sabato 20 aprile 2013

Non è un reality

Non godo per niente, a vedere ciò che sta succedendo al Pd.
Non in questo momento, non a queste condizioni, non ora.
Non so fare a meno di ricordare che in gioco è la stabilità già molto precaria delle Istituzioni del Paese.
Il Pd è, piaccia o meno (e a me non piace), parte integrante del potere, presente in ogni Istituzione, in ogni Fondazione, in ogni apparato dello Stato e della pubblica amministrazione. 
Se saltano ora, in questo modo, gli equilibri già fragili che tengono ancora in equilibrio a parità di forze contrapposte, i due schieramenti che governano questo paese da vent'anni, non la vedo affatto bene.
E auguro a Rodotà, per la stima che ho per lui, di non avere i numeri. 
Se dovesse farcela per uno o due voti, si troverebbe a iniziare il settennato in un clima da notte dei lunghi coltelli, osteggiato dall'interno di quei gangli del potere che sono il vero potere, quello sul quale i cittadini non possono nulla, tranne rischiare il proprio sangue, non un like o un hashtag.
Non gioisco, quando pur di far vincere una propria idea del mondo (che condivido, sia chiaro), si gioca come si trattasse di una partita a scacchi dove esibire acume e strategia mettendo invece a rischio proprio ciò per cui si crede di lottare, cioè quel residuo minimo di stabilità e democrazia che ha retto a fatica negli ultimi mesi.
Non basta un Presidente della Repubblica voluto e amato dal popolo perché tutto si aggiusti. 
Non basta nemmeno se è degno della più alta stima.
Potrebbe finire che vince per essere il capro espiatorio di forze che, più che farsi governare, governano e contano più della più alta rappresentanza istituzionale dello Stato.
Che il Pd sia vittima di se stesso, della propria arroganza e dei propri stessi giochi, mi consola poco, se a pagare per tutto questo è il paese intero.
Trasformare l'elezione del Presidente della Repubblica in una resa dei conti fra bande rivali, rischia di produrre una resa dei conti fra quelle stesse bande anche fuori dall'aula e dopo che ha vinto il candidato del popolo.
Che conta vincere, se a perdere è la ragione stessa per cui si lotta?
Già vedevo malissimo il clima dei giorni precedenti questa elezione del Capo dello Stato, con un impazzare di sondaggi al toto Presidente come si trattasse di un reality o di ottenere il maggior numero di like alla propria proposta di candidatura.
Assistere ora a petizioni e tifo via Twitter o via Facebook, e al gioco al massacro verbale con idioti che godono e gongolano come fossero allo stadio anziché nel luogo e nel momento più alto e delicato del loro ruolo, non me la dice bene.
Anzi, me la dice proprio malissimo.
Non ho mai risparmiato critiche e prese per i fondelli a Bersani e al Pd.
Sono anni che il Pd merita ciò che oggi gli succede.
Ma gioire per la spaccatura dei suoi vertici, in questo momento; godere all'ipotesi che questo sia un bene così vince (ci si illude vinca), il candidato voluto dai like e dalle petizioni, un Presidente che sarebbe bruciato prima ancora di essere eletto proprio per il tifo da reality che gli si fa intorno, è misura di quanto a fondo abbiano manipolato la nostra percezione della realtà servendoci di realities e like che ci fanno credere che basti pigiare un tasto, per fare democrazia e civiltà.
Se l'idea che abbiamo del mondo è quella per cui chi ottiene una maggioranza di voti decide per tutti, che chi perde non conta nulla perché se ha perso è perché è un evidente coglione, siamo messi davvero male.
Tanto ha potuto l'avere a disposizione una tastiera o un telecomando? Voti da casa, e se vince il tuo candidato preferito ti convinci di avere in mano la verità su ogni cosa del mondo?

1 commento:

  1. "Che conta vincere, se a perdere è la ragione stessa per cui si lotta?"

    E' proprio così. Ed è proprio triste che i primi a perdere il filo e il senso di questa indispensabile connessione (non ADSL) siano proprio gli incaricati di tutelarne gli ambìti effetti di pace sociale, coesione effettiva e fattiva, prosperità e salute in tutte le loro declinazioni e, soprattutto, per tutti.

    C'è poco da fare, tocca a noi seduti in platea restare coi piedi per terra e tirare giù dalle loro "cloud" di pixel-cartapesta le consunte fotocopie parlanti dei nostri angelicati (e orlandati) compatrioti. Sperando di essere ancora in tempo.
    Ciao Ross, con affetto, marilù.

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