venerdì 15 novembre 2013

Gengis Khan e le orde selvagge

Gengis Khan morì il 18 agosto 1227, nei pressi di Qingshui, a nord del fiume Wei, tra quei monti del Gansu orientale in cui era andato a cercare un po' di refrigerio quando era già sofferente. Aveva appena sessant'anni.
Di questa biografia del grande conquistatore mongolo mi hanno colpito due cose: il totale disinteresse per la città, cioè per l'organizzazione delle attività umane in un unico centro protetto da mura, e il totale disinteresse per la cultura, cioè per ogni forma di espressione creativa che comunemente riferisce dell'anelito alla bellezza nell'uomo.
Non ha mai imparato a scrivere, tantomeno a leggere, e per tutta la vita avrà in sospetto chi lo sapesse fare, pur apprezzandone alla fine l'utilità pratica, fino a far brutalmente uccidere l'amanuense che osasse arricchire un testo da lui dettato con parole troppo raffinate nella convinzione si burlasse di lui. 
La sua idea di bellezza, ci racconta René Grousset in questo Il Conquistatore del mondo, era la steppa: amava osservare le distese senza fine delle steppe mongole e, se mai, apprezzava quelle zone desertiche qui e là vivacemente colorate dai fiori che spuntavano dove la steppa, attraversata in alcuni punti da fiumi, formava temporanei laghi melmosi.

Sterminava ogni singolo umano dei paesi che conquistava. 
Di qualsiasi età e sesso, tranne salvare gli artigiani e alcune donne, se di una certa bellezza e rango. 
Gli uni li spediva in Mongolia, riutilizzandoli per costruire armi, catapulte e altri oggetti utili a continuare le invasioni. 
Le altre, le regalava ai suoi migliori generali quale premio di guerra o a qualche re, che si premurava di attaccare qualche tempo dopo averlo blandito con tali graziosi doni che si riprendeva appena finito di sterminarne il regno. 
A volte usava gli stessi abitanti sotto assedio, prima di poi finirli, come mezzo per forzare muri di cinta o i bastioni protetti: obbligava questi prigionieri ad avanzare esponendosi agli attacchi di parenti e amici i quali, vedendosi di fronte il volto conosciuto anziché il nemico, allentava la difesa finendo per cedere all'assalto. 
Ottenuta la resa, faceva comunque fuori tutti massacrandoli nei modi più raccappriccianti e uno a uno, senza fretta, mentre l'esercito si riposava.
Case, palazzi, arredi, tesori artistici o manufatti preziosi erano per lui inutili al punto da distruggere ogni cosa, lasciandosi alle spalle sempre e solo un deserto fumante.

Gli attuali gengiskhanidi a stelle e strisce, come si nota, non sono i primi a conquistare la terra altrui per godersi la vista di deserti fumanti: Gengis Khan razziava cavalli, giumente e foraggio; i novelli gengiskhanidi petrolio o il gas.
Il deserto che si lasciano alle spalle è lo stesso.

La differenza fra l'antico Khan mongolo e le attuali orde chirurgiche, è che il primo una volta desertificato un paese se ne andava o al più, e solo verso la fine dei suoi giorni, lasciava sul posto un qualche parente cui concedeva la terra a mo' di compenso e solo per gestirla alla mongola, cioè garantendo animali e foraggio in patria. 
I secondi, essendosi autoinvestiti esportatori di civiltà, una volta finito la razzia preliminare invitano i businessman patrioti ad occuparsi della rieducazione "civile" di quel che resta della popolazione, opportunamente affamata e terrorizzata così che basterà un tozzo di pane e una polpetta macinata per ottenere, anche se con qualche fatica, governi tranquilli.

E' dura stabilire chi fra i due si riveli più selvaggio e brutale, se ci si pensa.

Gengis Khan fu sepolto in un luogo scelto da lui stesso, sul fianco di una delle alture che formano il massiccio del Burqan-qaldun, l'attuale Kentei. Era la montagna sacra degli antichi Mongoli, quella che, nei giorni difficili della giovinezza dell'eroe, gli aveva salvato la vita offrendogli riparo nella sua boscaglia impenetrabile, quella dove lui, prima di ogni scelta importante, nei momenti decisivi della vita, alla vigilia delle sue grandi guerre, era andato a invocare il dio suoremo dei Mongoli, l'Eterno Cielo Azzurro, divinità che risiede sulle cime tra le sacre fonti. [...] Dopo i funerali il luogo divenne tabù e si lasciò che la foresta lo ricoprisse fino a nasconderlo completamente. L'albero sotto cui l'eroe aveva scelto di riposare finì per confondersi tra gli altri, e oggi nessuno sarebbe in grado di trovarlo.
E' sotto quel manto di cedri, abeti e larici che il Conquistatore dorme il suo ultimo sonno. [...] Altri conquistatori dormiranno costantemente turbati dalle folle accorse sulle loro tombe a interrogare il segreto del loro destino. Lui invece riposa lassù, inaccessibile, ignorato da tutti, protetto e celato da quella terra mongola che l'ha voluto per sé e con la quale è ormai una cosa sola.
Dimostra, questo understatement finale, di aver avuto il selvaggio mongolo almeno il senso della sua storia: finita, ha saputo sparire senza lasciare traccia di sé se non nella memoria collettiva.
Saranno capaci di tanto i gengiskhanidi attuali evitandoci almeno il mausoleo a se stessi?

Ho chiuso questo libro chiedendomi quanta pazienza devono aver sviluppato nel proprio dna gli abitanti dell'Asia Centrale, per riuscire ancora oggi sopportare secoli di invasioni e stermini ricominciando ogni volta daccapo, senza mai perdere il gusto per quella bellezza che sanno produrre come nessuno e che ancora si scova fra le fumanti rovine in cui sono ancora e sempre costretti a sopravvivere come prede in fuga dall'appetito per le loro terre delle orde barbare internazionali.

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