lunedì 27 dicembre 2010

Descansos


I descansos sono quei paracarri che si trovavano lungo le strade provinciali e statali; specie di pilastri tronchi, dipinti di bianco con una riga nera orizzontale verso la cima e un piccolo numero scritto a segnare il chilometro.
In Donne che corrono con i lupi diventano metafora di una via crucis verso la guarigione dalle ferite dell'anima. A ogni paracarro, una sosta. Ci si siede e si sta lì a ripensare a un fatto del passato per poterci piangere sopra per l'ultima volta e metterci così una croce definitiva. Oggi me ne tocca uno. 
Questo.
Mentre ripasso le migliaia di scartoffie sparse nei posti più diversi (riuscirò prima o poi a trovare alle cose un ordine definitivo?), mi torna in mano una bustaccia imbottita dentro cui ho archiviato tempo fa un malloppo di emails stampate prima di decidere di eliminare dal computer la cartella dove archiviavo la sua posta.
Ho tirato fuori dalla busta il malloppo e ho avuto un momento di sbandamento. Ho preso in mano la prima, cioè l'ultima. L'ho letta. Poi ho capovolto il pacco e sono andata a leggere la prima. Poi mi sono messa comoda, mi sono seduta sul tappeto. Poi mi ci sono proprio sdraiata sul tappeto. E ne ho lette un bel pò. Almeno un tre/quattro mesi di emails a ritmi di una/due al giorno. Impossibile. Come potrei dire onestamente che non me ne importa più? Non riesco nemmeno a pensare di poter cancellare ciò che ha portato nella mia vita. Forse è questa la cosa che non so davvero come archiviare, le cose belle successe fra noi. Le mille risate, gli scherzi, i giochi con le parole, i suoi racconti della giornata a me e i miei a lui. Quell'esserci vicini anche quando stavamo lontani, quel non lasciar mai passare nemmeno un giorno senza dire all'altro qualcosa che gli facesse piacere, che gli portasse il segno concreto di un pensiero costante, di un amore appassionato e insieme divertente. Certo, a rileggere oggi alcune frasi capisco che certi passaggi si prestavano ad ambiguità, che forse erano solo pensieri, desideri, sogni, giochi dell'immaginazione. Ma so che mi ha amata come io ho amato lui. Nè più nè meno. Ora so che se io tenevo per me alcune cose, lui ne teneva per sé alcune sue. Ma, in fondo, onestamente, volevo davvero sapere tutto? Credo di no, non voglio mai sapere tutto di nessuno, trovo sempre minaccioso il chiedere "tutto" a un altro: ci si da quel tanto che ci si può o ci si vuole dare, senza contropartite e senza esercizi di possesso. So che il dolore è iniziato quando le scelte si sono fatte inevitabili, quando è arrivato il momento in cui dirci un sì o un no definitivo. Ho detto no. Per paura, per istinto, per la sensazione sotterranea che qualcosa non fosse al posto dove doveva stare. So che quel no ha chiuso una porta. So che dietro a quella porta sono chiusi tutti i momenti che abbiamo condiviso, tre anni di giornate emozionanti e gratuite, di amrsi per amarsi, senza scopi. Non ha alcuna importanza il perché poi una storia finisce. Non ha alcuna importanza il perché si ferma o chi sia a fermarla. Si ferma perché si sa (lo si sa sempre, prima) che oltre iniziano ostacoli capaci di uccidere ogni emozione, alla fine. So che è stato importante per entrambi ciò che c'è stato fino a quella porta. E so che, se non ci fosse stato, entrambi avremmo perso qualcosa. Forse è questo che mi fa sentire a volte un'anima in pena: non averlo più nella mia vita, non importa con quale nome o in quale veste, è una perdita. Con lui una parte di me aveva trovato casa. Senza di lui, quella parte di me è come sperduta, in esilio, senza più alcun modo di esprimersi. Perché è questo che è stato unico: la sintonia con cui riuscivamo a stare insieme sullo stesso piano, sia nei momenti delle risate che in quelli della tristezza. Raccontarci mostrando all'altro le strade verso un'intimità che ci ha avvicinati al punto da confondere spesso i pensieri di uno con quelli dell'altro. So che ci sono persone che mai in una vita incontrano qualcuno con cui sentirsi così intimo. Io l'ho amato perché amavo la persona che lui amava in me. Quella  che ora non so nemmeno più se esista ancora o se sia definitivamente scomparsa con lui. Per questo, forse, non mi sento solo più triste, più sola, più opaca: mi sento proprio disperata. Al punto che mi chiedo dove sia finita la mia convinzione di allora, che pure era autentica, che la felicità sia lo scopo della vita. Ma è mai possibile la felicità senza qualcuno con cui ridere per il solo fatto di vedere la sua faccia ridere con te? Perfino un momento di bellezza sembra inutile, oggi che nessuno partecipa con me alla bellezza che pure vedo e vivo. Il mondo per un breve momento è girato in modo che fossimo vicini. Oggi il giro è cambiato di nuovo ed è tempo di riprendere il cammino verso una sconosciuta prossima sosta, verso un paracarro che non so, da qualche parte, lungo la strada.

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