domenica 3 novembre 2013

Alla conquista di Lhasa

Il libro racconta di tutti i tentativi fatti per entrare a Lhasa, la città inviolata, a partire da metà '800. 
Vi sono le ragioni geopolitiche dell'Inghilterra (che infatti vi metterà piede per prima nel 1904), interessata a stabilire accordi commerciali con il Tibet nel timore che vi arrivassero prima i russi, in quegli anni e in quell'area il "nemico" più temuto per via della vicinanza dei territori centro asiatici ai confini indiani, allora sotto il dominio della corona inglese. 
Ma anche e soprattutto vi è lo spirito di avventura e la curiosità dei tanti singoli e perlopiù ignoti personaggi, dalla più diversa provenienza, ognuno deciso ad entrare per primo a Lhasa per le motivazioni più disparate.
Hopkirk è un analista metodico dei fatti, sceglie di raccontare nel dettaglio solo le tragedie più significative vissute dai tanti personaggi che tentarono di arrivare a Lhasa usando ogni travestimento, percorrendo ogni possibile o impossibile strada, usando ogni mezzo lecito o illecito pur di raggiungere l'agognata meta, arrivando alcuni a un passo dal Potala dai tetti d'oro ma tutti puntualmente sconfitti o dalle condizioni atmosferiche estreme, o dalla tenace e spesso brutale difesa dei propri confini dei tibetani, ben decisi a non far entrare alcun occidentale nella città sacra per il timore di vedersi imposta una religione diversa da quella che governava il Tibet fino all'occupazione cinese, nel 1950 (ma di fatto incontrastata anche da questi almeno fino al 1959, anno in cui il Dalai Lama è costretto a fuggire per la violenza delle rivolte e i conseguenti massacri dei tibetani da parte degli occupanti cinesi).
Interessanti gli aneddoti che consentono di gettare uno sguardo a quel Tibet medievale pre-occupazione, nel quale vigono leggi sulla giustizia dal sapore raccapricciante (non però dissimili da quelle che esistevano ovunque in Europa in un pari Medioevo), quasi che i costumi e gli usi tibetani, ancora fino al 1950, risentissero dell'influenza di un precedente conquistatore mongolo del Tibet, di cui Hopkirk però qui non parla (ma immagino lo farà nel libro ora in lettura, Il conquistatore del mondo): Gengis Khan. 


Chiudendo il libro, mi è rimasta una domanda: riuscisse l'uomo a scegliere a livello universale la non-violenza, dove metterebbe la violenza?
Nel gioco dello Yin e dello Yang, non la si può nascondere, bisogna tenerne conto, visto che è l'altra faccia della medaglia umana.
A dimostrarlo, la ferocia delle punizioni tibetane prima dell'apertura al mondo della città inviolata, quella Lhasa che oggi conosciamo da una parte per la non meno feroce giustizia cinese e dall'altra per la saggezza e la gentilezza dell'attuale Dalai Lama.
Qual è il punto di equilibrio fra violenza e non violenza?
Come si arriva a raggiungerlo, senza rischiare di immaginare un mondo umano esente da quel tratto di ferocia del potere che ritroviamo in ogni parte del mondo, in ogni cultura, in ogni pur pacifico popolo?
Forse è nella saggezza dell'amministrazione della giustizia, il punto di equilibrio?
L'altra faccia della violenza, forse non è la nonviolenza o la bontà, ma la giustizia.
Così io credo.
Quella negata al Tibet dai cinesi che lo occupano oggi con la violenza di un intento "modernizzatore" che arriva a imporre matrimoni ai monaci, non riconoscendo loro alcun diritto a scegliere il celibato o a distruggere antichi e ormai perduti monasteri ricostruendone poi una versione posticcia a mero uso turistico... 

Quella della vecchia Inghilterra coloniale che stermina all'inizio del '900 qualche migliaio di tibetani pur di firmare con questi un accordo commerciale del quale cambieranno i termini, disinteressandsene di fatto, già dopo pochi mesi, rendendo così incomprensibile ai tibetani stessi la ragione di quello sterminio...
O anche quella che nel vecchio Tibet medievale tagliava mani, gambe, strappava bulbi oculari per legge e praticava torture degne del Gengis Khan sanguinario mentre temeva poi che i primi alpinisti, scalando la Montagna Sacra, l'Everest, potessero calpestare e uccidere animaletti e insetti, attirando con questo l'ira della Grande Madre, cioè sempre l'Everst, sacro alla loro cultura...
Insomma, saperle, certe cose, aiuta a inquadrare non solo i fatti, ma la stessa natura umana, alla fine.
Natura che è, insieme, sempre, tutto il male e tutto il bene possibile.
Altro non è dato che questa continua alternanza di bene e male all'uomo, tranne la civiltà, che se è qualcosa è prima di ogni altra un'amministrazione saggia della giustizia. 

Ma qui si apre la questione di cosa sia giusto per chi, temo oggi argomento così ingarbugliato che per capirci qualcosa dovrei tornare a Gandhi, cioè all'India pre '47, e la storia si farebbe infinita...

Alla conquista di Lhasa - di Peter Hopkirk - Adelphi 2002 

2 commenti:

  1. Sempre profonde e radicali, in tutti i sensi, le domande che ti poni e che proponi, cara Ross.
    Con te penso che l'amministrazione il più possibile giusta -- cioé obiettiva, scevra da favoritismi e manipolazioni personalistiche e da ogni conflitto di interesse gravemente distorsivo dell'equità e serenità del giudizio -- della giustizia sia la chiave di volta di una civiltà che voglia essere e dimostrarsi davvero tale, oltre che lungimirante perché capace di conservarsi e prosperare nel tempo, perchè protesa a garantire il benessere del numero di suoi componenti che sia, di volta in volta, di legge in legge, di verdetto in verdetto, il più alto possibile. Senza però mai dimenticare che pressoché nessuno è profeta infallibile, in patria o altrove, tra noi miseri umani limitati e che quindi, nessun provvedimento, di Stato o di tribunale, potrà mai giustificare la brutalità e la sopraffazione proterva contro singoli individui, non importa quanto (presunti) colpevoli e feroci a loro volta, in nome di un fumoso "maggior bene comune" da tutelare o conquistare in un futuro più o meno lontano, in cui la rivoluzione ci permetterà di cogliere i suoi dolci frutti succosi, agitati come specchietti per le allodole da abbindolare, così che ingoino, nell'oggi, ogni sorta di nequizia e amara medicina, in vista della "guarigione".
    E' il principio dell' "habeas corpus", che qui in Europa è riuscito a emergere dalle fosche nebbie del medioevo già nel 1215, con la Magna Charta Libertatum e che in altre culture -- da quel poco che so e ho appreso da libri e giornali, prevalentemente asiatiche, ma non solo -- stenta invece tuttora a farsi strada, figuriamoci a imporsi come elemento fondante della filosofia del diritto.
    Ciò non toglie che l'ipocrisia, altra piaga ben rappresentata presso tutti i popoli e su tutto il pianeta, riesca a far convivere, con appena qualche soprassalto di dignità e rigore, quella filosofia con Guantanamo, extraordinary renditions, scuola Diaz, caserma di Bolzaneto, traffico e sfruttamento di esseri umani in Bosnia o Africa Occidentale da parte delle truppe internazionali inviate in "missione di pace", giù giù fino agli arresti domiciliari 'ad personam' per Giulia Ligresti e l'immediato trasferimento a un carcere più comodo e vicino alle residenze dei familiari per l'altra sorella arrestata, Lionella, colpevole sì, ma forte di un cognome che non tutti i detenuti possono sfoggiare.
    Però già ritrovarsi nelle condizioni di capire l'indegnità di certi fatti e comportamenti e di poter obiettare pubblicamente in proposito, invece che essere costretti per legge a idolatrarli come insegne della sacralità e intoccabilità dello Stato e dello ' status quo', a me sembra un segno di civiltà non trascurabile, visto l'andazzo storico planetario.
    Ciao Ross, è sempre bello leggerti e riflettere insieme con te.
    Buon finesettimana, marilù.

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  2. ...già ritrovarsi nelle condizioni di capire l'indegnità di certi fatti e comportamenti e di poter obiettare pubblicamente in proposito, invece che essere costretti per legge a idolatrarli come insegne della sacralità e intoccabilità dello Stato e dello ' status quo', a me sembra un segno di civiltà non trascurabile, visto l'andazzo storico planetario.

    Stasera rivedevo con un amico Elizabeth, film del '98 su Elisabetta I. C'è una scena in cui torturano un prete arrivato da Roma e beccato con lettere che denunciano un complotto per far fuori Elisabetta e mettere sul trono Maria Stuarda (era per dirti il periodo e il film).
    Beh, ora sto leggendo la storia di Gengis Khan, che nella mia testa dovrebbe rappresentarmi il massimo della brutalità umana.
    Così era fino a poche settimane fa.
    Ora, stasera, commentavo che Gengis Khan non ha mai avuto nulla da invidiare a nessuno, quanto a barbarie.
    Tantomeno ce ne possiamo stupire noi oggi: usiamo (usano, quei bastardi!) i droni chirurgici elevando la brutalità a fattore tecnico-scientifico, chirurgico nel senso che gli schizzi di sangue dei corpi smembrati dai droni non arrivano a sporcare la divisa del soldato che preme il bottone a migliaia di km di distanza.
    Ma brutale è ciò che armava la mano del torturatore cinquecentesco alla corte di Elisabetta I, brutale era Gengis Khan e brutale è ciò che anima chi costruisce, arma e istruisce la mano del pilota di drone a distanza.
    Cosa sarebbe questo mondo, mi chiedo, se non vi fossero le nostre apparentemente inutili domande o la nostra spesso impetente indignazione unita spesso al nostro disgusto per la brutalità?
    Ecco, io ho fede nell'indignazione che muove l'uomo fino a cercare nella giustizia una sorta di civiltà, cioè di bilanciamento fra il nero e il bianco che divide in due un'unica umanità. C'è chi consegna la sua idea di giustizia alla brutalità, reiterando nel tempo l'orrore. E c'è chi inorridendo cerca in sé un'idea del mondo in cui vi sia una giustizia capace di contenere l'indole brutale dei gengiskhanidi.
    Rispetto alla brutalità, non resta che osservare quasi con tenerezza le patetiche pretese di privilegi dei vip di oggi beccati con le mani nella marmellata. In altri tempi, in altri luoghi lontani nel tempo, hai voglia a chiamare l'amica ministro. Leggere la storia aiuta a capire che se siamo in un mondo terribile ci è comunque andata di lusso nascere qui, oggi, di questi tempi...

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