giovedì 7 novembre 2013

La tv e la mamma

A riprova di quanto il mezzo tv sia funzionale alla creazione della verità unica nazionale, incappo stamattina nel video pubblicato su Il Fatto Quotidiano dove si da notizia di una "gaffe" di Alda D'Eusanio a La vita in diretta.

Nel corso della puntata viene presentato al pubblico, in collegamento da casa, Max Tresoldi, l'uomo che nel 2001 si è risvegliato dopo 10 anni di coma.
Il caso viene presentato come pressoché unico al mondo, "grazie alla terapia formidabile che lo ha reso possibile, terapia che si chiama semplicemente "l'amore di mamma sua".

Quando si apre il collegamento da Carugate, dove risiede la famiglia Tresoldi, si vede un gruppo di persone in piedi attorno a un uomo in carrozzina cui la madre, in piedi dietro a lui, sorregge la testa che tende a scivolare verso il basso.

L'inviata precisa subito che, negli anni di coma, Max non ha mai "visto il tunnel  bianco, non ha visto nulla di tutto ciò, lui era solo bloccato nel suo corpo e non riusciva ad esprimersi".
La precisazione preventiva pare avere lo scopo di delegittimare ogni testimonianza sui "tunnel pre-morte", testimoniati da migliaia di persone uscite dal coma in ogni parte del mondo.

Max non parla.
Come abbia comunicato di non aver "visto il tunnel bianco", non è dato sapere.
La madre comunque chiarisce che:"Massimiliano c'è sempre stato, si capiva dalle sue espressioni che era vivo".

Max, sollecitato a farlo, saluta.

Viene inquadrata in studio Alda D'Eusanio:" Rivolgo un appello pubblico a mia madre: mamma, ti prego, se dovesse accadermi quello che è accaduto a Max, ti prego, non fare come la mamma di Max, quella non è vita...".

Il coro di no in studio ha qualcosa di mantrico: no no no...

Parte il tentativo del conduttore di bloccarla coprendola con la propria voce in un crescendo di imbarazzo generale.
L'episodio vede perfino l'intervento telefonico del direttore Tarantola che si scusa con la famiglia di quanto detto dalla D'Eusanio. Pare concordata anche una puntata "riparatrice" nella quale Tarantola forse interverrà, presente la famiglia, per scusarsi di ciò che si è osato dire. 

Dopo lo stacco pubblicitario, partono le scuse al pubblico e si chiarisce che la "responsabilità di quanto detto è personale".

Nuovo collegamento con casa Tresoldi e si vede Max che saluta agitando allegro la mano. 
La madre gliela ricaccia subito giù a forza, più volte: Max non pare avere il diritto di salutare, se la madre non glielo consente.

L'imbarazzante su e giù della mano di Max con la madre conferma, senza volerlo, quanto detto poco prima dalla D'Eusanio: "...quella non è vita, non è libertà".
Max non ha diritti d'espressione propri e non ha alcun modo di opporsi alle moderazioni materne. 

Max è vivo, ma non è libero in nessun modo possibile.

Così come non è libera Alda D'Eusanio (e nessun altro in questo paese), di esprimere un punto di vista proprio rispetto alla rappresentazione della realtà programmata in tv: la vita, cosa sia e come si intende il viverla, lo decide per tutti mamma Rai.

Non si alza la mano per salutare se non si è richiesti di farlo.
Non si esprimono opinioni o idee proprie sulla propria vita, se non sotto minaccia di "responsabilità personale"

C'è in questo video la completa esposizione del modello d'espressione ufficiale consentito, cui il telespettatore deve imparare ad adeguarsi pena puntata riparatrice.

Ogni opinione, posizione psico-corporea, pensiero, visione del mondo diversi da quelli programmati da mamma Rai, sono un insulto immediatamente punibile come "responsabilità personale".
Che dev'essere un nuovo tipo di reato.

Poco importa se le mani alzate a salutare siano lì a dire:"Ehilà, mi vedete? Ci sono anch'io".
E' l'amore di mamma che ti ha salvato, a stabilire cosa puoi fare e cosa no.
Ed è un amore che ti salva a patto che tieni giù le mani e non disturbi la scaletta con gesti o opinioni fuori programma.

E' un paese così, esattamente così: nulla è più peccaminoso dell'avere un modo personale di intendere cosa sia vita.
Se poi la intendi, la vita, come osa dire D'Eusanio, come "libertà" di esprimersi, allora devi presentare le tue scuse per quanto hai detto.

E' ormai un paese in cui esprimersi personalmente è considerato cosa così sgradevole da far scattare subito le scuse del direttore generale con annessa puntata riparatrice, come per gli esami andati male.
Sei vivo grazie a mamma, e devi seguire il copione.

Vivo, non libero.
Brava D'Eusanio.

Dovesse succedermi, ve lo dico pubblicamente: non osate... 

17 commenti:

  1. Ho visto lo spezzone che citi ieri sera su "Blob" ed ho trovato aberrante che una persona, chiamata in studio per esprimere una propria opinione, quando la esprime viene poi zittita come è successo a D'Eusanio. E' la logica del pensiero unico che affiora in queste trasmissioni e che, facendo per definizione leva sulle persone con minori possibilità di informazione, alleva una intera classe di ragionatori "di pancia", di quelli che poi "l'han sentito in tv" e che diventano manipolabili con estrema facilità dal Potere. Tu parli di trasmissione riparatrice, che è un'altra delle logiche perverse di QUESTA tv: dove non scambi opinioni in libertà, dove non si entra nel merito, ma si dà una botte al cerchio ed un'altra alla botte, ed alla fine si valuta chi ha fatto più rumore. Condivido perciò tutto quello che scrivi, ultima frase compresa: e te lo dico mentre mi accingo a fare visita a mia madre che da un anno è in una di quelle strutture che una volta si chiamavano case di riposo, e dove certi confini si confondono, fino a farti pensare che privare una persona della propria dignità significa renderla meno libera che a mandarla in carcere.

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    1. Bastasse zittita: letteralmente stecchita. Ho letto in giro ora che
      1. il conduttore definisce quello della D'Eusanio "Un insulto gravissimo". Dove sia l'insulto lo sa solo lui.
      2. uno addirittura chiama a una moratoria che impedisca di trattare i casi di disabilità con "leggerezza" e anzi, che vengano trattati come fossero normail. Come se non fosse proprio la famiglia del caso in questione per prima, ad accettare di esibire la disabilità del proprio figlio, mancando a questo di quel rispetto minimo che si dovrebbe a chi dipende totalmente dalla volontà e dalle cure altrui
      3. la D'Eusanio è stata massacrata e invitata da più parti a "ricredersi" pubblicamente, oltre che a porgere le proprie scuse alla famiglia. Cosa che peraltro ha già fatto, porgere le proprie scuse, nonostante risulti parecchio strano che uno si debba scusare per aver espresso il proprio punto di vista e le proprie volontà riguardo alla propria persona.
      4, altri dibattono sul fatto che, insomma!, queste cose in un a tv pubblica non devono succedere...E che è successo?
      Che di fronte a una madre che ha scelto di credere e lottare convinta del risveglio del figlio, nonostante le condizioni di disabilità piuttosto marcate, un'altra donna, lei stessa ho letto vittima di coma in passato per 30 giorni, ha detto che no, se succedesse a lei chiede di essere piuttosto lasciata morire?
      Non è forse un suo diritto? cosa c'è di offensivo per la famiglia di Max nel dichiarare a voce alta una propria diversa scelta? O siamo obbligati ad accettare la disabilità totale piuttosto che scegliere di esser lasciati morire?
      Le trasmissioni riparatrici (pare oggi sia andata in onda la puntata delle scuse pubbliche), sono la misura dell'intento brutalmente didattico rivolto più al pubblico, che ad altri.
      Insomma, è un po' la situazione generale di questo paese: i tunnel li vede solo chi ha l'autorità per vederli, noi siamo invitati a credere che sia normale vivere in stato comatoso per 10 anni (come il paese), e una volta risvegliati, come ci promettono, dovremo dire solo e sempre che la vita è bella comunque e merita di essere vissuta "pienamente" (l'ho letta, questa), comunque sia, anche così, con la testa che ti cade e la mamma che ti rimette a posto se tenti di salutare senza chiederle il consneso.
      Ora, il "pienamente" con la disabilità totale non so come possano conciliarsi, ma è un dubbio che non posso esprimere senza il rischio di un post riparatore.
      La questione degli ospizi poi, non hai idea di quante volte l'ho considerata peggio che una prigione: un luogo di detenzione dove chiunque può fare su di te ciò che meglio crede.
      Sempre nel tuo interesse e per il tuo bene, sia chiaro.
      Così via di psicofarmaci, di cibo che neanche a un gatto, di orari scanditi dalle esigenze turni, con tanti saluti al tuo ritmo biologico mentre ti lasciano il piscio addosso perché non c'è personale che ti possa togliere il pannolone bagnato prima del prossimo turno.
      No, mille volte no.
      Meglio una D'Eusanio scalciante...

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  2. Solidarietà a ConteMax e mi associo al "non osate". A me non si caricava il video e per fortuna non l'ho visto altrimenti mi avrebbe rovinato la giornata. Ci vogliono zombie eterodiretti dal pensiero (?) e sentire unico. Questa è la dimostrazione della pericolosità della TV e della cancerogenità di simili aberranti trasmissioni. Mi auguro che la D'Eusanio non partecipi ad alcuna "puntata riparatrice" e si dimetta dalla RAI.

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    1. Sì, questa è la lezione sottintesa: zombies eterodiretti, cioè neppure deambulanti, così che gli arti te li muovono loro e solo se lo richiede la telecamera.
      La tv è, purtroppo, anche questi che si prestano a queste trasmissioni.
      Come si fa, mi chiedo, a non avere un po' di rispetto per i diritti di quell'uomo seduto in carrozzina la cui volontà anche di un solo saluto viene repressa dalla volontà della madre? Ma dov'é mai l'amore in tutto questo? Dov'è quel desiderio di proteggere l'oggetto di tanto amore, la sensibilità di comprendere che se vuoi puoi esibirti tu, andare tu a raccontare la tua storia, ma perché sottomettere il figlio che non può mandarli a quel paese a una simile violenza?
      Forse non avremmo apprezzato comunque questa madre? Magari di più?
      Invece tocca sentire che nemmeno ha compreso ancora che la sua scelta è solo una sua scelta, che non è necessariamente la scelta unica per tutti.
      Invece si sente offesa, la famiglia. Senza comprendere che se vai a mostrarti in tv, ti piaccia o meno, che tu ne sia completamente consapevole o meno, sei tu che ti presti poi a ogni qualsiasi commento, bello o brutto che sia.
      E se non sai nemmeno accettare che vi siano altri che di fronte alla stessa scelta avrebbero agito diversamente, te ne stai a casa.
      Non sei pronta per confrontarti sul tema con nessun altro.Non puoi pretendere di esibirti accettando solo che tutti siano d'accordo con te.
      La tv è spettacolo, qualcuno che glielo spieghi a 'sta gente esiste, prima di invitarli a trasmissioni televisive?
      C'è qualcuno che li prepari, che glielo spieghi, che si faccia carico di preparare 'sta gente a ciò che può esser lorop sgradito ma che è inevitabile succeda?
      Quseat tv è cannibale in ogni senso: i produttori cannibaliozzano gli ospiti pur di fare audience; gli ospiti si fanno cannibalizzare dai conduttori ma pretendono di non esserlo a loro volta dai telespettatori.
      La D'Eusanio, fortuna sua, è viva.
      E lotta insieme a noi, come si dice.
      E questo in tv non è previsto.
      Così ora tentano di cannibalizzare lei, tirando con questo ancora su l'audience e continuando a cannibalizzare l'intelligenza critica dei telespettatori.
      Spegnerla e buttarla, la tv.
      Lo sostengo da anni...

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    2. Non ho visto né la trasmissione né il video, ma quel che ne emerge dal tuo resoconto, la "quasi morte in diretta", con ricchi premi e cotillion solo per i bimbi più buoni, è agghiacciante.

      Vorrei solo provare a sfilare, per un momento, da questo turpe teatrino delle marionette, quella madre e quel figlio, insieme. Lo spontaneo, assolutamente sincero e da molti condivisibile moto di orrore e -- si può dire? -- forse anche un po' di ribrezzo della D'Eusanio ha provocato, specularmente, la reazione automatica, anche questa umanissima, di vergogna e pudore di quella mamma, che si è vista di botto in un certo senso imbrattato dalla repulsione incoercibile di un personaggio pubblico, colui che era stata invitata a esporre pubblicamente come il suo "gioiello", la medaglia al valore conquistata con tanta sofferenza, fatica e rabbia ingoiati insieme alle lacrime pur di far prevalere sempre ogni volta la speranza e la tenerezza per un figlio che ora si ritrova probabilmente con le capacità cognitive di un bimbo di due anni e che quindi, accorgendosi con notevole ritardo di essere in collegamento televisivo, aveva preso l'iniziativa del saluto festoso di benvenuto fuori tempo massimo.

      Ecco, forse l'unico modo per scusarsi con tutti, con la mamma, con il figlio, con la signora D'Eusanio, è provare a vederla così.
      Gli unici davvero inescusabili restano i dirigenti RAI per come hanno concepito la trasmissione e, peggio ancora, gestito gli inevitabili, incerti effetti collaterali della "diretta".
      Ciao Ross, buon tutto, marilù.

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    3. Capisco ciò che vuoi dire, e potrei concordare con te al 100% non fosse per un dettaglio: quel "bimbo" non ha le capacità cognitive di un bimbo di due anni, forse ha quelle di un uomo ingabbiato nell'impossibilità di agire e comunicare ciò che è diventato. E siamo alle ipotesi, sia chiaro.
      Ma fosse, che ha le capacità cognitive di un bimbo di 2 anni, col cavolo che avrebbe subito in silenzio quella mano che ostinata gli impediva di salutare. Un bimbo di due anni, se gli fai una cosa simile, urla, strepita, si offende a morte e smette di urlare solo se quella madre per scusarsi lo coccola e compensa con qualcosa quell'affronto.
      Insomma, avesse due anni, la madre si guarderebbe bene dall'intervenire sapendo che non gli andrebbe altrettanto liscia come con un figlio impossibilitato a esprimere fosse anche un minimo velo di giusta offesa.
      E' questo il dramma vero, per come la vedo io: quell'amore della madre si è trasformato in una ulteriore gabbia dalla quale per il figlio è totalmente impossibile uscire.
      Per questo D'Eusanio ha mille volte ragione...

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    4. Hai ragione, il paragone col bimbo di due anni è arbitrario, oltre che intrinsecamente fuori bersaglio, rispetto a quello che mi pareva e mi pare tuttora di aver capito di quella situazione e che desideravo mettere in luce: il ritardo nell'elaborare le impressioni ricevute dall'ambiente circostante e la conseguente lentezza (che però potrebbe anche essere originaria, cioè un sintomo separato e indipendente dell'alterazione cerebrale subita dal povero ragazzo) nel comunicare all'esterno le reazioni agli stimoli ricevuti. Più che a quella di un vispo e sano bimbo di due anni, sarebbe allora più appropriato paragonare la sua condizione a quella di una persona imprigionata in una sorta di universo parallelo in cui il tempo scorre molto più lentamente che non nel nostro mondo, per cui i segnali che noi emettiamo e che pure sono in grado di raggiungerlo, vengono recepiti con notevole ritardo rispetto alla NOSTRA percezione del tempo. Niente di strano, quindi, se anche la sua risposta arriva con.... un altro fuso orario.

      A parte questo, anch'io capisco lo sdegno che provi davanti a quell'ulteriore forma di 'confinamento' del malato che poteva risultare dalla reazione materna di pudore iperprotettivo (sia del figlio, sia dell'immagine di sé, anch'essa distorta da sofferenze, incomprensioni, rinunce ripetute e moltiplicate per chissà quanto tempo); tuttavia non me la sento di condannare quell'improvvido gesto con la tua stessa sicurezza. L'immenso, tenace amore di quella madre non è perfettamente filtrato da tutte le scorie della vanità, del bisogno di approvazione, riconoscimento sociale e di gratificazione personale? Sì, è più che probabile. Io però piuttosto che come non abbastanza santa, preferisco vederla solo come troppo umana, proprio come la signora D'Eusanio, alla quale, oltre tutto, quella situazione deve aver ricordato la sua personale e diretta esperienza del coma e soprattutto della fatica per uscirne completamente, riacquistando a prezzo di duro impegno e fatica, tutte le facoltà perse col trauma clinico che l'aveva portata a stazionare nell'area di pre-morte per un bel po', anni fa.

      Spero di essere stata abbatsanza chiara e precisa, stavolta. Scusa la prolissità e l'invadenza e sempre grazie -- di cuore -- per l'ospitalità.
      Ciao, buon tutto, marilù.

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    5. Il tema è importante e la "prolissità" dovuta, visto il poco tempo che dedichiamo a questi temi, è concessa.
      Chiarito che puoi prolissare quanto ti pare, direi che la visione del video incriminato aiuterebbe, visto che scrivi:
      Più che a quella di un vispo e sano bimbo di due anni, sarebbe allora più appropriato paragonare la sua condizione a quella di una persona imprigionata in una sorta di universo parallelo in cui il tempo scorre molto più lentamente
      Non reagisce tardi, all'invito a salutare; semplicemente saluta quando riprende il collegamento, come (questo sì) farebbe certo ogni bambino socievole di fronte a persone che gli stanno dimostrando attenzione e simpatia.
      E' quindi la sua sponteneità, a venir repressa, non il ritardo nell'esecuzione di un invito che può mettere in imbarazzo evidenziando un viaggiare "su un universo parallelo".
      E' in questi dettagli apparentemente insignificanti che il corpo parla meglio di mille parole o intenzioni.
      E, sia chiaro, capisco che la madre abbia sviluppato nel tempo un'iperprotettività che la spinge a controllare con gesti automatici ogni movimento corporeo del figlio. Lo trovo comprensibilissimo.
      Ma in quel gesto dice anche il suo timore di sfigurare lei, per via di quel figlio.
      Del quale, con quel gesto, dice che non crede affatto alla libertà del figlio di esprimersi come sente di voler fare e tutto sul suo bisogno di controllarne ogni minimo gesto, respiro, battito di ciglia quasi a rassicurare se stessa che sì, è proprio successo, si è risvegliato.
      Così lo tiene prigioniero mentre controlla ad ogni istante quanto è vivo.
      Ma, appunto, non libero...
      Detto fra me e te, davvero importa se quel figlio fa qualcosa di imbarazzante per la madre?
      Ha il diritto di fare ogni cosa che sente, visto che è l'unica modalità in cui può esprimersi.
      No?

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    6. Certo che sì, Ross, voglio dire: certo che ne ha il diritto, come e più di noialtri, di tutti gli altri. Ma la madre, che ha una percezione normale, cioé più complessa, di quel contatto, sa che non c'è semplicemente della gente affettuosa e interessata al figlio, là oltre la macchina da presa, sa che è in TV, si sente un po' un monumento vivente al milite ignoto delle terribili (e stupende) cause quasi perse e, in definitiva, teme, per forza di cose e in un angolino non del tutto sprangato della sua coscienza, le brutte figure, le incomprensioni, le derisioni -- che, in Italia come nel resto del mondo, non riguardano solo gli omosessuali e i trans, ma chiunque sia diverso, strano, fuori dai canoni e dai cliché. E non sottilizza quando la D'Eusanio ha quella spontanea -- alla luce di tutto il resto e soprattutto del suo passato personale, giustificata -- reazione di rifiuto, ma semplicemente cerca di frenare l'espansività divenuta fuori luogo del figlio "mostrificato" -- di nuovo, ancora e ancora. Lo vuole forse un po' proteggere anche dalla possibilità di vederlo Lei stessa come non si è mai permessa di considerarlo, almeno non consapevolmente.

      Devo ancora vedere lo spezzone di filmato sul sito de "Il Fatto", scusa.
      Entro domani cercherò di rimediare, adesso devo proprio scappare.
      Ciao Ross, buona notte,
      Con affetto, marilù.

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    7. Lo vuole forse un po' proteggere anche dalla possibilità di vederlo Lei stessa come non si è mai permessa di considerarlo, almeno non consapevolmente.

      Questo, soprattutto. Questo.
      Nel "mostrarlo", mostra il "mostro" che ha dentro di sé e dal quale desidera (forse, inconsciamente) liberarsi.
      Hai colto esattamente il punto.
      E' la percezione del mostro come mostro, a crearlo.
      In sé, è solo una delle migliaia di versioni della molteplice umanità.
      O, se riusciamo a vederla, uno dei mille volti del divino.
      Inteso nel senso di un vecchio post che, se hai tempo e voglia, ti invito a leggere.

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  3. Il post è molto bello e avvincente il modo in cui tu commenti la storia rportata. Vorrei solo notare che i genitori della piccola Lali sono stati aiutati enormemente nell'accogliere la propria figlia senza remore e timori dall'entusiasmo e addirittura dalla venerazione di concittadini, familiari, amici e persino sconosciuti, che sono giunti da ogni dove della nazione per porgere omaggio alla reincarnazione vivente del dio Ganesh. La signora Tresoldi, nonostante la bella truppa di amici che le si è stretta attorno nel momento in cui il dramma ha fatto irruzione nella sua omologata e tranquilla normalità, ha avuto, in paragone, molta meno fortuna.

    L'Italia di veline e calciatori -- come tu stessa sottolinei in quel vecchio post -- è agli antipodi del villaggio indiano, che ha festeggiato la nascita di Lali, non solo dal punto di vista geografico. Una riprova dell'ipocrisia "politically correct" che impera dalle nostre parti -- e nevrotizza mamme, figli e famiglie intere, giudicate non sufficientemente omologate -- è la decisione da parte del Corriere.it di non pubblicare alcuna foto della neonata.

    Cionondimeno, non trovo nulla di deprecabile nella decisione di altri genitori come quelli della bimba di Santo Domingo o dell'altra bimba indiana (Lakshmi), che hanno preferito offrire alla propria creatura un'aspettativa di vita più lunga, non necessariamente menomata fino alla morte, ricorrendo agli interventi chirurgici consigliati, e purtroppo, in uno dei casi riferiti, falliti tragicamente. Si trattava comunque di interventi volti a salvare la vita e non a sfornare copie perfette di Brigitte Bardot.
    Ciao Ross, un abbraccio, marilù.

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    1. Una riprova dell'ipocrisia "politically correct" che impera dalle nostre parti...è la decisione da parte del Corriere.it di non pubblicare alcuna foto della neonata.

      Concordo.

      Cionondimeno, non trovo nulla di deprecabile nella decisione di altri genitori come ...

      Nemmeno io.
      Però mi resta una domanda: quanto influisce su - interventi volti a salvare la vita e non a sfornare copie perfette - il bisogno indotto di voler essere "uguali" e voler avere figli "uguali", in questa nostra società in cui si esalta la bellezza a patto che sia il più uguale possibile a quella di ogni altro uguale?
      Quanto ci condiziona, rispetto alle culture in cui (ancora per poco, immagino), ogni particolarità, ogni diversità, ogni singolarità è segno del divino, anziché il segno di una disgrazia cui umanamente/chirurgicamente rimediare quanto prima possibile?
      Quanto siamo vittime, di questa ossessiva idea per cui non riusciamo nemmeno a consentire a una persona in difficoltà motorie e verbali di salutare perchè gli va di farlo e basta?
      Dove diavolo sono finite la bellezza di ogni singolarità espressiva o la simpatia per espressioni istintive, non mediate da un falso senso del lecito e del consentito?
      Perché non essere felici nel vedere quella mano che saluta, anziché averne pudore?
      Cosa c'è mai di sbagliato, mi chiedo?
      Non nella madre, vittima come tutti noi di un mondo che ci fa provare pudore e imbarazzo fosse anche di un grazioso paio di orecchie a sventola.
      Cosa c'é di sbagliato in noi tutti mi chiedo, nel nostro modo di guardare a ogni singolarità umana quasi fosse un errore del divino, anzichè la conferma di una sua manifestazione?

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  4. Prima di provare a rispondere nel merito alla domanda culminante del tuo ultimo intervento ("Cosa c'è di sbagliato nel nostro modo di guardare a ogni singolarità umana, quasi fosse un errore del divino, anziché la conferma della sua manifestazione?"), mi sembra più onesto da parte mia fare una digressione e rivolgere l'attenzione sulle tue considerazioni sul sottile bisogno inconscio di omologare i propri figli a una normalità accettata che può aver spinto i genitori di Lakshmi, per esempio, a dar retta a quei medici 'occidentalizzati' che caldeggiavano il ricorso a un intervento chirurgico per la loro bambina. Su questo mi viene da dirti che sì, è possibile che questo sia stato il movente 'segreto' del loro consenso a procedere con la chirurgia, ma che, visto che sul tavolo della decisione, tra gli sproni a scegliere la terapia invece che la passiva accettazione del destino -- presente e futuro -- , c'era prima di tutto quello di conservare in vita il più a lungo possibile la loro piccola, è quanto mai arbitrario e azzardato, dal di fuori, e da così lontano, stabilire quale desiderio profondo abbia prevalso su ogni altro e agito da vero motore di quella scelta.

    Sulla falsariga di simili giudizi, si potrebbe allora anche osservare che i genitori di Lali, quando hanno affermato che non si preoccupavano di far vivere a lungo la loro creatura e che affidavano totalmente alla volontà divina il computo dei suoi giorni su questa Terra, in realtà sotto sotto auspicavano che quello "scherzo di natura" sgombrasse in fretta il campo della LORO vita e tranquilla normalità, come un ospite famoso ed eccentrico che, alla lunga, stufa e imbarazza i suoi anfitrioni. Ma una simile osservazione avrebbe un po' troppo il sapore di malignità, vero? Sia perché sarebbe fuori contesto, sia perché, alla fine, di nuovo pretenderebbe di giudicare non fatti puri e semplici ma addirittura nel profondo delle coscienze, dove è gia difficile (benché non impossibile) discernere con una frequentazione assidua e attenta di anni delle persone prese in esame.

    Eccoci infine alla tua domanda finale: "Cosa c'è di sbagliato ecc ecc.?" Il punto è che nella visione occidentale, o, se preferisci, cirstianizzata, del Creatore e della creazione, la volontà di Dio non è mai un assoluto che agisce sempre in completa autonomia e indipendenza, cancellando, con la sua azione, libertà e decisioni dell'Uomo. Queste ultime possono essere anche disarmoniche rispetto a quella volontà di bene, o semplicemente goffe e sprovvedute nel tentativo pur sincero di realizzarlo, tanto da portare a risultati che procurano sofferenza invece che gioia, o nuovi bisogni da soddisfare, accanto a quelli appagati. Ecco quindi spiegata la necessità di "manovre correttive" quando sopraggiunge la malattia o l'infortunio o la carestia, o l'alluvione o...., tenendo presente che il principio certo da perseguire in ogni caso è la conservazione della vita, perché il nostro Dio è "il Signore amante della vita" (vedi libro della Sapienza, cap. 11) e non, per esempio, una Kalì devastatrice, adorata come tale.

    Ma mi sono dilungata di nuovo oltre misura. Quindi, almeno per oggi, chiudo qui.
    Ciao cara Ross, buon tutto e alla prossima.
    marilù.

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    1. [23]Hai compassione di tutti, perché tutto tu puoi,
      non guardi ai peccati degli uomini,
      in vista del pentimento.
      c'era prima di tutto quello di conservare in vita il più a lungo possibile la loro piccola, è quanto mai arbitrario e azzardato, dal di fuori, e da così lontano, stabilire quale desiderio profondo abbia prevalso su ogni altro e agito da vero motore di quella scelta.

      Non mi azzardo.
      Nemmeno giudico, ad essere sincera. Mi limito a esprimere dubbi e domande che hanno valore per me, non valore universale.
      Ti pare?

      Sulla falsariga di simili giudizi,...

      Appunto, nessun giudizio...

      che quello "scherzo di natura" sgombrasse in fretta il campo della LORO vita e tranquilla normalità,...

      O, per contro, magari hanno scelto di lucrare su quel dono inaspettato, vista la folla che si è riversata da ogni parte in visita alla nuova Ganesha.
      Non sarebbero né i primi né gli ultimi, soprattutto in paesi dove la miseria è così tanta che anche sfruttare la derformità è una via per la sopravvivenza.
      E' umano pure questo, perché che lo pensano e lo fanno gli umani.

      perché il nostro Dio è "il Signore amante della vita" (vedi libro della Sapienza, cap. 11) e non, per esempio, una Kalì devastatrice, adorata come tale.

      Ops! Su questa possiamo passarci un paio di mesi, volendo.
      Prima ti ringrazio, perché la curiosità mi ha spinta a una rapida verifica di ciò che dice quel cap. 11, cioè questo:
      Poiché tu ami tutte le cose esistenti
      e nulla disprezzi di quanto hai creato;
      se avessi odiato qualcosa, non l'avresti neppure creata.
      [25]Come potrebbe sussistere una cosa, se tu non vuoi?
      O conservarsi se tu non l'avessi chiamata all'esistenza?
      [26]Tu risparmi tutte le cose,
      perché tutte son tue, Signore, amante della vita,


      Che in parte è con me (come può sussistere ciò che tu non vuoi?), dall'altra è con te (...Signore, amante della vita )
      Però, poi, se mi opponi il Dio amante della vita alla Kali devastatrice, mi tocca ricordarti quel che lo stesso libro della Sapienza, appena qualche capitolo prima, minaccia nei confronti dei figli degli empi o dei "peccatori" e via così.
      Non proprio un buffetto divino.
      Per me, tendo a credere che le minaccie dei libri sacri siano più interpretazioni umane della furia divina, che gli intenti scritti e normati di un Dio "amante della Vita". Così come umana è l'interpretazione comune della volontà vendicatrice della dea Kalì. La quale, a un più approfondito esame, si rivela essere null'altro che una uguale rappresentazione dei molti mali che affliggono l'umanità intera, più che accollarsi lei stessa, pura immagine simbolica dei fatti esistenti, l'onere di sobbarcarsi inutili fatiche punitive nei confronti di un'amanità che a farsi del male già ci da dentro di suo, senza alcun intervento divino di qualsiasi provenienza sia.
      Sto ovviamente semplificando, visto che entriamo in un campo che richiederebbe mesi di appassionante discussione, cui sono pronta, se vuoi...
      Però, un dato a me non torna mai, quando si parla di "amore per la vita" associandolo a Dio.
      Ho sempre la sensazione ci si dimentichi che tutto ciò che a Lui attribuiamo non sia che, ancora una volta, la volontà umana.
      Di Dio non si può parlare, visto che ogni cosa che ne diciamo è sempre e solo umano.
      Però stiamo lì tutti a tradurne le intenzioni, solo nostre e umanissime pure queste.
      Poi ci sono pure i giustizieri per conto di Dio, che agiscono in nome e per conto suo facendosi pure la croce un secondo prima di aprire il bazooka o lanciare il missile all'uranio sull'infedele di turno.
      Forse meglio sarebbe non citarlo, non interpretarlo, non farcene scudo a difesa di un'idea dell'esistenza che, alla fine, sta tutta sempre e solo nelle nostre mani.
      O no?

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  5. Scusa Ross, ma sei tu che hai posto al centro della discussione Dio, nel momento in cui hai chiesto: "Cosa c'é di sbagliato in noi tutti mi chiedo, nel nostro modo di guardare a ogni singolarità umana quasi fosse un errore DIVINO, anzichè la conferma di una sua manifestazione?". E devo concederti che se hai formulato così la tua domanda, avevi le tue buone ragioni, dato che il papà di Lali, nell'articolo da te riportato e commentato qualche anno fa, si appellava a un comunque affscinante (almeno di primo acchito, e per me) abbandono pieno alla divina volontà circa la sopravvivenza più o meno prolungata della sua figlioletta.

    Sono contenta che ti sia andata a leggere quel capitolo del libro della Sapienza (io lo trovo stupendo e un po' ci contavo, lo confesso), sebbene debba riconoscere che l'argomento è appassionante e controverso anche dal mio punto di vista. Anche se dal mio punto di vista immeritatamente privilegiato di lettrice dei vangeli, mi sembra di avere qualche (ma solo qualche) strumento interpretativo in più per dissipare la fitta nebbia che avvolge il Volto divino, sempre conteso tra il corruccio del distruttore inamovibile di Sodoma e Gomorra e il padre infinitamente compassionevole che si commuove per gli animali e persino per le piante della città di Ninive che aveva minacciato di radere al suolo, salvo poi fare marcia indietro e rimproverare, con un'ombra di malinconia, il suo "inviato speciale" Giona per le meschine recriminazioni di quest'ultimo sulla brutta figura da "profeta da strapazzo" che gli aveva fatto fare al cospetto della grande e potente città (vedi il libro di Giona).

    Nonostante capisca di muovermi su un terreno minato, provo lo stesso a risponderti in modo sintetico. Nel contrapporre -- in maniera un po' troppo sbrigativa e rozza -- il Dio di quella definizione data dall'autore del libro della Sapienza alla "vendicativa" Kalì, intendevo evidenziare la visione PREVALENTE della divinità, pur nel permanere del mistero che La avvolge, in un contesto antropologico e sociale rispetto a un altro -- quello orientale e, nello specifico indù, di Lali e dei suoi familiari e concittadini da una parte e, dall'altra, quello occidentale, nello specifico cristiano, in cui la famiglia Trecase e noi viviamo, pensiamo, decidiamo e, ciò facendo, anche, per forza di cose, giudichiamo. Detto in soldoni -- spero senza offesa per nessun diversamente credente che passi di qua -- : se per gli indù la "potenza distruttrice" è soltanto un'altra divinità da venerare e temere accanto alle altre del Panteon, per noi, cultori del Dio unico, non è altrettanto facile risolvere la faccenda con la questione della punizione degli empi, perché è chiaro che in tanti disastri naturali vengono travolti alla pari giusti ed ingiusti, buoni e malvagi, santi ed empi. Per questo fin dalll'Antico Testamento (vedi il libro di Giobbe) è stata introdotta (per me credente, è stata rivelata) la realtà degli angeli ribelli e della loro irriducibile volontà di male e distruzione nei confronti di noi umani, per loro oggetto di invidia e malevolenza senza ripensamenti né remissione. Di conseguenza, amare e rispettare il Dio Creatore per noi significa collaborare con Lui nella difesa della vita, mettendoci, quando serve, i nostri cinque pani e due pesci di buona volontà e di conoscenza, fin dove, a un dato momento storico, è arrivata a capire e offrire rimedi e soluzioni. Senza dimenticare, naturalmente, che spesso, volenti o nolenti, i più grandi tafazzisti siamo noi umani, alcuni anche con convinzione e di gusto, che partecipino direttamente a messe nere oppure no.

    E meno male che volevo essere sintetica. Ma su certi temi la buona volontà non basta, non c'è niente da fre.
    Ciao Ross, buona notte e alla prossima.
    marilù

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    1. Hai ragione, l'ho "scritto prima io", quel "divino".
      E non intendo rimuoverlo.
      Rimane che con questo non mi riferisco ad altro che al significato universale del termine "divino", ben sapendo che inevitabilmente ognuno tende poi ad associare a questo termine la propria precisa idea di divinità: per te il Dio dei Vangeli, per me Dio, Allah, Brahma il Tengri o chi vuoi. Non c'è alcuna differenza se non nel nome, che tu senti il bisogno di dargli preciso preciso e io no.
      E se è vero che prediligo la lettura dei Veda a quella dei vangeli, non smetto di trovare segni e ispirazioni ovunque simili.
      Diverso è però il modo di rappresentarsi il divino, e in questo mi sento indubbiamente più in sintonia con l'idea vedica di un mondo che rimane umano anche nelle sue sfere più alte, tranne l'ultima, quella che non ha nome se non è l'uomo a dargliene uno. E l'uomo, da sempre, da al mistero senza nome quello che meglio conosce per storia e cultura.
      Sulle opposizioni male/bene poi, quanto più ricchi i Veda, che riescono a far rientrare ogni bene e ogni male dentro l'umano.
      Poi c'è una cosa: sono alla fine un'anima semplice, per questo non comprendo mai fino in fondo l'idea del male come mezzo di contrasto del divino.
      Solo il pensarlo mi pare un farsi del male da soli, perciò evito anche di nominare l'innominabile.
      Non è roba per me, la sicura identificazione di un preciso nome, migliore di un altro, da contrapporre a qualunque altro.
      Brahma mi piace perché non è cosa di cui mi debba occupare più di tanto.
      Mi accontento di dei minori, qualche Buddha, qualche Ganesh, qualche Shiva qui e là. Mi pare tutto più gioioso e perfino Khali, a ben vedere, ha un aspetto meno efferato della sua (non) controparte occidentale: non manca di corone di fiori, di gioielli, di aspetto danzante.
      Ce l'ho con il truce, proprio lo sfuggo, che ci vuoi fare?
      Lo so, penserai che sto mandando in vacca un discorso che sembrava partito bene e prometteva di farsi intrigante.
      Ma mi spiazza il confrontarmi con le certezze sul divino altrui.
      Non ne ho: che argomenti trovo?
      O, se ne ho, sono prive di nomi precisi, di certezze o citazioni da esporre come verità.
      So parlarne solo come fatto universale e intimo, nulla di più.
      Però sono contenta della tua provocazione a leggermi il libro della Sapienza: leggere leggo tutto e, in questo campo, nulla mi è indifferente o inutile.
      Ma niente bandiere, non ne ho...

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    2. A ben riflettere, anche la mia bandiera. alla fin fine, è il Volto divino sfigurato da tutti i colpi dei nostri, spesso balordi, tentativi di racchiuderLo in una definizione.... definitiva, che è rimasto impresso -- anche lì, per vie e con modalità misteriose -- nel lino della Sindone.

      Quindi queste tue gioiose e davvero amalbili semplicità e riservatezza sono per me un prezioso monito a ricordare il "Dio nascosto", sia in quel lino sia in ogni piccola e silenziosa Ostia consacrata, e a concludere questo non meno prezioso e interessante scambio di idee, con l'aggiunta di un grazie sentito e sorridente. E di un abbraccio, ché qui ci sta proprio bene; anche perché, nella sua virtualità, ha qualcosa di particolarmente intonato con l'Infinito, attrorno a cui abbiamo intrecciato la danza di questo nostro dialogo, rigorosamente silenzioso.
      Ciao Ross, a presto rileggerti, marilù.

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