Da qualche giorno sto imbambolata a guardare quello che ormai, in ufficio,
è per tutti "il mio albero". Lo scorso luglio non pioveva da
troppo tempo e le misere aiuole del piazzale, fatte di materiale di
risulta appena ricoperto da un sottile strato di terra fangosa, erano secche, ormai prive d'erba, totalmente
disidratate.
Vi hanno piantato degli alberi, di quelli che ora piantano anche
nelle città, con poco fogliame, ché l'ombra non serve e gli alberi
devono essere solo decorative intuizioni estetiche a zero manutenzione, che costa.
Erano tutti molto
provati dalla siccità, questi alberi veri delle aiuole finte, ma c'era quello appena sotto la ringhiera della
scaletta che porta all'ufficio che era proprio messo male.
Le foglie
erano accartocciate, secche e marroni, e l'albero ormai a un passo dal morire.
Le radici non
pescavano niente, evidentemente: poca terra in quel punto, zero pioggia e forse troppi
laterizi a ostacolarne la discesa in profondità.
Lo guardavo e
soffrivo.
Un giorno, ore tre del pomeriggio, sotto una canicola
infernale, ho detto basta, ora scendo a dargli acqua.
Tutte a dirmi no,
Ross, non si da l'acqua alle piante a quest'ora, ché poi muoiono.
Perché,
stava forse allegramente a prendere la tintarella, intanto?
Insomma, ho
rovistato nel cestino della plastica, trovata una bottiglia, riempita
d'acqua al rubinetto e sono scesa, in due o tre giri, a bagnare le radici, lasciando
scorrere l'acqua vicino vicino al piccolo tronco e lasciandola assorbire lentamente prima di versarne altra, tanto era tutto secco.
Così per giorni, e ormai
era diventata la storia dell'ufficio, tutte a prendermi in giro
pronosticando la morte sicura dell'albero grazie al mio intervento sotto il sole.
Invece no, era appena intuibile il riprendersi delle foglie, io lo
vedevo, altri no, ma c'era, si andavano reidratando proprio vicino al picciolo, rimanendo secche solo sulla parte più esterna.
Poi iniziò agosto, chiuse per ferie l'ufficio, e tanti saluti.
Al rientro, la terra era ancora molto secca, e io ho ripreso a dare acqua all'albero più malmesso, con la bottiglia.
Durante l'inverno, si sono formate sul tronco delle chiazze verdi, quasi una muffa a leopardo, qui e là. Tutte a dire è morto, non
vedi che gli altri alberi non hanno quelle chiazze verdi? Ci spiace
Ross, ma è morto.
Io no, dicevo che erano solo toppe di guarigione che
l'albero aveva messo nei suoi punti dolenti, che non era morto, che
sarebbe sopravvissuto al suo dolore.
E siamo a questa primavera.
Ogni
altro albero iniziava a mettere le foglie, lui no.
Rimaneva lì, spoglio e
con le sue chiazze di autoguarigione in vista a farmi temere il peggio.
Ogni giorno, durante le mie pause caffè, andavo lì a guardarlo, parlandogli dentro di me: "Coraggio, lentamente, senza fretta, dai che ce la fai, ancora un po', dai...".
L'altra settimana credevo di essermi proprio autosuggestionata,
perché mi pareva di vedere alcuni nodi sulla cima dei rami un po' più grossi, anche
se sempre decisamente marroni.
Fra me speravo dai, ti prego, ce la puoi fare, ho fiducia in te, nelle forze oscure delle tue radici, non mollare...
Venerdì scorso, all'improvviso, quei nodi marron in cima avevano una micro
puntina verde che sbucava, la vedevo chiaramente forse solo io.
Sono esplosa come una bambina di
dieci anni al luna park:"E' vivo!".
Mi hanno preso per scema, immagino.
O
forse no.
Perché ieri, mentre ero fuori con una collega e insieme osservavamo le
fogliette ormai quasi tutte aperte, lei diceva: "Ti ho pensato ieri,
guardando quest'albero. Non ci avrei messo un nichelino, invece avevi
ragione. E' vivo. Pare incredibile, ma è vivo".
Vicino agli altri alberi è in
ritardo clamoroso: gli altri tutti già belli, fogliuti e vigorosi, lui pare
arrivare dai monti e dalla neve, tanto è indietro con il fogliame.
Però è vivo e solo a guardarlo mi sento felice.
Come se averlo salvato, fosse aver
salvato me, la mia testarda idea di mondo per cui la relazione fra esseri
umani e terra è molto più di quanto siamo capaci ormai di ammettere.
Una relazione spezzata dall'idea devastante del mondo al cemento, al catrame a scorrimento veloce, dove alberi secolari vengono segati perché in città ammorbano le strade autunnali di foglie e i rami a volte cadono spezzati da un temporale e poi bisogna sgombrarli, ed è meglio quindi sgombrare tutto l'albero, non importa se sia vissuto lungo tre/quattro generazioni prima che arrivasse a noi l'idea tutta finto ambientalista delle città arredate dall'architetto del comune.
Così, per presentarvelo, il mio albero sopravvissuto alla scorsa torrida estate e all'ultimo orribile inverno, oggi l'ho fotografato (è quello in primo piano, eh?).
Ora dicono che il padrone del piazzale ha proposto ai vari uffici di togliere via tutto e mettere giù, nelle aiuole finte, dei pini.
Ho avvisato: mi legherò all'albero, dovranno portarmi via a forza.
Mi sono proprio stufata di questi che il mondo lo vogliono dominare punto, e che anche un albero deve produrre verde a bassissima manutenzione, se no si butta.
Non bastiamo già noi, a produrre a così basso costo da essere ormai vicini alla disidratazione, per questo?

Che "magnifica presenza" (per dirla con Ozpetek e Proclemer, che Dio la abbia in gloria) questo tuo collega (o avvocato) d'ufficio, cara Ross. Molto più foriera di speranza di tante belle presenze impresentabili -- tutte bipedi -- che popolano le nostre vite.
RispondiEliminaSe organizzi una raccolta firme per preservarne la mitissima e realmente interattiva tenacia, la prima a sottosrivere l'appello sarò io.
Ciao, con affetto, marilù.