti e opportunità senza nemmeno farsi sfiorare dalla questione delle questioni, valida sempre: se è vero che tutti hanno diritto ad evolversi, e che tale opportunità di una migliore qualità di vita va data a chiunque, è altrettanto vero che per portare chi arriva dritto dalle caverne al mondo che esplorano Capra e Mancuso, sarà gioco forza portare per un po' nelle caverne l'evoluto occidente che con le caverne del taglione, delle donne nel sacco e delle mannaie in metropolitana sono sempre più obbligate a convivere.

Il dramma in atto è che mentre una parte del mondo ci lascia intravvedere la possibilità di una vita pieni di senso e di bellezza che grazie a filoni di ricerca sempre più ci avvicina alla profondità del nostro essere in potenza microscopiche cellule di luce divina, nella nostra quotidianità, in quello stesso mondo, ci sentiamo minacciati da un regresso all'ignoranza più truce al punto che finiamo impietriti a difenderci da minacce fisiche e culturali che risvegliano in noi terrori per la sopravvivenza di ciò che siamo. Paure che pensavamo di aver relegate nella memoria più profonda e invece le sentiamo risalire alla coscienza e paralizzare in noi ogni spinta in avanti, verso quell'esistenza piena di bellezza e senso che sappiamo possibile.
Negarla, quella memoria che risale alla coscienza, è già una regressione e un'apertura alle possibili cataratte di una nuova violenta lotta per la sopravvivenza del più forte.
Cioè del meglio armato contro il meno preparato a vedere i germi di quella violenza che già gli aleggiano intorno.
Eppure, una cosa dovremmo averla imparata, noi che ci dilettiamo di Yin e Yang, di Consapevolezza e Yoga, di leggi dell'attrazione e fantasmatiche virtù purificanti di diete vegane o respiriane, noi che ce la spassiamo a tentare di comprendere cosa sia arrivare alla ricomposizione dell'equilibrio in un Uno che Tutto comprenda: se ammettiamo l'esistenza del Bene, che vogliamo tutti raggiungere al più presto, necessariamente e implicitamente ammettiamo l'esistenza del Male, che è l'altro lato della stessa medaglia.
Negare che il Male esista è già un piccolo indizio che qualcosa nella nostra logica non funziona tanto bene.

I Capra, i Mancuso, le Poli sono i miei fari nella notte buia che stiamo vivendo.
Ma sono appunto fari nella notte.
Poi arriva il giorno, e non so negare ciò che vedo e sento e provo, leggendo di poliziotti presi a mattonate in faccia da immigrati, di donne stuprate da migranti assolti da magistrati che riconoscono loro la legge del tribale selvaggio il quale non sa, non può sapere, che le donne non si stuprano.
Leggo di pensionati aggrediti per strada e minacciati con coltello alla gola per rubargli un telefono o pochi euro, e mi prende lo sconforto sapendo che chissà, un altro magistrato assolverà pure quel delinquente perché, povero, lui non sa che qui non si fa.
O come quello che ha assolto lo spacciatore perché non ha altre fonti di reddito (ma se a spacciare è un italiano pensionato nessuna pietà, chè per lui la legge è più uguale che per il selvaggio).
O quando leggo di cristiani massacrati in giro per il mondo e di un Papa che si vergogna della croce che mimetizza in un logo astruso per andare a parlare di colloqui interreligiosi con capi di paesi islamici che infibulano le loro donne e le rinchiudono sotto palandrane nere per evitarsi tentazioni, come se Dio le avesse fatte davvero inferiori e peccatrici, così mi chiedo che razza di dialoghi interreligiosi vada a fare uno che per primo nega perfino il simbolo della sua stessa religione della cui chiesa è poi il capo supremo.
Cose brutte, che ti fanno chiedere perché mai di tanti possibili futuri sognati ci si debba oggi arrabattare per tenere insieme questo e temendone uno perfino peggiore di qui a non molto.
Nonostante vi siano oggettive e concrete possibilità di altri diversi presenti e futuri, nonostante vi siano viventi e attivi fra noi magnifici sognatori di mondi e futuri bellissimi che sono già qui...

domenica 9 dicembre 2018

Cretini 2 (i cretini non finiscono mai)

La tragedia di Corinaldo, con i ragazzini morti da una parte e lo sproporzionato numero di biglietti venduti rispetto alla capienza del locale dall'altra, mi ha fatto tornare in mente un simile rischio vissuto da co-protagonista.
Era il 1° giugno della torrida estate del 2003, e quel giorno si apriva al pubblico per la stagione estiva la piscina, e l'annesso parco, dove all'epoca lavoravo.
Responsabile di segreteria, che si stesse mettendo male l'avevo intuito fin dall'apertura del cancello d'ingresso: alle 9.40 (l'impianto apriva alle 10) trovai già ad attendermi una dozzina di persone piuttosto scalmanate (per via del caldo e un'errata idea degli orari di apertura, concedo...).
Aperta la segreteria, la coda non si è mai fermata.
Alle 13.30, quando di solito c'era un calo di ingressi per via della mezza giornata utile che si pagava comunque a prezzo pieno, avevo già esaurito tutti i biglietti disponibili e stavo andando in panne per via del fatto che niente, nemmeno una pipì...
Dalla piscina mi chiamano per segnalarmi che c'era troppa gente rispetto al previsto unico bagnino (la stagione precedente non si erano mai superate le 500/600 presenze max), così iniziai a telefonare a tutta la lista di bagnini per cercarne almeno un secondo: a fatica, essendo tutti fuori servizio, riuscii a reperirne uno e a farlo arrivare dopo suppliche e perghiere che neanche a Lourdes (i bagnini fuori servizio hanno anche una vita, non è che stanno a casa ad aspettare che li chiami in emergenza).
Alle 14 era previsto un cambio turno, ma data la situazione chiamai intorno all'una la collega che doveva prendere servizio per supplicarla di arrivare il prima possibile: stavo davvero rischiando di farmela addosso, non potendo mollare la segreteria con la coda di gente irritata e nervosa (sempre per via del caldo, vado a concedere: se state a uno sportello rassegnatevi, non siete più umani di un robot per nessuno...).
Biglietti: non potevo inventarmeli, e però mandare via gente mi era impossibile: mi stavano già minacciando per l'attesa in coda, come se la coda gliel'avessi procurata io giusto per far loro dispetto, e al tentativo di negare un ingresso ho rischiato un linciaggio.
Chiamai l'amministratore per chiedergli che diavolo avrei dovuto fare. Ideona del genio: "Manda x (la sostituta che stava arrivando) a farsi prestare un blocchetto di biglietti alla piscina di...(altra gestita dalla stessa società).
Verso le 15.30, ormai in 2 allo sportello, finalmente la coda iniziò a scemare e dovevo fare almeno una prima chiusura di cassa prima di lasciare alla collega il proseguire fino a chiusura serale.
Capienza piscina: 800 persone.
Biglietti venduti: 1300 c.a.
Due bagnini, uno dei quali arrivato in soccorso dopo 3h di apertura e mille persone dentro all'impianto: se non è successo niente è forse solo perché quel giorno ho chiamato a soccorso molti potentissimi santi locali.
Il guaio è questo, sperimentato in quell'impianto molte volte: non c'é modo di far ragionare sulla sicurezza la gente: se gli dici che l'impianto non può ricevere più di un tot di persone, la mettono sul personale, e ti azzannano.
Dici loro che in vasca non puoi far nuotare più di 10 persone per corsia (ideale è 8), e ti azzannano.
Dici che in vasca si entra con cuffia e ciabatte dopo essere passati sotto la doccia e appena non li guardi se ne fregano.
Dici loro che nel prato della piscina non si possono portare i cani, che tanto meno i cani possono entrare in vasca, e niente, il loro cane è buono e io cattivissima (un giorno ho dovuto chiamare i carabinieri perché una si era portata il cane nascosto dentro la borsa e avevo la fila di bagnanti che se ne venivano a lamentare per via dell'igiene: meglio non v i dica le scene successe quel giorno alla presenza dei carabinieri, roba da film comico: i cani si sa, sono più che umani...e fanno una pipì più santa di quella dei neonati...)
Se parli loro di igiene sono sempre tutti d'accordo, ma solo se si parla dell'igiene altrui: loro sono pulitissimi (non vi racconto cosa trovavano le inservienti che pulivano gli spogliati per non farvi tornare su il pranzo domenicale), si sono fatti la doccia anche ieri, la cuffia gli rovina i capelli e tanto loro mica mettono la testa sott'acqua (ovviamente la loro pelle non si desquama mai, non perdono mai alcun capello, e comunque c'é il cloro, che igienizza tutto (se igienizzasse "tutto", uscireste squamati e con la pelle che cade a brandelli dopo 10' di immersione, sappiatelo...).
Il giorno dopo: alle 5 arriva all'impianto l'uomo della manutenzione quotidiana (abitualmente controlla i filtri, controlla l'emissione della percentuale di cloro in acqua, pulisce il fondo e igienizza i bordi, normale manutenzione insomma): nella vasca il fondo del giorno prima ha un centimetro di fango, letteralmente. Galleggiano inoltre rami, foglie, erba. Sui filtri, che non filtrano più nulla, chili di capelli, un paio di slip. parecchi kleenex.
Il prato pare reduce da una riedizione di Woodstock: carte, bicchieri, lattine, ciabatte singole, fazzoletti, giornali abbandonati, ecc. 

Può stupirmi che la discoteca di Corinaldo abbia venduto più biglietti (e fatto entrare più ragazzini) di quanti fosse autorizzata a contenerne?
Per niente.
Ciò che invece mi stupisce è che ci siano genitori che consentono a ragazzini di 14/15/16 anni di andare in discoteca per un concerto (demenza del concerto a parte) che all'una di notte non è ancora iniziato.
Ma dove hanno la testa? Che senso di responsabilità hanno nei confronti dei figli? Qualcuno glielo spiega che non è questione di fiducia nei figli, ma di condizioni per cui quella fiducia risulta di default malriposta.
I gestori della discoteca vanno puniti, ovvio, e però è inutile fare quel che sempre si fa in questi casi: chiudere il locale per qualche mese per poi riaprirlo imponendo sulla carta numeri di capienza più contenuti (pare che al locale in questione fosse peraltro già successo).
Il punto è che ci sono business dove non c'é fattura elettronica che tenga, dove fare incassi è più importante che garantire la sicurezza e controllare che i numeri dei biglietti venduti corrisponda al massimo al numero di capienza è una pura illusione: o gli metti i tornelli numerati con blocco automatico al raggiungimento dei limiti previsti o niente, i numeri sono moneta sonante in più che arriva come una manna alla quale è difficile resistere.
Ed è inutile anche fare i moralisti della domenica: provate voi a bloccare gli ingressi quando davanti avete un'orda di gente che di sicurezza e regole non ne vuol sapere: o li menate di brutto (e siete un dittatore fascista) o vi lasciate tentare dall'ingresso in più che vi elimina la coda scalpitante e aumenta il volume di contante della serata (diventando sul momento dei buoni, ma alla fine essendo sempre dei coglioni).

Per me, ve lo dico: dove entra la folla io non entro più da tempo.
La folla è demente a prescindere, sempre: il cretino che fa la cazzata va messo in conto, e se si è mentalmente onesti se ne mette in conto più d'uno, così ecco che avete la risposta al cosa fare: state lontani dagli assembramenti e diffidate di chiunque vi faccia entrare in un locale dove non si potrebbe "solo" per farvi un favore.
L'esperienza di 4 anni a uno sportello, tutto sommato e solo in apparenza meno pericoloso di quello di una discoteca, mi ha insegnato che nessuno è più cretino e potenzialmente pericoloso di quello che ti chiede di fargli un favore facendolo entrare, contravvenendo con questo alle regole di sicurezza o di igiene: se ne incrociate uno che vi fa (o vi chiede) un simile "favore", tirategli subito un cazzotto, vi farete meno male che a cedere. 
Ne ho rischiati parecchi, di cazzotti, per aver imposto, nei limiti delle mie competenze, il rispetto delle regole per igiene e sicurezza.
Non è stato mai facile, subire le incazzature deliranti di gente normalissima e perbene che davanti a un no si rivela una belva disposta a sbranarti per aver osato, proprio a lei, "io che sono un/una cliente!", dire no, non posso, mi lasci il numero di telefono e se si libera un posto la chiamo.
Niente, l'italietta del lei non sa chi sono io e del la prego mi faccia un favore è forse la bestia più infida dalla quale non riusciamo davvero a liberarci.
Le conseguenze sono quelle note: i morti di Corinaldo di questi giorni, ma ci metto sul conto anche quelli per la valanga di Rigopiano, quelli del Ponte Morandi e tutti quelli che vi vengono in mente ripensandoci un po': morti la cui ragione si trova sempre dalle parti del favore, del pressapochismo, del tanto non cadrà, del mica nevicherà così tanto da...

mercoledì 24 ottobre 2018

Bio e multikulti

Produrre noi stessi meno rifiuti è semplice solo a tavolino.
Mi sto arrovvellando sui miei: fra tutti (qui c'é differenziata spinta) i due che non riesco a far scendere di volume sono carta (riciclabile) e PLASTICA (eterna)!
La plastica è una dannazione, il volume aumenta a dismisura ed è inversamente proporzionale (sperimentato) alla capacità di spesa: nei discount, tutto è imballato con la plastica. Compri due schifi di zucchine e hai una vaschetta avvolta nella pellicola. Compri due panini gommosi e hai sacchettino di plastica più gancetto che lo chiude in plastica e ferro.
Mi ero detta tempo fa che sarei andata sempre al mercato, ma non uso più l'auto se non per distanze che la richiedono: come ci vado al mercato? O consumo benzina, gomme, olio ed emetto gas di scarico per 6 chilometri per comprare 2 zucchine, o compro quel che trovo al discount che raggiungo a piedi e mi plastifica la vita e la pattumiera.

Comunque, nei tempi lunghi, è meno inquinante il gas di scarico dell'auto o la plastica da imballaggio?

In sintesi, sto realizzando che la povertà mi rende colpevole anche (non solo) di inquinamento ambientale, e non è bello, perché la mia plastica aumenta, aumenta, aumenta, e...qui di sicuro mi arriva il bio estremo, quello con il podere e il campo, che mi racconta delle sue zucchine coltivate nell'orto e raccolte con le sue manine e no, non ce la posso fare, vade retro...

E' che il discount deve ridurre i costi, mi dico, così niente verdure fresche da pesare e solo roba già pesata e imballata, a costi tali che mi son chiesta spesso se nei miei acquisti incidesse più la materia prima o la plastica, sull'irrisorio prezzo di vendita.

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La plastica, mi sono risposta: perché la zucchina la produce la terra e la raccoglie lo schiavo al ribasso, mentre la plastica inquina già in fase di produzione e però aumenta il fatturato delle multinazionali che sulla produzione di materie plastiche campano distribuendo grassi dividendi. Quindi la plastica è sacra, non si tocca, meglio mazziare me e le mie zucchine imballate.
Non sono colpevole, è che tanto più sono povera tanto più sono in realtà la vittima di scarto del mercato e della finanza globale. Mi potete addossare qualunque cosa, in quanto povera non ho voce in capitolo su nulla.


Fossi almeno benestante, potrei atteggiarmi a salutista, andare al mercato in bici (con cestino d'ordinanza), mangiare solo zucchine bio della filiera corta, quelle che passano dal campo (di pinocchio, perché i campi veneti a novembre non producono zucchine) alla mia chicchissima sporta di tela ecologica.
Poi, dato che se fossi bio sarei anche multikulti, amerei viaggiare per conoscere altri popoli e altre culture, così salterei su svariati aerei all'anno per andare nei deserti meno battuti, nelle jungle abitate da tribù che riciclano tutto tutto tutto (cioè il niente che basta loro per vivere) o negli affollati e coloratissimi paesi orientali da dove potrei atteggiarmi a gastrofighetta postando foto di prelibate cavallette fritte chiamandole esoticamente oriental street food.
Però pochi/nessuno mi additterebbero come inquinatrice compulsiva dei cieli per gli aerei che mi scarrozzano in giro per il globo: viaggiare è un'attività standard per i bio e i multikulti, e mi si potrebbe solo invidiare e se mai prendere a esempio di come si vive eticamente.

Invece, dato che sono povera e ho molto tempo a gratis da passare sul divano mangiando pastasciutta a sbafo (con le due zucchine di cui sopra), mi chiedo: ma inquina più la zucchina cellofanata o lo scarico aereo di kerosene? Il kerosene è l'inquinante più noto rilasciato da volatili, credo...
Mi sa che comunque aveva ragione quel tizio il quale sosteneva che inutile farci illusioni, siamo comunque destinati all'estinzione da eccesso di consumo e inquinamento . 

L'unica, secondo lui (e secondo me), è scegliere di consumare il meno possibile, smettere proprio di viaggiare, di pensare al cibo come divertimento (il proliferare dei gastrofighetti ci seppellirà di avanzi di cucina, digeriti e non), di andare al cinema (il cinema bisogna produrlo, e produrlo inquina, il teatro no, meno...), reintrodurre l'uso di maglioni in casa così da limitare al massimo l'uso del riscaldamento, smettere di pensare che andare in barca sia da fighi amanti della natura (figo è Corto Maltese, fatto di carta e inchiostro), smettere di usare 'sta scatola con tastiera (l'inquinamento prodotto dall'uso e abuso di computer e internet ci sta avvicinando alla figata del 5G, il killer silenzioso che tutti i gegni attendono con ansia, e poi non ce ne sarà più per nessuno, tutti cyborg di default, con codice a barre nel certificato di nascita...).
Tempo fa il mio sogno era di andare a vivere gli anni del mio declino psicofisico sull'Himalaya, da qualche parte lì intorno, a fare la guru tutta misticismo e natura.
Mi sono ravveduta in tempo, per mia fortuna, scoprendo che da quelle parti è ormai intasato di arzilli giovani vecchietti occidentali, tutti in cerca di Illuminazione però con quel minimo di comfort che può consentire oggi una pensione decente e una connessione wi-fi in tasca. Senza wi-fi vivono al massimo 3 giorni (di pena), ma a raccontarlo sui social poi pare come il superamento di un'avventura estrema.
Senza orizzonti e al minimo, sto imparando ad accettare che la plastica non posso azzerarla io, che essere bio e multikulti non è così ecologico come può sembrare a prima vista e che, a conti fatti, il mio divano è quanto di più mistico e a costi contenuti mi necessiti.

Poi, contrariamente a quel che può sembrare, è tutto ciò che serve a chiunque per arrivare all'Illuminazione (l'interruttore è a portata di mano, basta allungare il braccio ed è un attimo...). 

In più, leggere non inquina, ascoltare Schubert mi disinquina, camminare mi disintossica.
Posso ben perdonarmi, credo, visto il mio risparmio su benzina, kerosene e grilli fritti, le due zucchine imballate del discount che aumentano il volume della plastica nella mia pattumiera. 
Il problema a monte non posso risolverlo io, quello a valle è solo una conseguenza triste del prezzo che costa la religione dello spread servito risveglio, pranzo e cena e sbandierato da bio e multikulti come il più feroce dei fustigatori del risparmio.
Loro.
I poveri non hanno risparmi, solo zucchine plastificate.

domenica 16 settembre 2018

Dis-integrarsi

"L'Italia è un contributore attivo dell'Unione. Ma mi sono sempre rifiutato di considerare questi rapporti sul piano del dare e avere, anche perché i benefici dell'integrazione non sono quasi mai monetizzabili interamente. Non è attraverso il calcolo contabile che si definisce il vantaggio che l'Unione assicura a tutti i suoi componenti" - PdR Sergio Mattarella al vertice di Arraiolos, per discutere il futuro dell'Ue con i 13 presidenti dei paesi europei. (Fonte)
Se non è questione di vile denaro, ma di benefici quasi mai monetizzabili interamente, provi per una volta a elencarci almeno questi.

Poi, giusto per fare la micragnosa, pure sui benefici dell'integrazione avrei da dire la mia.
Una su tutte: la parola "integrazione" mi inizia a sembrare a senso unico: noi italiani pare ormai siamo costretti a integrare tutto e tutti.

E c'è un problema di misura, nell'integrare qualcosa con un'altra. 
Quando ciò che si vuol integrare supera il livello di saturazione, si hanno due possibili effetti: o le due cose si trasformano in una terza che non ha più nulla a che vedere con le prime due, o il composto "impazzisce", sbrocca, non è più né la prima né la seconda, solo un ammasso informe di materia disgregata che neanche con la colla si riesce più a compattare.

E tocca buttare via tutto.

Per me, quel punto è assai vicino, stiamo impazzendo, e lì si vedranno le reali intenzioni di chi continua a criminalizzarci per l'istintiva ostilità di chi di integrare integrare integrare proprio non ne vuol più sapere.

mercoledì 22 agosto 2018

Sospesi

Mi arrivano notizie di seconda mano su Marian Bratu, uno degli operai delle Acciaierie Venete rimasto ustionato sul 90% del corpo a seguito della caduta della colata d'acciaio fuso lo scorso maggio.

"Gli hanno amputato ancora un po' di piede (una prima parziale amputazione qualche tempo fa, per via di un'infezione inevitabile, date le condizioni). Sembra difficile fermare la cancrena. Comunque lo tengono sedato per la maggior parte del tempo, ogni tanto lo svegliano così che possa salutare moglie e figli...Dal vetro..."
"Dal vetro..." mi fa subito pensare a una camera sterile dove per forza dev'essere ricoverato nel reparto di terapia intensiva dell'Ospedale di Padova, vista l'ustione gravissima sulla maggior parte del corpo, e il rischio conseguente di infezioni. 

Ma mi fa pensare anche agli astronauti, questo "Dal vetro...". 
Quelli che appaiono ai familiari, in certi film sugli astronauti, dove sul vetro di uno schermo appare la loro tremolante immagine dopo aver viaggiato per chilometri e chilometri attraverso lo spazio-tempo che li separa dalla Terra. Quel vetro che li fa vivi come memoria per la famiglia di ciò che sono e forse non sono già più. 
Come ectoplasmi evocati appaiono, parlano e sorridono alla famiglia che li attende e li ama per rassicurare che sì, ci sono ancora, anche se non ci sono.
Astronauti che sono della Terra senza però calpestarla più, senza calpestare più nemmeno la sterile navicella spaziale dove vivono nutrendosi di cibi che non sono cibo e però sorridono sorrisi tremolanti e vaghi che sono loro e non sono più loro. 

Sospesi in un punto lontano del cosmo che forse un giorno torneranno sulla Terra o forse si perderanno nello spazio interstellare.
O forse, anche dopo che la navicella sarà nuovamente ammarata sulla superficie di qualche terrestre mare esotico, ne usciranno come ri-partoriti da acque amniotiche che li restituirà alle famiglie nuovi come non sono mai stati neanche prima di nascere perché nati due volte, come certi mitologici esseri partoriti più volte mai uguali a se stessi.

In questi giorni di ponti che crollano, di famiglie sloggiate da casa loro per venir trasferite come pacchi senza colpa ma puniti lo stesso, di migranti sospesi in una capsula nel porto dalla quale non possono scendere per essere ri-partoriti alla nuova immaginata vita, ripensare a Marian Bratu mi aiuta a rimanere sulle tragedie vicine, così da avere almeno un metro di misura del collasso di un mondo che sembra sempre lo stesso e non lo è già più.

Un tempo, quello in cui vivo, dove nulla pare più reggere a nulla, dove tutto o crolla o sopravvive in condizioni di sospensione spazio-temporale.
Come fosse tutto lì, sul limitare di un precipizio dal quale forse ci si potrà salvare e forse no.
E mi pare di poter cogliere il senso di quel principio per cui nulla di ciò che vive è stabile, tutto passa, tutto si trasforma e ci trasforma, quello per cui nessuno rimane mai davvero uguale al se stesso che pensava un giorno di essere e nonostante le migliori e più convinte intenzioni.

Pare comunque che in generale Marian Bratu si stia riprendendo, stando a quel che dicono su Il Mattino di Padova lo scorso 13 agosto 2018. 
Ma rimane gravissimo, e sospeso in quella capsula dove vive fra una sedazione e l'altra.

Lo penso, penso alla sua famiglia, penso ai suoi sogni prima che tutto quel che gli è successo lo trasportasse d'urgenza nella capsula asettica dove si trova, quella dove di tanto in tanto lo svegliano perché saluti la famiglia per poi tornare a sedarlo.

Chissà dove vive mentre dorme come un astronauta separato dal mondo da un vetro come se fossero chilometri e chilometri.
Gli invio inutili (forse) sogni lenitivi, sogni guaritivi, sogni che aiutino il suo corpo a ripararsi e al suo spirito di guarire la ferita profonda che il mondo del bisogno di guadagnarsi il pane gli ha così terribilmente inferto.

Sospesi lui e tutti noi, i diciottini, i ricoverati dal crollo e gli sfollati da una casa amata che faranno crollare e io stessa, sospesa fra un prima e un dopo, fra un di quà e un di là, fra un mondo di sopra e uno di sotto, fra i sogni e il dolore della caduta delle illusioni, fra la Terra e l'infinito cosmico.

Come tante capsule viaggianti nello spazio, forse ognuno trova il modo di vivere rinchiuso nel proprio bozzolo protettivo, sospeso ognuno a modo suo in attesa di un risveglio che forse verrà e nel quale, se verrà, ci scopriremo in ogni caso molto diversi da com'eravamo quando pensavamo di essere eterni, invincibili, convinti che "volere è potere", tranne poi quell'attimo fatale, dal quale se usciamo vivi ci infiliamo in una capsula asettica dove poter sopravvivere senza più illusioni sul "volere è potere".

Torno nella mia capsula del tempo con la mia copertina preferita, quella asettica ma non innocua di Possessione, di Antonia S. Byatt, quella con l'effige ectoplasmatica di un volto ottocentesco di un libro che sto rileggendo per la quarta volta e mai come ora mi è sembrato così vivo e appassionante.
(quella che rilegge oggi non è la stessa che l'ha letto per la prima volta anni fa: fra quel giorno e ora, molte altre letture e molti altri eventi mi hanno cambiata, indubbiamente arricchendo la mia capacità di comprendere tutti i misteriosi sottotesti disseminati nel libro dalla Byatt e affinando la mia convinzione che la lettura è una bellissima capsula del tempo, senza vetro però...)  

giovedì 7 giugno 2018

Sentenze europee

Da Il FQ
“Le donne sono più stupide, è giusto che guadagnino meno”.
Lo aveva sostenuto davanti a tutto il Parlamento Europeo l’eurodeputato polacco Korwin Mikke, suscitando in mondo visione lo sdegno dell’universo femminile e la riprovazione del presidente Antonio Tajani che gli comminò il massimo della sanzione sospendendolo. A distanza di un anno e mezzo il deputato polacco, fondatore del partito euroscettico e ultraconservatore Congresso della Nuova Destra e che sedeva tra gli indipendenti, si rifà e con gli interessi: se il Parlamento europeo lo sanziona il Tribunale di Strasburgo lo “assolve” e “riabilita”, nonché risarcisce, nonostante l’impegno della Commissione a contrastare la discriminazione femminile (anche salariale) in tutti i Paesi comunitari. E com’era composto quel collegio di giudici? Da cinque uomini e una sola donna.
Che a stabilire chi è intelligente e chi no sia un cavernicolo, passi: è così dalla notte dei tempi e nessuna legge estirpa il seme di ogni ingiustizia per il solo fatto di esserci.
Non mi interessa nemmeno che il cavernicolo sia di destra: cavernicoli che sparano cazzate ne abbiamo sparsi un po' ovunque.
Preoccupante è invece che certe radicate convinzioni da trogloditi te le ritrovi certificate oggi dal Tribunale Europeo.
E mica me la prendo perché il cavernicolo mi ritiene “stupida” inquantodonna, no: di cosa pensa di me un simile poàreto m'interessa zero, dei suoi pensieri chiedete a lui.
Mi preoccupa invece, e non poco, il fatto che sia lo stesso Tribunale di Strasburgo a certificare, con una sentenza assolutoria e pure risarcitoria, che il tasso di intelligenza delle donne lo stabiliscono i cavernicoli.
E che una volta stabilito e certificato che chi è più stupido può essere retribuito di meno, si apra la via alle retribuzioni in base al tasso di intelligenza, stabilita questa da chi ha più muscoli che neuroni attivi.

Già non è che in quanto a retribuzioni siamo in Unione Europea messi benissimo.
Già abbiamo quelli che il giorno prima difendono l'immigrazione selvaggia con la motvazione che se "non ci fossero gli immigrati i pomodori ce li dovremmo raccogliere noi" e il giorno dopo, al morto ammazzato pagato 2€ l'ora a tirar via pomodori (o kiwi, non cambia) nei campi, fingono di non averlo fino a oggi mai saputo, il come poi li impiegano come mussi da lavoro nei campi, quegli immigrati senza diritti dei quali il Paese non può fare a meno per ragioni "umanitarie".
Ovviamente gli stessi che da una parte scoprono l'acqua calda del caporalato sugli immigrati a 2€ l'ora quando ne ammazzano uno, nulla dicono su tutti gli altri che ci lasciano le penne per il lavoro massacrante e la vita disumana.
Nè, a dimostrazione che l'intelligenza è una discriminante il cui valore è stabilito da cavernicoli, nulla hanno da dire se poi gli immigrati sui campi non ci vogliono andare a morire di stenti e fatica e si danno a un più lucroso e meno rischiso spaccio, perché viviamo nel mondo di Bengodi dove si versano lacrime da perpetua sui poveri che fanno comodo per farci letteratura ma si sa, i delinquenti vanno protetti e anzi, dimostrano (ed è così) un livello di intelligenza apprezzabile e quindi non punibile.

Ma questa della stupidità che vale meno retribuzione è perversa e allarmante più di ogni altra perversione.
Date tempo a questa Unione Europea di tradurre in pratica il concetto che le donne valgono meno, e quindi possono essere pagate di meno, e le donne europee finiranno a dover lavorare gratis nei casini dell'Unione al solo costo di un piatto di minestra finché durano, ché tanto di donne in miseria ne abbiamo ormai da buttare.
Se passa pure l'etichetta che in quanto stupide le donne valgono meno, avremo bello che pronto lo sdoganamento del diritto di ogni maschio ad avere un proprio harem, con bambine e nonne obbligate a camminargli due passi dietro e a tenersi pronte a servirlo in ogni modo richiesto e, al primo rifiuto, botte da orbi, ché tanto gli stupidi, si sa, non sentono il dolore.
Avanti con questa sentenza europea, e tremo al pensiero delle lapidazioni in piazza per insegnare a tutte le donne che la loro vita vale meno di quella di un cane da passeggio, che va invece coccolato nutrito e protetto, perché si sa, i cani sono più intelligenti degli umani.
Bazooka, in Unione Europea, ne abbiamo? 
Lanciafiamme?
Un po' di Agente Orange ne è avanzato dal Vietnam?

lunedì 28 maggio 2018

La Grecia è vicina...

La situazione odierna mi ricorda il momento in cui Tsipras e Varoufakis, forti di un Referendum, andarono decisi e preparati a trattare con la troika, uscendone il primo piegato a 90* e il secondo incazzato ma a cavallo della sua moto.

Salvini e Di Maio hanno preparato un programma di Governo, lavorando con un'impegno e trasparenza mai viste in questo Paese da che ho memoria; si sono presentati al Presidente della Repubblica con la lista dei ministri e pronti a governare, e quello li rimanda a casa perché il Ministro per l'Economia da loro indicato non va bene alla troika.
In sostanza, quello è...
Mica c'entra il nome, non sarebbe andato bene nessuno, si sapeva fin da prima delle elezioni che M5S, e peggio la Lega, non sono graditi ai "mercati".

Nel giro di pochi minuti però, il Presidente della Repubblica, chiusa la porta in faccia al possibile governo uscito dalle urne, incarica chi?
Cottarelli, cioè uno che ha dato le dimissioni dall'Fmi giusto per essere pronto a fare il lavoro richiesto dai "mercati".

Cottarelli nel 2015 era nel board della troika, in forza al Fmi, quando questa si presentò in Grecia per finire quel lavoro di "successo" tanto apprezzato dall'altro capo di Governo "neutrale", quello del 2011.
Com'é messa la Grecia oggi basta cercare notizie in rete: mangiata viva e risputata moribonda e svenduta a pezzi al miglior offerente.
Non le elezioni, non i referendum: i mercati. I schèi. La robba da rubare.
Questo, nient'altro...

Bene hanno fatto quindi Di Maio e Salvini a non volere un Governo se non a condizione di poter rispettare le promesse fatte in campagna elettorale.
Potevano fare qualunque nome, sarebbe finita uguale.

Quand'anche avessero proposto un nome gratido alla troika, arrivati a Bruxelles per riparlare dei "trattati", sarebbe finita come al duo Tsipras-Varoufakis: ormai è o troika o morte.
Cioè, morte in ogni caso, a meno di essere "i mercati" o "i risparmi degli italiani".
E se non hai risparmi, nn hai che la presa per i fondelli dell'andare a votare democraticamente.

Insomma, questa è l'Unione Europea e questa è l'Italia: il Paese cui si fanno solo offerte che non può rifiutare.

Buon Cottarelli a tutti! 

Titolo su Il FQ (con "i risparmi degli italiani" che lo spread si continua a mangiare nonostante Cottarelli garante Fmi/troika):

Governo, i leader Ue chiedono stabilità. Merkel: “Anche con la Grecia di Tsipras fu difficile, poi ci accordammo”

"...Ci accordammo..." è il promemoria delle "offerte che nessuno può rifiutare" che aiutano la troika che piega ogni resistenza grazie all'effetto Stanza 101

sabato 6 gennaio 2018

Vladimir Korolenko. La Patria russa di 100 anni fa e la Patria ai tempi dell'UE

Vladimir Korolenko - Su Russie Vedemosti il 15/17 agosto 1917 -Riportato da un pezzo pubblicato sul numero speciale di Internazionale Extra n° 1 dedicato alla Rivoluzione russa.


“…Per troppo tempo il nostro popolo è stato separato dall’intelligentsija, per troppo tempo è vissuto senza un pensiero collettivo. A sua volta, l’intelligentsija democratica è vissuta per troppo tempo isolata, senza condividere il suo pensiero con il popolo. Oggi che il muro di violenza è crollato, l’intelligentsija rivoluzionaria è, per volere della sorte, a capo del movimento popolare. Con tutti i meriti di una lunga lotta, con tutte le lacune del suo pensiero minoritario, è diventata subito il cervello del suo popolo, il pensiero che determina la volontà. 

Ma insieme a molte cose necessarie e utili per la nuova vita del popolo, parte dell’intelligentsija ha portato con sé anche un pregiudizio contro la patria. 

Questo pregiudizio sostiene che tra patria e umanità c’é un’insanabile contraddizione, e postula che si può servire l’umanità senza servire la patria, e che anzi per questo bisogna rinunciare alla patria. 
Così quel carattere che inizialmente aveva dato alla nostra rivoluzione una unità e una forza insormontabili, ha cominciato a vacillare ed è scomparso. Il centro del sentimento popolare, la patria, ha smesso di essere al servizio dell’unità. 
Dopo aver detto parole importanti a favore dell’umanità, molti di noi hanno deciso di aver già fatto tutto il necessario, hanno pensato che le parole erano già diventate carne, che l’umanità comune era diventata una forza attiva in grado di esonerarci dal difficile impegno per la patria e per la libertà.  
Abbiamo immaginato che le parole fossero sufficienti, e abbiamo pensato di non dover fare altro che entrare nel tempio dell’umanità futura, dove ci attende un futuro felice senza fatica e senza sforzi.
E il popolo ha creduto alla bella notizia, tanto più che quest’idea lo liberava da un difficile eroismo e sostituiva gli interessi della patria con gli interessi di classe.
Un errore spaventoso, fatale, lo stesso in cui tanto spesso è caduto il falso patriottismo del passato.  

Abbiamo immaginato di essere alla guida dell’umanità progressista solo perché abbiamo rinunciato alla nostra patria. 
Ma limitandosi a negare non si costruisce niente. Abbiamo visto che le patrie rimangono ancora il modello più elevato delle associazioni umane. Non rinunciare alle patrie, non distruggere questi scrigni della futura unità, ma renderle indipendenti e forti, giuste e libere, pronte a nuove associazioni: questo è il compito che è emerso chiaramente in tutti i congressi internazionalisti.
Ma noi abbiamo seguito una strada inversa, e alla fine di questa strada c'é la rovina.  

Rinunciando alle grandi comunità già realizzate dall’umanità, non andiamo avanti, ma indietro, regrediamo dall’unità alla disgregazione. Su questa strada ci attende un altro mostro, indicato con l’ennesima parola straniera, con cui la Russia, per sua disgrazia, dovrà fare i conti. 
E’ la parola anarchia. 
Letteralmente significa assenza di potere. 
E’ la perdita di quel centro che dirige la forza popolare e dà armonia e viva unità a tutte le singole aspirazioni. 
Basta che sparisca definitivamente, basta che si affermi l’idea che la patria non è necessaria, che non riguarda tutto il popolo ma solo certe classi, e la vita dell’intero paese tornerà indietro
Invece del difficile e grande lavoro di creazione di una nuova vita comincerà la disgregazione
Prima per regioni, poi per ceti e classi, in base a interessi separati e inconciliabili. 
A questo seguiranno le tensioni interne e poi si scateneranno gli istinti peggiori, il saccheggio e il banditismo.
Alla fine di questo spaventoso sfacelo, e forse della scomparsa dell’organismo vivo dello stato, c’é il ritorno a un passato cupo. 

L’anarchia è la guerra di tutti contro tutti all’interno della stessa patria.
 

Non so se sono riuscito a realizzare il compito che mi ero prefissato all’inizio di queste mie note, cioè parlare delle più importanti questioni del nostro tempo in modo comprensibile sia alle persone colte sia a quelle meno istruite. Ma se sono riuscito, almeno in parte, a chiarire l’idea centrale di queste parole, se riusciranno a generare un dubbio riguardo a punti di vista troppo miopi, se indurranno alcune persone a prendere coscienza dell’importanza della patria, risvegliando in alcuni cuori il vecchio, sacro e doveroso sentimento dell’amore per la patria, allora riterrò di non aver riflettuto inutilmente su queste tormentose questioni della nostra terribile epoca.
Vladimir Korolenko era uno scrittore russo, nato nel 1853 a Zitomir, in Volinia, e morto a Poltava nel 1921. Da giovane aderì al movimento dei narodniki, i populisti, e fu arrestato e deportato in Siberia. Sostenitore della rivoluzione di febbraio, fu invece molto critico verso il bolscevismo. In italiano è disponibile Il sogno di Makàr (Imagaenaria 2011).

martedì 19 dicembre 2017

Al (sul) tappeto

Poco meno di un mese fa, dopo una lunga giornata disseminata da chiare premonizioni, verso le 8 di sera sono collassata.
Sentendomi venir meno, nel lasciarmi cadere sono perfino riuscita a guidarmi lentamente sul tappeto evitando gli spigoli del tavolo.
Dopo, cioè adesso, nulla è come prima.
Ma lì, in quei pochi attimi, in quei pochi secondi, ho provato una sensazione di abbandono del corpo e della mente che potrei perfino definire un satori, una sorta di improvvisa illuminazione: tutto in me era finalmente in pace.
Nessuna paura, niente di niente, solo un dolce lasciarmi andare al tappeto senza peso, come una piuma che scivola dopo una lieve danza nell'aria.

Mi chiedevo da giorni se scriverlo oppure no, sono cose così intime da aver difficoltà io stessa a comprenderle per me.

Forse perché dopo, quando ho riaperto gli occhi sentendo suonarmi in testa una sorta di campanelli tipo quelli che nei film suonano quando al robot si staccano tutti i sensori, è iniziata la paura.
La paura, in alcuni momenti, non è solo per la nuova consapevolezza che questo mi può succedere, ma anche per la sensazione di leggerezza e pace provata in quei pochi secondi.

Come quando una volta, salita su una seggiovia in montagna, ho vissuto il tragitto verso la cima, sospesa nel vuoto e attratta dalla bellezza del mondo di sotto.

Come le vertigini mi fanno paura per l'attrazione che provo verso il vuoto, il ricordo di quel momento di pace mai provato prima è scolpito in me come l'iscrizione su una porta verso un mondo sconosciuto che continua a dirmi:
"Non c'é nulla di cui aver paura nel lasciarsi andare oltre quella porta. La paura sta tutta al di qua..."
Non avrei dovuto scriverlo, lo so.
Però se ti capita di sperimentare una sensazione così bella e misteriosa, come si fa a tenersela per sé?

Sono scivolata sul tappeto e sto lentamente rialzandomi, vado lenta e però piena di stupore e con una nuova amletica domanda: perché riaperti gli occhi mi suonavano i campanelli nelle orecchie come fossi un robot cui avevano staccato i fili?

Non cerco risposte che in me, è questo che mi distrae da ogni Etruria, da ogni piddino e da ogni altra cosa del folle mondo in cui viviamo.

Poi ve lo dico, non farà molta differenza il trovare o meno le risposte.
So che esiste in me memoria di una pace senza più domande.
Credo per un po' mi basterà.

giovedì 16 novembre 2017

News da una binge reader

Qualche giorno fa Marilù scriveva (circa) in un commento in coda all'ultimo post:"...Sono preoccupata, va tutto bene? E' da un mese che non posti più nulla...".
 

Una specie di sveglia ha iniziato a trillarmi nelle orecchie mentre, fino a lì, nonostante già qualcun altro mi avesse fatto più volte la stessa domanda, non avevo ancora davvero realizzato che, niente, da pubblicare sul blog non mi veniva che qualche vaga idea destinata a rimanere allo stato di bozza.

Così ho iniziato a chiedermi che diavolo mi stia succedendo, perché negli ultimi tempi sbirci la rete in modo molto distratto e peschi le poche notizie da Twitter, così da farne una rapida indigestione e passare subito ad altro.

Cosa?

Ora, non so che tipo di lettori siano i pochi followers che arrivano a leggere questo blog, ma una cosa di me come lettrice l'ho capita: temo di essere più una binge reader, cioè una lettrice affamata (be angry, be foolish?), che una produttrice di post convinta.

In quest'ultimo mese, ad esempio, sono stata così immersa nella lettura da nemmeno rendermi conto se fuori fosse ancora giorno o già notte. 

Negli ultimi 10 giorni poi, uno via l'altro e senza pause, ho letto 5 libri e almeno 1.800 pagine, credo, levandomi dal divano solo per organizzarmi un caffè, un pasto iperveloce, stendere la biancheria dalla lavatrice, poco altro. 
Milleottocento pagine circa, alcune delle quali a caratteri microscopici come se ne trovano ormai solo nei vecchi libri che si trovano usati alle bancarelle.
Vero è che quando leggo non conosco parenti, come si dice: rispondo controvoglia a pochissime telefonate, evito di lasciarmi travolgere dalle poche notizie in rete e, se non per qualche compulsivo tweet che placa in poche battute la mia attività sui social, l'unica mia attività è quella del voltar pagina.

Non so se anche ad altri succeda, ma per me leggere è per lo più leggere compulsivamente, senza freni inibitori, senza troppe pause, senza distrazioni. A volte leggo per ore, mettendomi in pausa solo quando crollo dal sonno o quando, purtroppo, mi squilla una telefonata cui non posso evitare di rispondere.

Non sempre, ovvio, non con tutte le letture è così; spesso, anzi, fra un libro impegnativo e l'altro, mi rilasso con la lettura di qualche romanzo più leggero, ma sempre restando sul pezzo.
E negli ultimi 4/5 anni, il mio pezzo sono letture prodotte o ambientate fra fine '800 e inizio '900 del secolo scorso.
Se poi l'autore o il libro parlano dell'est europeo, dell'Asia Centrale o Centro Occidentale, sparisco da questo mondo per catapultarmi in quello a cavallo del secolo scorso immaginandomi per giorni di vivere in quell'area come se quella fosse l'unica casa che riconosco come mia casa ideale.

Il perché da qualche tempo mi sia presa questa patologia da Novecento credo di iniziare a capirlo solo ora: che si tratti di un libro di storia, di una autobiografia, di un saggio o di un romanzo, ogni autore che parla o è vissuto in quel periodo, aggiunge di volta in volta dettagli e tasselli che mi dicono meglio di ogni pezzo attuale cosa sta (forse) succedendo nella stessa area geografica oggi.
Mi pare cioè di poter comprendere il mio mondo solo immergendomi in quel mondo di ieri* che più lo frequento più mi si rivela decisivo (il libro di Zweig citato, Il mondo di ieri, è stata una delle letture più appassionanti in tal senso degli ultimi anni).

Ma non solo Zweig.
Decisivi sono stati sicuramente i libri di Hopkirk, e su tutti Il Grande Gioco, dal quale forse la patologia è per me iniziata; ma altrettanto appassionanti sono stati poi Andrić (Il Ponte sulla Drina, Cronaca di Travnik, ecc), Montenegro di Tomašević, Abbiamo quaranta fucili compagno colonnello di Sándor Kopácsi (sui giorni della rivolta d'Ungheria del '56) e l'immenso (in ogni senso), I Fantasmi di Mosca (Hotel Lux e La confessione di Sveto) di Enzo Bettiza.
Ecco, Bettiza è la mia scoperta novecentesca più recente (anche se l'autore è mancato solo pochi mesi fa, è per me un autore novecentesco a pieno titolo).
Fino all'inizio di quest'anno di lui non avevo mai letto assolutamente niente, poi è stata una Caporetto: da allora, sono a più o meno tutto Bettiza, e tutto a rotta di collo, finito un libro sotto l'altro, come se non ci fosse un domani o avessi quaranta fucili signor Colonnello puntati alla tempia per esaurirne la produzione letteraria e giornalistica in tempi record.
Come molti autori per me "di confine", cioè quegli autori che si son trovati a nascere in un mondo di ieri, quello dove ancora esisteva l'Impero austro-ungarico i quali, poi, nel giro di un batter di ciglia della storia, si son trovati ad essere stranieri nella patria di origine ed eterni esuli in quella di adozione e nel mondo in generale, Bettiza mi si è rivelato una fonte inesauribile di notizie, dettagli e piccole o grandi storie che vagano fra la sua natìa Dalmazia, allora asburgica, e quell'Europa del Primo Dopoguerra che mi pare essere stata crogiuolo e fucina di ogni vecchia e nuova ingiustizia sociale.
Ha poi una conoscenza pressoché enciclopedica sul mondo slavo, e sovietico in particolare, il che mi aiuta a unire i puntini, fin qui ancora un po' sparsi.

In più, ha quella elegante e bella scrittura che riscontro ormai solo negli autori nati o vissuti in quel periodo (o prima), forse perché allora la bella scrittura era importante quanto una buona educazione e il vestire appropriato, cose tutte che oggi non contano quasi più, e invece...Non sono anche queste cose che vanno scomparendo, un segno della civiltà che stiamo asfaltando?.
 

Scrivere, oggi, poi, a forza di scuole di scrittura e redazione di contenuti attrattivi per la lettura sul web, si sta riducendo sempre più a un'essenzialità che sfiora la sterlità. 
La necessità di produrre testi semplici e sintetici, che somigliano sempre più a spot promozionali lunghi, pare ridurre sempre più ciò che viene pubblicato (sul web ma anche su cartaceo), a una razionale esposizione occhieggiante alla psicologia della vendita (del pezzo), togliendo dai testi tutto ciò che nella lettura poi, invece, è ciò che appassiona.
O almeno, è ancora ciò che appassiona la binge reader che è in me: via le descrizioni dettagliate dei personaggi (ché finisci altrimenti per annoiare quanto un classico russo, che infatti io adoro), estremamente dosate le descrizioni degli ambienti (c'é qualcosa di più rilassante e piacevole delle minuziose descrizioni dei salotti proustiani o delle "confessioni" di Sveto in Bettiza?), parchi nel divagare sull'humus sociale in cui il racconto si va a sviluppare (impagabile, sempre in Bettiza nei Fantasmi di Mosca, la descrizione della Vienna e di Monaco negli anni prima della Seconda Guerra Mondiale), l'eccesso di concentrazione sull'obiettivo finale sgrassa via tutto il godibile della lettura.

Ecco, lo vedete? Più leggo e meno m'importa di essere sintetica, di non annoiare chi legge pur sapendo che sul web si hanno sempre tempi contigentati come dovessimo tutti, dopo ogni pezzo, prendere un treno, mentre veniamo invece solamente rimbalzati da una lettura all'altra come utili palline del flipper (altra cosa che non compare più nei libri odierni, il flipper, e che avrebbe invece ancora tutto un suo mondo da descrivere), facendo di noi alla fine solo dei consumatori di notizie e di pagine riproposte da mille altre pagine, ognuna delle quali cerca una propria visibilità e attrattività mentre, ogni giorno di più, tutto mi pare diventare fuffa che ripropone fuffa e della quale non mi resta che una vaga e informe sensazione di confuso nulla.

Con alcune eccellenti pagine, va detto, i cui autori sono delle vere e proprie perle in un mare di pèoci.

Poi c'é questa altra cosa: il web mi risulta sempre più uno spartiacque fra il mondo di ieri* e quello di (forse) domani.
Come se, penso a volte, dopo le Torri Gemelle del 2001, a portarmi oggi qui, avesse contribuito non poco proprio la progressiva invadenza della vita sempre più dematerializzata che, ormai alle battute finali, pare far assumere sempre più al web la funzione di una pompa aspirante il cui scopo è trasferirti armi e bagagli sul cloud, risputandoti lì quale rieducato e adattato ectoplasma perfetto per la vita nel futuro mondo di Papalla.
Da quegli anni a cavallo del secolo scorso che mi appassionano segregandomi sul divano per intere giornate, è come fossi arrivata qui, oggi, senza accorgermi che fra una guerra mondiale e l'altra, fra l'illusione di una libertà di costumi e d'espressione, fra una disintegrazione violenta dell'ex Jugoslavia e quella ancora in itinere nei paesi arabi che si affacciano sul Mediterraneo, non mi fossi mai resa davvero conto che a ogni torre, a ogni confine, a ogni barriera culturale e mentale che veniva abbattuta, io finivo sempre più imbrigliata dentro una rete collosa dove gioco il mio ruolo di bit utile al compimento di un cambiamento di stato nel quale non avrò più alcuna voce né alcuna importanza quale umano, solo come identità virtuale ectoplasmatica soggetta alla legge universale dettata dal Grande Fratello (FB+Big G + ecct?).

Ciò che mi sembrava all'inizio del 2000 una straordinaria apertura di nuove opportunità, un'aggiunta di libertà, una fantastica possibilità di interagire con chiunque nel mondo e un mezzo per poter gratificare la mia sete di letture e notizie si rivela oggi, sempre più, invece, a guardare le cose misurandole da quel lontano inizio secolo scorso, una vera e propria tela di ragno nella quale, una volta catturata come una delle tante mosche che vi sbattono volontariamente contro, non lascia più fuggire nessuno neanche disertandola.
Questo mondo virtuale che doveva aggiungere informazioni e scoperte, è ormai un obbligo sociale e civile, necessario com'é per occuparsi delle molte incombenze quotidiane e sociali, è diventata una grande trappola. 
E quel che doveva essere divertente è ormai una mera produzione di traffico dati che potenzialmente qualcuno un giorno userà, analizzerà, valuterà e spenderà senza riconoscermi nulla.

Era comunque per dire cosa sto combinando mentre sparisco dal blog: collego fili, connetto ragionamenti e tesso anch'io una mia tela di supposizioni sul mondo che verrà e, in alcuni momenti non belli, mi pare di vedere che però sono già, appunto, in un mondo parallelo virtuale operativo e in funzione, nonostante alcuni dettagli ancora in fase di rifinitura nei cantieri periferici dei server o nelle leggi ormai prodotte apposta per regolamentare la vita del web e quindi la mia.

Per ora, a volare via verso l'ultimo libro di Bettiza, Corone e Maschere. 

Poi vi saprò dire.
Forse.
Chissà.
Vedremo.

lunedì 18 settembre 2017

E se votassi il partito dei cani?

Ieri mattina, alla vicina area di sgambamento cani, arrivano due giovani coppie, ognuna con relativo bimbo e cane.
L'area è impraticabile per vie delle copiose piogge di questi giorni, ragion per cui i 2 cani vengono fatti entrare nell'area e i 4 genitori si accocolano lungo la rete esterna, dove si vanno a posizionare prontamente i cani (che non sgambano per niente, ma in compenso vi depongono poderose cacche), insistendo i genitori affinché i pargoli facciano un po' di moine ai cani con la lingua sbavante tra le maglie della rete.
Uno dei due bambini proprio non ne voleva sapere: circa 3 anni (forse due e mezzo), continuava ad allontanarsi provando delle corse in solitaria lungo il marciapiede adiacente.
"Vieni qui, vieni a fare le coccole a (Pucci? Mucci? Frisky? chi se lo ricorda...)".
Riportato alla base, il bimbo veniva quindi forzato a infilare il ditino nella rete per farselo leccare dal cane sbavante, solo che non appena eseguito quanto (a forza) richiesto, il piccolo tornava a darsela a gambette levate verso il libero marciapiede da esplorare.

Una mezz'ora di rappresentazione del futuro canino che ci aspetta: i figli portati fuori con il cane e costretti a dimostrare un gioioso affetto verso l'animale anche quando l'istinto li porterebbe a sperimentare l'improvvisa libertà di poter correre per sbucciarsi le ginocchia.
(Ma i bambini si sbucciano ancora le ginocchia? O non si usa più?)

Leggevo in questi giorni del nuovo Partito Animalista di Vittoria Brambilla, che se ricordo bene l'aveva già minacciato più volte in passato e in questo sostenuta, allora come ora, dall'amico B., dotato all'epoca di un bianco Dudù, molto fotogenico e molto chic, del quale però non so più niente (tempo fa mi pareva di aver letto che aveva poi dovuto sbarazzarsene per ragioni di salute...povero Dudù...).

Stasera, ripensando ai bambini di ieri e alla Brambilla di oggi, ho ricordato un mio vecchio post sull'amore contrastato fra umani e animali ("gli animali sono meglio degli umani", si diceva), e mi chiedevo quanti fossero oggi in Italia gli animali domestici, vista la mia sensazione di un progressivo aumento di cani (e relative cacche) in giro per il paese.

Secondo un pezzo pubblicato da Linkiesta, Eurispes nel 2016 parlava di 60 milioni di animali domestici, fra i quali circa 7 milioni di cani, 7 milioni e mezzo di gatti, 30 milioni di pesci rossi, 13 milioni di uccellini vari, più tartarughe, roditori, iguana e rettili. 
Nel 2012 erano circa 5 mln i cani, 5mln e mezzo i gatti. 
Circa + 2 milioni di cani e + 2 milioni di gatti in 5 anni.
Per dire... 
(e non voglio indagare il volume d'affari del settore, ché già a marzo del 2012 si attestava intorno ai 10 mlrd e mezzo di euro)

E' evidente che se facciamo meno figli, ci diamo in compenso sotto con gli animali da compagnia (anche se mi riesce difficile considerare "da compagnia" un iguana o un serpente qualunque, ma chi sono io per giudicare i gusti altrui?).

Poi, a quel che ho visto appunto ieri mattina, in caso arrivino dei figli, questi vengono educati a condividere le attenzioni dei genitori per l'animale di casa il quale, avendo esigenze diverse, in qualche modo detta l'agenda: si porta fuori il figlio per portare fuori il cane, o viceversa?
E se scappa il cane e devi rincorrerlo, molli il figlio per salvare il cane?
E se scappa il figlio, lo rincorri con il cane al guinzaglio o fai liberi tutti e ci si ritrova a casa quando volete ché son stufa di corrervi dietro?

Arrivando al punto, mi chiedevo: ma se quelli che amano gli animali domestici, quelli che l'unico amore vero è quello del cane o del gatto, votassero tutti il Partito della Brambilla?

Lei, per come la vedo io, è una furba di gran talento: fatti due conti a spanne, anche raccattasse metà dei voti dei proprietari di cani o gatti, avrebbe di che andare fiera di sé in Parlamento.
Poi, dato che non siamo nati ieri e non veniamo giù dai monti con la piena, è abbastanza scontato pensare a una strategia a tenaglia: lei raccatta voti dagli animalisti, B. ne raccatta altri a destra e a manca, vista la penosa situazione politica in cui ci troviamo, e mettendoli insieme fanno cappotto.
(Renzi, vai che ti saluto volentieri...)

Poi non dite che non vi avevo avvisati.

P.S. Nel caso ve lo chiedeste, ve lo anticipo e così si va avanti spediti: dovessi decidere di perdere quella mezz'ora per andare ai seggi delle prossime elezioni, voterei senz'altro la Brambilla: ne abbiamo viste di ben meno preparate... 
Poi, cani per cani, almeno quelli col pelo si accontentano di un osso finto per giocare.
Gli altri, quelli che il pelo scarso se lo radono, e sono parecchi, continuano a spolparti anche molto dopo che non è rimasto più nemmeno il midollo da succhiare.
E infine, sai che bello tornare ai vecchi scandali sulle olgettine e le feste eleganti?
Sarà anche stato un po' retrò e forse poco istituzionale, d'accordo, ma almeno si aveva qualcosa di cui parlare la domenica e, fin lì, più o meno, qualche scampolo di istituzione ancora l'avevamo. O no?
Oggi, di che vuoi più parlare, senza sentirti cadere in un vortice di depressione nel giro di pochi minuti?

Sì, stavamo meglio quando ci pareva di stare peggio.
Ma, come sperimentiamo da sempre, al peggio non c'é mai fine.
Quindi, scusate, ma al punto (tragico) in cui siamo, a me un po' di varietà con cani e un po' di succoso gossip retrò non farebbero troppa cattiva impressione.

lunedì 11 settembre 2017

16 anni dopo, Shiva il Danzatore

"Hanno buttato giù le Torri del World Trade Center di New York. Non l'hai saputo?".

Solo in quel momento, catturata più dal tono della voce che dalla notizia, mi fermo e chiedo di cosa stesse parlando, il collega. 
Non avendo idea se parlasse di qualche film andato in onda alla tv poco prima di arrivare al lavoro, o cosa...
Mi spiega che no, alla tv facevano vedere gli impatti degli aerei sulle Torri Gemelle, che queste venivano giù come fossero castelli di sabbia, che dentro le Torri c'erano migliaia di persone, che venendo giù le Torri come polvere investivano di detriti anche quelli che sotto scappavano in uno scenario apocalittico.
La sera alle 8 avevo una lezione di yoga:" Non guardate quelle immagini, non fatevi condizionare da ciò che vedete. Ho parlato nel pomeriggio con un maestro indiano che vive negli Stati Uniti: dice che ciò che è accaduto, ciò che sta accadendo, è una bugia, un incantamento delle coscienze che non corrisponde alla verità, che è necessario attendere a mente lucida per conoscere un giorno la verità".
Cinica e pacifista a modo mio, ho faticato a capire il senso di ciò che mi stava dicendo, la mia insegnante-guru.
Ho pensato anzi:" Sì, ok, ora ci raccontiamo che è Māyā, il mondo delle illusioni, che tutto ciò che nasce è destinato a morire e pertanto nulla deve turbarci perché è Lila, il gioco dell'Universo, e tanto vale staccarsi dall'illusione del contingente e rilassarsi con una bella seduta di yoga".
Insomma, nulla di tutto ciò è reale, quindi distraiamoci.
Ancora non avevo visto una sola immagine alla tv e già qualcuno mi metteva in difficoltà su cosa avrei dovuto pensarne quando le avessi viste: da una parte l'autentico scossone emotivo del papà di un bambino, alla segreteria del centro sportivo dove allora lavoravo, che per primo mi aveva comunicato un fatto di cui non comprendevo il senso, e poi l'agitazione preoccupata del responsabile impianto, che in qualche modo aveva scosso la mia imperturbabile concentrazione sul lavoro più per come ne parlava che per ciò che mi andava dicendo. 
Dall'altra, la mia guru spirituale che mi premoniva di non credere a ciò che avrei visto, qualcosa che un guru ancora più lontano e avvolto in un'aura di fantomatico misticismo aveva detto a lei, mi provavano a convincere che nulla era come sembrava, così che avrei dovuto interpretare la cosa come una sorta di magheggio il cui scopo era precipitare il mondo in uno stato di illusione fantasmagorica.
Solo il giorno dopo vidi per la prima volta le immagini in tv, e poi per giorni non riuscii a staccarmene, rapita da un senso di irrealtà che mi precipitava emotivamente in uno dei peggiori incubi che la mia mente avesse potuto fin lì concepire (e ne so concepire di tremendi).
Dei consigli della mia guru francamente non ne avevo più mempria già dopo un quarto d'ora di tv, tanta era la "fame" di capire davvero che stavo incollata lì, immobile e stordita, a cercare qualcosa che non potevo capire davvero.
Negli anni, da allora, ho visto quintali di filmati, lette migliaia di parole, scavato nella rete ogni qual volta emergeva un nuovo dettaglio, una nuova ipotesi, l'opinione di qualche esperto, di qualche studioso, di qualche giornalista fuori dal gioco e che per anni ha continuato a scavare e ad analizzare fotogramma per fotogramma quelle immagini, per provare a dare un senso all'assurdo.
Oggi, 16 anni dopo, l'idea che me ne sono fatta è perfettamente aderente allo strampalato consiglio arrivatomi dopo poche ore via guru americano: nulla di ciò che avevo visto alla tv era ciò che sembrava, tranne i morti.
Quelli, come poi ho imparato a capire, sono sempre veri.
Vere sono spesso anche le scenografie, i "fondali", la composizione teatrale della rappresentazione.
Falsi come il demonio i racconti ufficiali sui fatti, veri quanto può esserlo una commedia, falso quanto può esserlo ogni opera di fantasia a teatro.
Tutto, ora mi è più chiaro di sempre, è davvero māyā: parole, pensieri, racconti, immagini, distraggono la mente dalla realtà oggettiva, al punto che questa arriva a confondersi, oscurata com'è da tutto ciò che non sono i fatti osservati senza frastornarli di pensieri o giudizi.
Illusionismo, inganno, māyā.
Ciò che consola è la certezza che nel gioco di Lila danza Shiva, il creatore e il distruttore di ogni cosa.
Come ben ne descrive la simbologia Heinrich Zimmer in Myth and Symbols in Indian Art and Civilation:
"I suoi gesti sfrenati e pieni di grazia evidenziano l'illusione cosmica; l'aleggiare delle sue braccia e delle sue gambe e l'ondeggiare del suo tronco producono - anzi sono - la continua creazione -distruzione dell'universo, dove la morte è in perfetto equilibrio con la nascita, l'annichilamento è l'esito del venire in essere"
Sulla simbologia della danza di Shiva, Coomaraswamy scrive più preciso in The dance oh Shiva:
 "I vari significati della sua danza sono espressi dai particolari di questa figura complessa e vivida. La mano destra superiore della divinità tiene un tamburo per simboleggiare il suono primordiale della creazione, la mano sinistra superiore regge una fiamma, l'elemento della distruzione. L'equilibrio delle due mani rappresenta l'equilibrio dinamico di creazione e distruzione nel mondo, reso ancora più evidente dalla calma e dalla serenità del volto del Danzatore, al centro tra le due mani, in cui la polarità di creazione e distruzione è dissolta e trascesa. La seconda mano destra è alzata nel segno del "non temere", e simboleggia la conservazione, la protezione e la pace, mentre l'altra mano sinistra è rivolta in basso verso il piede sollevato che simboleggia la liberazione dall'incantesimo della māyā. Il dio è rappresentato mentre danza sul corpo di un demone, il simbolo dell'ignoranza umana che dev'essere sconfitta prima che possa raggiungere la liberazione.