mercoledì 24 aprile 2013

Nothing compare 2U

Da qualche giorno sto imbambolata a guardare quello che ormai, in ufficio, è per tutti "il mio albero". Lo scorso luglio non pioveva da troppo tempo e le misere aiuole del piazzale, fatte di materiale di risulta appena ricoperto da un sottile strato di terra fangosa, erano secche, ormai prive d'erba, totalmente disidratate.
Vi hanno piantato degli alberi, di quelli che ora piantano anche nelle città, con poco fogliame, ché l'ombra non serve e gli alberi devono essere solo decorative intuizioni estetiche a zero manutenzione, che costa.
Erano tutti molto provati dalla siccità, questi alberi veri delle aiuole finte, ma c'era quello appena sotto la ringhiera della scaletta che porta all'ufficio che era proprio messo male.
Le foglie erano accartocciate, secche e marroni, e l'albero ormai a un passo dal morire. 
Le radici non pescavano niente, evidentemente: poca terra in quel punto, zero pioggia e forse troppi laterizi a ostacolarne la discesa in profondità.
Lo guardavo e soffrivo. 
Un giorno, ore tre del pomeriggio, sotto una canicola infernale, ho detto basta, ora scendo a dargli acqua. 
Tutte a dirmi no, Ross, non si da l'acqua alle piante a quest'ora, ché poi muoiono. 
Perché, stava forse allegramente a prendere la tintarella, intanto? 
Insomma, ho rovistato nel cestino della plastica, trovata una bottiglia, riempita d'acqua al rubinetto e sono scesa, in due o tre giri, a bagnare le radici, lasciando scorrere l'acqua vicino vicino al piccolo tronco e lasciandola assorbire lentamente prima di versarne altra, tanto era tutto secco. 
Così per giorni, e ormai era diventata la storia dell'ufficio, tutte a prendermi in giro pronosticando la morte sicura dell'albero grazie al mio intervento sotto il sole. 
Invece no, era appena intuibile il riprendersi delle foglie, io lo vedevo, altri no, ma c'era, si andavano reidratando proprio vicino al picciolo, rimanendo secche solo sulla parte più esterna. 
Poi iniziò agosto, chiuse per ferie l'ufficio, e tanti saluti. 
Al rientro, la terra era ancora molto secca, e io ho ripreso a dare acqua all'albero più malmesso, con la bottiglia. 
Durante l'inverno, si sono formate sul tronco delle chiazze verdi, quasi una muffa a leopardo, qui e là. Tutte a dire è morto, non vedi che gli altri alberi non hanno quelle chiazze verdi? Ci spiace Ross, ma è morto. 
Io no, dicevo che erano solo toppe di guarigione che l'albero aveva messo nei suoi punti dolenti, che non era morto, che sarebbe sopravvissuto al suo dolore. 
E siamo a questa primavera. 
Ogni altro albero iniziava a mettere le foglie, lui no. 
Rimaneva lì, spoglio e con le sue chiazze di autoguarigione in vista a farmi temere il peggio. 
Ogni giorno, durante le mie pause caffè, andavo lì a guardarlo, parlandogli dentro di me: "Coraggio, lentamente, senza fretta, dai che ce la fai, ancora un po', dai...". 
L'altra settimana credevo di essermi proprio autosuggestionata, perché mi pareva di vedere alcuni nodi sulla cima dei rami un po' più grossi, anche se sempre decisamente marroni. 
Fra me speravo dai, ti prego, ce la puoi fare, ho fiducia in te, nelle forze oscure delle tue radici, non mollare...
Venerdì scorso, all'improvviso, quei nodi marron in cima avevano una micro puntina verde che sbucava, la vedevo chiaramente forse solo io.
Sono esplosa come una bambina di dieci anni al luna park:"E' vivo!". 
Mi hanno preso per scema, immagino.
O forse no.
Perché ieri, mentre ero fuori con una collega e insieme osservavamo le fogliette ormai quasi tutte aperte, lei diceva: "Ti ho pensato ieri, guardando quest'albero. Non ci avrei messo un nichelino, invece avevi ragione. E' vivo. Pare incredibile, ma è vivo".
Vicino agli altri alberi è in ritardo clamoroso: gli altri tutti già belli, fogliuti e vigorosi, lui pare arrivare dai monti e dalla neve, tanto è indietro con il fogliame.
Però è vivo e solo a guardarlo mi sento felice.
Come se averlo salvato, fosse aver salvato me, la mia testarda idea di mondo per cui la relazione fra esseri umani e terra è molto più di quanto siamo capaci ormai di ammettere.
Una relazione spezzata dall'idea devastante del mondo al cemento, al catrame a scorrimento veloce, dove alberi secolari vengono segati perché in città ammorbano le strade autunnali di foglie e i rami a volte cadono spezzati da un temporale e poi bisogna sgombrarli, ed è meglio quindi sgombrare tutto l'albero, non importa se sia vissuto lungo tre/quattro generazioni prima che arrivasse a noi l'idea tutta finto ambientalista delle città arredate dall'architetto del comune.

Così, per presentarvelo, il mio albero sopravvissuto alla scorsa torrida estate e all'ultimo orribile inverno, oggi l'ho fotografato (è quello in primo piano, eh?).
Ora dicono che il padrone del piazzale ha proposto ai vari uffici di togliere via tutto e mettere giù, nelle aiuole finte, dei pini.
Ho avvisato: mi legherò all'albero, dovranno portarmi via a forza. 
Mi sono proprio stufata di questi che il mondo lo vogliono dominare punto, e che anche un albero deve produrre verde a bassissima manutenzione, se no si butta.
Non bastiamo già noi, a produrre a così basso costo da essere ormai vicini alla disidratazione, per questo?

1 commento:

  1. Che "magnifica presenza" (per dirla con Ozpetek e Proclemer, che Dio la abbia in gloria) questo tuo collega (o avvocato) d'ufficio, cara Ross. Molto più foriera di speranza di tante belle presenze impresentabili -- tutte bipedi -- che popolano le nostre vite.

    Se organizzi una raccolta firme per preservarne la mitissima e realmente interattiva tenacia, la prima a sottosrivere l'appello sarò io.
    Ciao, con affetto, marilù.

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