venerdì 4 marzo 2011

I giovani non sono più quelli di una volta

I giovani non son più quelli di una volta


“La trasgressione è diventata così di moda che il termine trasgressione non ha più alcun senso. Per la mia generazione, trasgressivo era Mick Jagger. L’ultima generazione trova ancora trasgressivo lo stesso Mick Jagger, che ha settant’anni.
Si lamentano che non gli facciamo spazio, che occupiamo tutto l’occupabile e a loro non rimane niente.
La nuova generazione manca di gioventù, sanno solo imitare il già fatto, specialisti del remix e del copia/incolla.
Così come non sanno nemmeno immaginare cosa significhi la parola rivoluzione o la parola libertà.
Non hanno inventato niente da almeno un paio di generazioni.
Ascoltano la musica dei Deep Purple e pensano di averla scoperta loro.
La mia generazione partiva dalla liberazione sessuale, dal sesso libero, perché da quello puntava a rompere il mito della famiglia come valore sociale fondante.
Oggi scopano imitando i filmini porno che trovano in rete e si sentono trasgressivi.
Non hanno capito un cazzo.
Pensa cosa è successo al movimento omosessuale.
Quando nacque in Italia lo slogan era “Non sognarlo, fallo!”.
Gli omosessuali si prendevano denunce e manganellate per rivendicare la libertà e il diritto a vivere alla luce del sole la propria sessualità, per far uscire l’omosessualità dai cessi della stazione.
L’omosessualità dichiarata era rivoluzionaria perché rompeva con l'idea cattolica del sesso a scopo procreativo e l’idiozia che l’amore dovesse per forza diventare famiglia.
Il sesso era parte della rivoluzione, uno dei mezzi di rottura con lo stereotipo della famiglia, primo covo di repressione di ogni libertà di autodeterminazione dell’individuo.
Oggi gli omosessuali sono tutti a battersi per metter su famiglia. Si sposano e vogliono i bambini, cioè incarnano lo stereotipo di un cattolicesimo di stampo medievale.
Poi si lamentano che il Papa li condanna. Come si può pensare che la Chiesa sia più rivoluzionaria di te, che pensi di esserlo e non hai capito un cazzo?
Cosa vuoi che ci sia oggi di trasgressivo in questo?
Si lamentano che siamo che non ce ne vogliamo andare per lasciare loro il posto. Se lo prendano, provino a rischiare una rivoluzione garantendo a noi una pensione a un'età decente e a loro stessi un lavoro che consenta autonomia economica dai vecchi costretti a mantenerli fino a 40 anni, continuino da dove noi eravamo arrivati.
Si lamentano per il precariato, per i lavori a termine e sottopagati.
Invece di accettarli arrendendosi a quei lavori da paghetta adolescente, provino a dire no e a battersi per esigere punto su punto, tutti i diritti che si sono fatti sfilare da sotto al naso fra un Erasmus e l'altro.
La nostra generazione ha pagato ore di lavoro in meno in busta paga, pur di non lasciar passare senza lotta il diritto a un giusto salario, al rispetto sul lavoro e sanità per tutti.
Pensano forse che il mondo sia nato con i diritti in tasca?
Oggi subiscono in silenzio. Mugugnano, ma poi hanno paura della loro ombra.
Si lamentano che per avere l'occupazione dignitosa devono andarsene.
Noi ce ne andavamo ben volentieri, non vedevamo l‘ora di andarcene perché andarsene era andare verso un mondo che sognavamo di scoprire e vivevamo come nostro
Questi son cresciuti a pane e globalizzazione ma non hanno ancora capito che di globalizzata c'é solo la miseria.
Come si può parlare di trasgressione in un paese che ha restaurato il vecchio culto della famiglia, del posto fisso, della casa di proprietà e di tutti quei simboli che la nostra generazione voleva distruggere?
Se per avere ciò che desiderano non sono disposti a rinunciare al lamento in cambio di lotte a muso duro, non vengano a battere cassa sulla nostra generazione.
Ciò che noi “vecchi“ abbiamo oggi, ce lo siamo sudato e pagato.
Sono almeno vent‘anni che i giovani sanno fare solo manifestazioni fighette e letterarie. Ma anche le manifestazioni letterarie e non violente le abbiamo inventate noi.
Con la differenza che loro alla prima manganellata si sono spaventati e sono tornati al lamento dietro un'innocua tastiera. La smettano di fare gli studenti a vita e inizino a prendersi ciò che vogliono, se hanno idea di cosa vogliono.
Ma non vengano a raccontare a noi che il problema sono i vecchi che non gli lasciano il posto.
Quando ascoltano Mick Jagger o i Deep Purple, che hanno settant‘anni, sono più vecchi di noi senza essere mai stati né rivoluzionari né trasgressivi nè giovani”.
Rielaborazione di vari discorsi intorno ai temi libertà, rivoluzione, famiglia, giovani.

24 commenti:

  1. Una rielaborazione ottima, abbondante e soprattutto opportuna in cui mi riconosco in pieno, pur con tutta la comprensione che ho per i giovani, perché non non sono tempi facili. Ma nessun tempo lo è. La nostra generazione ha affrontato una fase di transizione culturale enorme a livello mondiale; in Italia il passaggio da un Paese contadino a uno industriale e poi terziarizzato. "L'immaginazione al potere", diceva ai tempi lo slogan forse più rappresentativo di un'epoca di cambiamenti tumultuosi: anche se le cose non sono andate come si sperava, ci si è provato ed è proprio quando sembra non esserci un futuro che bisogna inventarselo. L'esempio musicale è quanto di più calzante ed esemplificativo che qualcosa di nuovo e di diverso lo abbiamo creato. Perfino il modo di vestirsi ognuno come gli pare, e non più come in uniforme, per categorie. Complimenti per l'idea: ora attendo le reazioni dei diretti interessati, se ve ne saranno.

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  2. Marco:
    Oliviero Toscani, uno degli ispiratori di questo assemblaggio, dice che la provocazione è un atto creativo.
    Io dico che è un atto creativo solo se è anche un atto politico.
    Ed è politico solo se riesce a suscitare reazioni forti, perché solo le emozioni forti muovono sentimenti profondi capaci di provocare cambiamenti.
    Qui non succede niente.
    Ieri, alla manifestazione studentesca di Milano, qualcuno ha detto: "Dobbiamo avere lo stesso loro coraggio", riferendosi ai giovani delle rivolte africane.
    Sono i giovani tunisini i nuovi possibili ispiratori. Speriamo.
    Ciò che mi stupisce è perché "il soldato Manning", quello che sta da mesi in isolamento in una cella di un carcere militare americano con l'accusa di aver passato a wikileaks documenti segreti, non diventi un simbolo per i giovani di oggi.
    Belli e molto suggestivi i book-block, ma quanta forza simbolica hanno? Dove sono finiti? Hanno ottenuto cambiamenti? Hanno contagiato altri giovani oltre a quelli che erano in piazza il 14 dicembre?
    Se fai gli scioperi per la scuola va bene, ma non basta.
    Perché non contagia, non viene capito e quindi non viene emulato che da chi già vive nel mondo della scuola o della cultura. Il book-block, paradossalmente, non produce nessuna cultura.
    Landini è un’emozione forte. I book-block non devono salire sui tetti, devono presidiare la Fiat, per diventare messaggi forti e fare cultura.
    Assange è un simbolo forte. Ha la forza che è stata di M.L. King o di Che Guevara. con
    Ma perché il soldato Manning non diventa un simbolo contro la guerra in Afghanistan?

    Insomma, perché i giovani di oggi non sanno usare i simboli, che ci sono non meno di allora?
    Che forza vuoi che abbia l'andare sui tetti se ci lasci salire Bersani e Fini? Come ti raggiungono sul tetto, hai già perso la battaglia.
    Per ottenere forza interlocutoria devi distinguere i tuoi obiettivi da quelli di chi ti liscia il pelo usandoti senza darti nulla in cambio.
    Manca la capacità di diventare davvero l'altro, il nemico, quello con cui sei costretto a fare i conti e con cui devi venire a patti.
    I giovani dovrebbero prendere lezioni da Landini non limitarsi a sostenerlo.
    Troppa condiscendenza verso i padri non uccide i padri ma condanna i figli a rimanere per sempre figli.
    Siamo, credo, a questo punto. Cruciale.
    Una volta sui tetti bisogna avere quel coraggio tunisino di togliere la scala e non consentire a nessun padre di salire per provare a salvarti.
    Come ti salva, ti frega.

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  3. Hai detto una cosa grandiosa, cioè che oggi non sappiamo più (soprattutto i giovani, ma forse anche noi) usare i simboli. E questa è una cosa che va assolutamente recuperata.

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  4. Ah è un collage di diversi discorsi di diversa gente? Comunque è molto coerente. Dice pane al pane etc... Anch'io, nel mio piccolo, notavo che in fatto di musica ancor oggi si riciclano i Genesis, i Rolling Stones, i Pink Floyd etc... e che nulla, davvero nulla, di nuovo sia stato inventato da 30 anni a questa parte. Il che mi sembra sintomatico, tristemente. Il fatto è che forse i ragazzini sono troppo viziati e non sono capaci di lottare. Comunque è un post da meditare, da ponderare...
    Comunque, ho sentito Oliviero Toscani dire cose molto urticanti anche sulle donne, in special modo quelle italiane. ;-)

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  5. Ilaria:
    per "recuperare" il senso dei simboli, è necessario prima recuperare la capacità di rielaborare la tragedia. Se sparisce la tragedia, se viene manipolata, commentata, spettacolarizzata, sparisce il suo valore simbolico.
    Che in realtà non sparisce, viene solo occultato alla coscienza, nascosto sotto montagne di applausi ai funerali, di plastici da Vespa, con migliaia di ore di "esperte" trasmissioni che vorrebbero dirci una verità sui fatti che invece rimangono "sfuggenti".
    Mi chiedevo tempo fa cosa, a distanza di anni, mi tenga ancora, ogni volta, incollata all'ultima trasmissione sulla morte di Lady D. O perché mi sia impossibile resistere all'ennesima puntata sul delitto di Cogne. Trasmissioni che non spiegano niente, alla fine. Eppure, dentro di me, sento potente un'emozione irrisolta, come se in questi fatti terribili si nascondesse una verità che può essere compresa solo se ne colgo il valore simbolico. Intraducibile di per sé.
    Leggevo poco fa delle donne africane stuprate nei campi di detenzione libici, quelli dove arrivano dopo i respingimenti pagati con soldi dello stato italiano.
    Come giustificheremo la banalità dei rametti di mimosa che vedremo nelle piazze il prossimo 8 Marzo? Che diavolo c'è da festeggiare per ogni donna, sapendo cose così? Eppure, il pensiero di sostituire quella ridicola mimosa con foto di quei campi di detenzione sarebbe così devastante che, anche venisse l'idea, sarà scartato perché "bisogna festeggiare la donna". Sempre a favor di telecamera che alle 8 di sera dirà alle donne che oggi contano e valgono. Le stuprate in Libia non contano, è così fastidioso parlarne...
    La consapevolezza delle emozioni forti, dobbiamo recuperare. Senza temerle. Senza rimuoverle. I simboli vengono dopo, perché ne sono, appunto, un memento.

    Francesco:
    Non è un "collage", solo una "rielaborazione". La frase iniziale, ad esempio, è più o meno ciò che ha detto Oliviero Toscani in un'intervista. Più o meno, non esattamente. Quella sull'omosessualità, l'ho sentita dire, molto più o meno, nel docu-film Signé Chanel da Karl Lagerfeld. Quella sul lavoro e i diritti, da un pensionato Cgil lo scorso anno.
    E' che certe cose mi frullano in testa per mesi prima di riuscire a "legarle" insieme cercando di capirne una continuità, un'idea di mondo.
    La musica è incredibile, per descrivere periodi storici, no?
    Pensa se oggi potremmo descrivere gli anni '20 o '40, senza parlare del jazz. Impossibile...

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  6. Mammamia, quanta carne al fuoco...e come si fa a commentare ulteriormente? Allora, individuo un fulcro della questione: i simboli. Partendo da quelli musicali, che per la mia generazione erano una bussola indispensabile. Credo che la manipolazione della cultura musicale, passata dal rock "sulle barricate" o cantautori "impegnati" ad un confortevole easy listening tutto bellino, profumato, sul modello MTV, sia la giusta rappresentazione iconografica di come la questione sociale sia stata svilita e deturpata: siamo passati nel giro di una generazione dalle rock band bollate come "musica del demonio" ai fotomodelli che conquistano il cuore dei ragazzi con tecnica sopraffina in luogo delle emozioni, con il lirismo patinato al posto delle parole dure, col compromesso mercantile al posto del messaggio destinato a permanere. Dai cantautori "problematici" ai cantanti da reality televisivi, in cui l' "impegno" sembra essere solo concentrato sull'aspetto o poco più. Da album che facevano epoca, attesi come novelle bibliche, all'usa e getta di cd sempre uguali, scadenzati come la frutta di stagione senza passare dal negozio di primizie.

    Quindi, è inevitabile che le menti dei giovani più aperte vadano a ripescare i "grandi" del rock, o le nobili parole dei maestri cantautori, in questo facilitati enormemnte dal fatto di avere spesso in casa genitori che di quella cultura portano ancora addosso i segni e negli scaffali i reperti: a differenza di quelli della mia età, che al massimo trovavano Glenn Miller o i Modugno....

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  7. Ricollegandomi a Massimo: sinceramente non ci vedo niente di male ad amare musica di gente che faceva rock e magari è anche già morta prima ancora che noi nascessimo. Abbiamo un passato alle spalle e non trovo rivoluzionario bruciarlo solo perché era di altri. Io trovo che anche oggi ci sia chi porta avanti la sua musica e le sue parole in modo personale e anticonformista, certo non ha piu folle di gente che si strappano le vesti per lui, perché se le stanno strappando per le Lady Gaga di turno. Ma chiedo a chi c'era (cioè è una domanda vera, non polemica): all'epoca (anni '60-'70) non è che il rock "sulle barricate" fosse poi trasmesso dai media, come accadec oggi? Cioè, come lo conoscevate? Perché se era quello trasmesso dalla radio, allora bisogna semplicemente dire che la radio (pur magari accanto a Bobby Solo) di allora era migliore di oggi.

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  8. Ilaria, la mia cultura musicale (che, per esteso, era a sua volta foriera di altri stimoli, ad es. ascoltando il disco di De Andrè andavo a comperarmi l' "Antologia di Spoon River", poi ricerche su chi fosse lee masters, poi chi era la traduttrice Fernanda Pivano, poi chi frequentava di culturalmente significativo, poi a cercare le interviste, poi a vedersi i film di cui parlava, i libri che citava -pensa, per me Hemingway, prima, era solo un cronista di guerra...) si è formata, all'epoca, oltre che sui dischi che andavo a comeprare a Bologna (arrivavano prima, li trovavi subito, li pagavi meno...), grazie a trasmissioni radiofoniche della Rai tipo "Per voi giovani" relativi spin-off (tipo l'ottimo "Radiodue 21e29), all'ascolto di radio Lussemburgo, a giornali giovanili come il primo "Qui giovani", poi "Ciao 2001", "Muzak" ed "Il mucchio selvaggio", i libri della Arcana, il Linus diretto da Oreste del Buono...

    Mi fermo, per ora. Se vuoi avere una (vaga) idea di "Per voi giovani", ti segnalo questo link che la racconta così com'era:

    http://www.musicaememoria.com/per_voi_giovani.htm

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  9. Grazie Massimo, di "Per voi giovani" ora ricordo di aver visto alcuni pezzi su Rai Storia! Ecco, allora quello che volevo dire è che forse una certa "aria di libertà" era anche, se non proprio pompata, almeno trasmessa anche da certi media accessibili a tutti (oltre che al passaparola o riviste/negozi specializzati). Insomma... voglio dire che se c'è da dare addosso ai giovani (ma più che ai giovani io dico che i peggiori in quanto a essere imbelli e passivi siamo stati e siamo noi trentenni) io ci sto anche, ma non mitizzando i sessantottini, per lo meno non quelli italiani. Qualcuno mi corregga se dico cose imprecise o se non è d'accordo con me, intanto io dico la mia opinione, e cioè che: il mitico '68 l'hanno (come al solito e come sempre) "inventato" gli americani e poi lo hanno molto "europeizzato" anche con creatività i francesi; noi, umile provincia modaiola dell'Impero, ci siamo semplicemente accodati all'onda. Non avremmo potuto inventarcelo noi, perché l'Italia degli anni '60 era ben arretrata rispetto all'America e anche a tanti altri paesi d'Europa. Questo fa sì che quando mi arriva il reduce sessantottino italico a farmi il predicozzo (tipo all'università... uuuh, quanti ne sono arrivati in cattedra, una volta cresciuti!), io gli darei volentieri un bel calcetto nel sedere. Perché lui di per sé non ha fatto un bel niente se non divertirsi a fare "la rivoluzione". Una rivoluzione del tutto funzionale (e qui do ragione a Pasolini) al mondo che si andava creando e che si voleva creare: capitalistico, consumistico, individualistico, liberistico. Che infatti poi si è realizzato. Ecco perché quei giovani hanno "vinto"... perché il loro nemico era lo stesso di chi teneva le redini del potere politico-economico: il nemico comune era la tradizione, l'autoritarismo che bloccava la libertà individuale (senza la quale il consumismo non fa strada), i vecchi valori del mondo contadino o operaio d'antan. Ora io non sto dicendo che da questa vittoria non ne sia venuto del gran bene (oltre che un po' di male che comunque sarebbe venuto lo stesso). Dico solo che i giovani, dal dopoguerra a questa parte, non sono stati degli eroi né ora né in quegli anni. Allora potevano sentirsi rivoluzionari perché i padroni del mondo glielo permettevano. Adesso son passati 40 anni e le condizioni sono molto diverse. Poi so di essere ignorante quindi metto in conto che forse mi son creata una visione distorta e sbagliata, eh?

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  10. Ilaria/Massimo:

    Concordo con te Ilaria, sui falsi miti del ’68 italiano.
    Hai ragione quando scrivi che quasi tutto, a rivederlo oggi, pare un’imitazione provinciale di ciò che arrivava dall’America e dall’Europa, in particolare da Inghilterra, Olanda, Germania, non a caso paesi di cultura protestante.
    La musica è, come dice Marco,una buona sintesi per capire: lì nascevano, appunto, i Rolling Stones o Jim Morrison (ma anche Joan Baez, che è un’icona del periodo); qui si lanciavano Celentano e Caterina Caselli. Nulla da obiettare sul gusto, ma che c’è un baratro fra i primi e i secondi.
    Ed è un baratro essenzialmente culturale.
    Da noi tutto è una rivoluzione in salsa oratorio, il rock italiano era quello smidollato, ma tutto casa e chiesa.
    Ciò che non è successo lo vediamo in quel poco su cui oggi si sta tornando indietro: le battaglie sui diritti civili, la libertà di scelta su temi etici, sulla famiglia, sulle coppie di fatto, sull’omosessualità.
    I più giovani si trovano oggi, forse proprio per quella mancata rivoluzione culturale, a vivere in un paese che sproloquia di globalizzazione mentre sta regredendo culturalmente senza che su questo i giovani trovino la rabbia per incazzarsi sul serio.
    E questo è il punto.
    Chi se la sente di dir loro qualcosa se apprezzano quella musica? Quella musica è ancora densa di un’ispirazione ideale che è ancora tutta da raggiungere.
    Ma perché si spaventano per quattro bancomat fracassati alla prima manifestazione importante per loro (e per noi)?
    Tutti li dovrebbero fracassare.

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  11. E aggiungo:
    Spesso ho creduto di individuare la ragione di questa rivoluzione monca nell’esclusione dell’altro fenomeno, per me forse più incisivo a livello culturale: il Flower Power
    Che nasce negli anni ’60 (cioè prima), e si incrocia con alcune battaglie sessantottine senza mai contagiarle, qui in Italia, fino in fondo.
    E’ il Flower Power che parla di libero amore, di omosessualità dichiarata come atto politico, di famiglia “allargata” nel senso di aperta, cioè non monogama.
    Da lì nasce l’ambientalismo di oggi, l’agricoltura biologica come scelta politica contro il consumismo, la difesa della Terra e l’amore per la natura, la libertà come idea di rottura con ogni schema di comportamento standardizzato e ipocrita, cioè “non sentito”.
    Gli abiti a fiori, i “fiori nei cannoni”, le grandi manifestazioni contro la guerra in Vietnam coniano il pacifismo, nato da quel movimento, non dal ’68 degli operai e degli studenti.
    Il ’68 italiano tutto questo l’ha vissuto in modo molto marginale.
    Mentre le lotte studentesche e operaie erano battaglie politiche (anche quando erano sindacali) spesso portate avanti con manifestazioni violente, gli hippies, quelli del florer power, già allora parlavano di non violenza, di cambiamento dei valori di riferimento come unico possibile cambiamento culturale e quindi politico.
    Gli unici che in qualche modo avevano fatto proprie alcune di quelle idee, traducendole in battaglie per i diritti civili, erano i radicali. E avevano contro tutti.
    Le conquiste sindacali e le lotte studentesche, le stesse che oggi sono di nuovo in discussione, hanno cambiato solo la forma esteriore della società, senza incidere che di striscio sulla sostanza culturale.
    Ora, forse, quel conto lo stanno pagando appunto i giovani.

    La legge sul diritto di famiglia, del maggio ’75, ha fatto fare alcuni passi avanti ma ogni giorno ne fa qualcuno indietro(una recente sentenza ha stabilito che se la moglie si difende dalle percosse del marito, non può essere considerata il soggetto debole in caso di divorzio, per dire).
    Fino al 1981, cioè 30 anni fa, in Italia avevamo ancora il delitto d’onore. Non ci siamo ancora ma non mi stupirei, di questi tempi, che tornasse utile a qualcuno.
    La legge sull’aborto è del 1978. E sappiamo tutti come siamo messi.
    Evitiamo, per non farci troppo male, di accennare a cosa sta succedendo sul testamento biologico o sulla procreazione assistita, che sono temi cruciali che si fa di tutto per non affrontare seriamente. Si vota a colpi di fiducia su leggi che toccano il senso stesso della vita.
    E’ su questi temi che il ’68 ha fallito completamente.
    Su alcuni di questi, invece, il Flower Power si dimostrato più lungimirante.
    Se oggi per sentirsi globalizzati i giovani devono andare in Germania, in Olanda, in Inghilterra, è (sempre secondo me) proprio perché lì, in quei paesi, quella fusione fra Flower Power e ’68 c’è invece stata.
    Ed è lì che devono ancora andare. E non per il lavoro (ma il lavoro è sempre il mezzo migliore per entrare davvero in sintonia con una cultura), ma per capire cosa continuerà a mancare anche a chi in Italia il lavoro lo trova.
    Di corsa devono andare, e senza tante nostalgie per cose come patria, famiglia, telefono/casa.
    Nessuna di queste cose vale qualcosa in questo paese.
    Soprattutto il telefono.
    Poi qualcuno mi dica se domani le donne hanno qualcosa da festeggiare.
    Per me, direi che ci sarebbe da tirare fuori il bazooka.

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  12. Ehi, ehi... non mi sembrava di aver scritto dei sessantottini, ho solo cercato di raccontare come quelli della mia età, troppo giovani per il '68 e troppo vecchi per non apprezzare la cultura da reality, si siano formati per certi aspetti, contando che ai tempi del liceo parlare di musica tra compagni di classe era come oggi parlare dei programmi di Maria o di GF.....
    Sul fatto che il '68 nostrano sia stato un pallido tentativo di imitazione, direi che si, ci può stare, anche se in realtà mi sembra che negli ultimi tempi chi parla con disprezzo del '68 in realtà non abbia ancora digerito il '45.

    Volevo dire ad Ilaria che, proprio perchè gli spazi erano pochi e rari, li potevi apprezzare e gustare di più: per dire, proprio ieri sera ho ritrovato in rete alcuni podcast di PVG, su Benvenuto Cellini ed Anthony Perkins: mi chiedo, oggi, chi passerebbe un pomeriggio in casa appeso ad una radio che li trasmetterebbe....
    [questo il link: http://www.radio.rai.it/radioscrigno/podlista.cfm?id=551]
    Ma, soprattutto, ci sarebbero oggi radio "di massa" disposti a trasmetterli, quando pensi che una delle radio più ascoltate trasmette, addirittura, i trailers dei film?

    Per Ross: l'idea del bazooka è eccessiva, è un'arma difficile da usare. I Kalashnikov sono più maneggevoli.

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  13. [chiedo scusa, ho scritto di getto e devo essermi mangiato, nella foga, qiualche milione di regole grammaticali...poi, c'è pure un "non " di troppo, la frase corretta era "troppo vecchi per apprezzare la "cultura" da reality"]

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  14. Massimo:
    no, scusami se ti ho fatto pensare che ciò che ho scritto fosse una contestazione a quanto sciri tu sulla musica o su PVG. Ci mancherebbe...
    E' che ho preso il volo e sono andata a cercare di capirmi da sola.
    Insomma, mi piace scandagliare quel periodo perché lo sento importante e ancora, appunto, irrisolto.
    La musica e le radio libere (tu facevi radio, ricordo bene?) hanno avuto sicuramente un valore culturale e "formativo" insostituibile per quella generazione.
    Ma volevo andare più in là, capirne di più, guardare anche in altre direzioni per provare a capire meglio certi perché di oggi.
    Sulle armi mi fido dite: io le cito ma a dire il vero non ci capisco molto.
    Ho provato una pistola e un fucile, una volta.
    Il rinculo del fucile mi ha massacrato una spalla (ma ho fatto dei centri spettacolari). La pistola mi è più ostica: la "perdevo di vista", andava per i fatti suoi,non fa per me.
    Però, se non si è capito, io sono quella "dei fiori nei cannoni"...

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  15. Massimo: io parlavo del '68 in riferimento al post di Rossana, anche se avevo preso il via dal tuo commento sulla musica. Sulla musica, be', io un po' invidio quel periodo, ma anche più avanti, quando per scoprire buona musica scovavi il negozietto col negoziante "nerd" che ti instradava e ti insegnava un sacco di cose. Già "ai miei tempi" questi mitici negozietti non c'erano praticamente più, a parte "Rock shop" di via della Grada (non so se lo conoscevi) che non a caso è fallito. Sì, ho avuto internet per informarmi/formarmi... ma secondo me è molto diverso, anche perché non è più una musica condivisa a livello generazionale com'era in altri tempi. Oggi ognuno, anche nella musica "ribelle" (mi piace più che "alternativa"), ha la sua nicchia.

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  16. Ross, neppure io sono un esperto di armi, anzi le aborro. Pensa che quando fui arruolato negli alpini e mi costrinsero a sparare mi meravigliai dei miei 29 centri su 30 col fucile: mi feci orrore.
    Ecco, si, le radio "libere": ricordi bene, circa la mia militanza. Ed anche su quel fenomeno che rivoluzionò le abitudini, ci sarebbe da dire: non a caso nacquero in un periodo "oscurantista" del servizio pubblico, quando le prime vere conquiste civili (diritto di famiglia, divorzio, tutela della gravidanza) facevano paura al potere, paura che il Paese andasse troppo avanti. Che poi siano state soffocate dal dio mercato è tutta un0altra storia.

    Ilaria, mi fai sentire le ragnatele addosso....per noi il negozio di nicchia era Nannucci, con le sue "esplorazioni" ed il renderti immediatamente disponibile tutto lo scibile musicale di quegli anni. Chè la comunicazione, grazie ad Internet ed agli altri media, adesso è facile come bere in un bicchiere, la dai per scontata: ma quando resti senza bicchiere, sei ancora capace di bere alla fontanella con le mani?
    Hai detto la cosa giusta: è molto, molto diverso. Come dice il maestro Steve Jobs, LIE significa "menzogna" ma è anche l'acronimo di "look into eyes": delle prime ne abbiamo sin troppe, del secondo sempre meno di quello che occorrerebbe. Proprio lui, che con tutti i mac e gli I-qualcosa ha rivoluzionato la comunicazione.....

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  17. Ross, anche per essere rivoluzionari ci vuole un certo stile.....sai com'era quella battuta, "più sono di sinistra, più abitano in centro"?
    [spero non la legga Sallusti...]

    Sul tiro dell'arco: ti incollo un classicissimo, che tu di siicuro hai.

    "Se, continuando a respirare tranquillamente, si accoglie con serenità ciò che si presenta, ci si abitua ad assistervi da semplici spettatori, sino a che si è finalmente stanchi dello spettacolo. Così si giunge gradatamente a uno stato d'abbandono che somiglia a quel dormiveglia che precede il sonno.
    Scivolarvi definitivamente è il pericolo che bisogna evitare. Lo si affronta con un particolare scatto della concentrazione, paragonabile al riscuotersi di uno che, sfinito da una notte di veglia, sa che dalla vigilanza di tutti i suoi sensi dipende la sua vita; e se tale scatto è riuscito anche una volta sola, si riuscirà sicuramente a ripeterlo. Per esso l'anima, come da sola, si ritrova quasi a librare entro se stessa, una condizione che, capace di crescere d'intensità, si solleva addirittura a quel senso d'incredibile leggerezza, sperimentato solo in rari sogni, e di felice certezza di poter destare energie rivolte in ogni direzione e di saperle accrescere o sciogliere a ogni livello.
    Questo stato, in cui non si pensa, non ci si propone, non si persegue, non si desidera né si attende più nulla di definito, che non tende verso nessuna particolare direzione ma che per la sua forza indivisa sa di essere capace del possibile come dell'impossibile - questo stato interamente libero da intenzioni, dall'Io, il Maestro lo chiama propriamente «spirituale». È infatti saturo di vigilanza spirituale e perciò viene anche chiamato «vera presenza dello spirito». Con questo s'intende che lo spirito è presente dappertutto perché non si appende a nessun luogo particolare. E può restare presente perché anche quando si rivolge a questo o a quello non vi si attaccherà con la riflessione e non perderà così la sua originaria mobilità. Simile all'acqua che riempie uno stagno ma è sempre pronta a defluirne, lo spirito può ogni volta agire con la sua inesauribile forza, perché è libero, e aprirsi a tutto perché è vuoto. Tale condizione è veramente una condizione originaria e il suo emblema, un cerchio vuoto, non è muto per colui che vi sta dentro.
    È perciò con questa presenza e piena potenza del suo spirito non turbato da intenzioni, e fossero le più nascoste, che l'uomo che si è svincolato da tutti i legami deve esercitare qualsiasi arte”.

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  18. Ih ih, hai ragione Ross, siamo andati fuori tema ma se si comincia a parlare di musica, chi si ferma più? Soprattutto se l'alternativa è deprimersi pensando ai giovani ;-)

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  19. Massimo:
    sì, conosco. Ne parlavo al post precedente gli ultimi due. Comunque grazie: stasera ne avevo bisogno e fra 10' minuti mi tuffo in meditazione per "resettare". A volte vado troppo avanti e solo dopo mi accorgo che resto da sola...

    Ilaria: non mi deprimono i giovani, davvero. Anzi, mi sembra di dover loro qualcosa e a volte provo a rimediare a modo mio.
    Oggi, non saprei nemmeno spiegarti come è successo, mi è caduto in mano un libro dalla libreria che era già vecchio quando l'ho comprato. Un libro che è una raccolta di testimonianze di donne raccolta nel corso di vari incontri di autocoscienza, quella roba molto politica e molto femminista di cui si è persa memoria. L'ho aperto e dopo 4 righe mi è apparsa la faccia di una giovanissima collega che la scorsa settimana mi confidava i suoi disagi nella relazione con il marito sposato forse troppo in fretta. E' stato tutto istintivo e fulmineo: le ho scritto una lettera che ho inserito nel libro, l'ho impacchettato con tanto di fiocco, e gliel'ho portato al lavoro.
    Con la convinzione che non le serve a nulla la mia consolazione; ha bisogno di capire. E se a 23 anni si sente sola e senza strumenti per decifrare ciò che le succede, è questo che posso fare: aiutarla a trovarli dentro di sè ritrovandosi nelle stesse emozioni vissute identiche da altre donne prima di lei.
    Mi ha inviato ora un sms commovente e bellissimo.
    Posso trovare deprimente il fatto che ha 23 anni? No. Strumenti, apertura, risveglio della stega che dorme in lei. Magari, una oggi e una domani, qualcosa si semina e forse a qualcosa serve.
    Poi parliamo di musica. Ti pare che mi tiro indietro?
    Leggendo il tuo commento la prima cosa che ho ricordato è il post "musicale" della scorsa estate. Mi era piaciuto moltissimo stare con voi in quei giorni. Qui sarà difficile ripetere.

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  20. ... ma i giovani di oggi sono figli della generazione precedente.....

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  21. Sì.
    E quella precedente da quella prima ancora.
    Co'sè, si è perso per strada il gene dell'incazzatura contro il padre per provare a emanciparsi da soli?
    O i padri, a furia di dosi industriali di psicanalisi, li hanno castrati tutti nella culla?
    Insomma, perché non si incazzano invece di lamentarsi?

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  22. Anch'io ogni tanto ripenso a com'era stato bello quel lungo post musicale. Riguardo al lamento anziché l'arrabbiatura, forse qui hanno ragione quelli che accusano le nostre generazioni di essere state cresciute nella bambagia; protetti e con genitori accondiscendenti un po' su tutto, non abbiamo sviluppato quel conflitto che porta alla ribellione. E poi la società è diversa, oggi.

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  23. Ilaria:
    magari un giorno si torna di là per un'altra sarabanda musicale. Pensa che dopo, a ripensarci, mi era venuta allora la tentazione di una sfida tutta al femminile. E ce ne sarebbero, no?
    Sulla società "diversa".
    Ad ogni generazione la società è "diversa" da quella conosciuta dalla precedente.
    Non fosse così i nostri nonni sarebbero girati ancora con la clava!
    Ma quel cambiare la società, che non è un obbligo ma dovrebbe essere una tendenza evolutiva, è appunto compito delle ultime generazioni.
    Se lasci le cose come le trovi, inevitabilmente tornano indietro.
    E a pensarci:non sarà che siamo andati molto avanti con le nuove tecnologie (grazie alle ultime 2 generazioni ma soprattutto l'ultima)e mentre stavamo davanti al pc pensando a fare la rivoluzione tecnologica, ci hanno fottuto sul fronte della vita reale?
    Perché a me pare che lì fuori, su ogni aspetto importante dell'esistenza, l'Italia sta galoppando all'indietro.
    Dicevamo ieri con un amico:possibile che stia passando una legge sul Testamento Biologico a colpi di maggioranza e in piazza non fanno la rivoluzione?
    Stanno decidendo sulla cosa più intima e personale che riguarda la nostra vita e nessuno s'incazza?
    Se lasci passare questo, sul resto puoi solo stare zitto.
    Con che forza difendi i diritti sul lavoro se non ha acuna importanza come manipolano gli ultimi istanti della tua esistenza?
    Quindi, sì. La società è cambiata.
    In meglio?
    Bah!

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  24. Massimo: la mia ambiguità è che le armi non le aborro, anzi:per molti aspetti ne sono affascinata. E' il fatto che le armi nascano al solo scopo di uccidere, che mi crea non pochi problemi. Pensa che quella volta, col fucile, riuscivo a staccare i grappoli d'uva dalla vigna al primo colpo a 30 mt. Postumi della spalla a parte, la cosa mi è sembrata indubbiamente affascinante. Un po' quello che è successo qualche tempo dopo provando l'arco: c'è tutta una mistica in quel fare centro che non mi sento di negare e chissà, forse è proprio la consapevolezza di questa ambiguità sul "fare centro" che non mi fa invece apprezzare chi sceglie di fare oggi il soldato. Poco mi importano le sue ragioni. Però, rileggendo ora i vostri commenti, posso sollevare dei dubbi sulla centratura delle intenzioni originali del mio post? Sembra di assistere a un romantico ripasso dei bei tempi che furono in campo musicale. Se poi mi citi pure Steve Jobs è finita: se c'è uno che sulla simbologia ad uso commerciale ha costruito un impero, è lui. Lo so, a volte i commenti hanno una propria vita controcui nulla si può fare. Confesso però che ora sono tentata di scrivere il prossimo post su No Logo di Naomi Klein. E' che temo si finirebbe per riesumare un'altra contraddizione non casuale dei sessantottini italiani: quella che li faceva esibire il capello lungo e selvaggio per sentirsi rivoluzionari ma a Levi's e Clarks nemmeno sotto tortura sandinista avrebbero rinunciato. Insomma, rivoluzionari sì, ma fashion... Va beh, mi rassegno...che ci possi fare?

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