mercoledì 30 luglio 2014

Non lasciarmi

Non lasciarmi è il titolo di un romanzo di Kazuo Ishiguro letto qualche anno fa (ne hanno fatto anche un film).

Racconta di un mondo distopico, forse non così lontano dal nostro: adolescenti nati da uteri sconosciuti al solo scopo di diventare, in età più o meno adulta, fornitori di organi da trapianto.
Non donatori di un organo e poi basta, ma di tutti gli organi che si riusciranno a espiantare loro, di volta in volta e secondo le richieste, prima che il loro corpo collassi.
Non lo sanno, il loro destino; o se lo intuiscono, la cosa viene loro presentata come normalità fino a che non arriva per loro il tempo di uscire dal cottage-guscio protettivo in cui vengono cresciuti ed educati in un clima di isolamento dal mondo pressoché totale.
La loro è quindi l'unica realtà che conoscono fino al giorno in cui sono pronti, e per alcuni aspetti questa loro realtà sembra perfino bella: ci si preoccupa infatti che abbiano una cultura e una buona educazione, oltre a un corpo sano, perché questo renderà la loro vita, prima che sia il tempo di donarsi e finché dura, più serena e forse perfino piacevole.
Umana, insomma. 
E giovani umani sono, infatti.
Fondamentale è che fra loro non coltivino affetti, rapporti sentimentali con l'altro sesso né tantomeno sessuali, perché i sentimenti potrebbero turbarli e generare un attaccamento alla vita che comprometterebbe il fine e lo scopo per cui sono nati: se si innamorassero e si ribellassero al loro destino?
Non saprebbero dove andare, e in realtà non lo fa mai nessuno.
Sono stati educati fin dalla culla a coltivare l'attitudine al dare e al darsi senza riserve agli altri, nel senso più tragico e definitivo del termine. Non possiedono niente e non si sentono attaccati a niente.

Ho ripensato poco fa a Non Lasciarmi dopo aver letto che la Ministro Lorenzin inserirà nei Livelli Essenziali di Assistenza la fecondazione eterologa, destinando a questa procedura una parte del Fondo Sanitario Nazionale così da garantire che questo sia messo alla pari con il settore privato nell'offrire tali procedure in strutture pubbliche adeguate.
Figli per tutti e senza troppe spese, insomma. 

Pensate ci vorrà molto per arrivare a produrre umani il cui scopo dell'esistenza, finché dura, sarà di garantire il diritto al trapianto che in molti attendono?
Non c'è che un passo.

"Fino a un massimo di dieci", chiarisce la Ministro.
Da ogni donatore il sistema potrà offrire fino a un massimo di 10 fecondazioni. 
Ogni coppia potrà comunque chiedere e ottenere, nel caso decidessero un secondo figlio con la stessa procedura, un gamete dello stesso donatore così che insomma, i due figli sarebbero davvero due fratelli. 
Bello, no?
C'è qualcuno la fuori che trovi tutto questo inquietante quanto lo trovo io?
Mi chiedo che idea della vita hanno mai questi aspiranti genitori, che un figlio lo vogliono costi quel che costi.
Cos'é: la sterilità non va bene? 
Un'adozione è troppo complicata e non sai mai chi ti capita?

Un ulteriore passo avanti in questa direzione dei figli da laboratorio è quello di cui ho letto un paio di giorni fa, in Inghilterra: due bambini nati dopo l'analisi del dna pre-impianto che garantisce "non un figlio "su misura", suggerisce compiaciuto il titolo del pezzo, ma un "figlio sano".
Bello anche questo, vero?
Chi non vorrebbe la garanzia di figli certificati sani Iso9000 fin dal dna delle prime cellule?
Di questi tempi, un figlio è un investimento sui tempi lunghi, perché non orientarsi verso quelli con garanzia del produttore?

(Posso dire che la cosa mi ricorda la faccenda della perfetta curvatura del cetriolo secondo le direttive millimetriche dell'Unione Europea?)

E queste madri? 
La maternità, per come l'ho sempre pensata io, è attesa. 
Fiduciosa e trepidante attesa che si compia il miracolo di una nascita.
Miracolo perché nulla è mai certo, non c'è alcuna garanzia che succeda: attendi e speri. "Aspetti", si dice così, no? "Aspetto un figlio" è una bella notizia perché non si basa su certezze pre-impianto, ma sull'emozione di un miracolo che si ripete uguale a ogni nascita da che mondo è mondo.
E fino al termine della gestazione, fino al momento in cui partorisce, ogni attimo è per la donna mistero e attesa.
E' questo che trasforma le donne mentre aspettano di diventare madri: cambiano lentamente, giorno dopo giorno. 
Si preparano alla nascita di un figlio superando mesi di paure, di insicurezze, timori, dolori, nausee e a volte tragedie, quando quel bambino atteso invece muore prima di nascere.
Ma se nasce, nulla sarà mai più come prima:ogni madre rinasce a se stessa mettendo al mondo il suo bambino.
Dopo, è insieme la stessa di prima e un'altra, nuova, mai esistita prima.
E' questo che rende le madri così forti, così determinate, così "adatte" alla vita: conoscono tutto il ciclo dell'attesa, della speranza e delle paure che le preparano ad accettare la sfida titanica di farsi nutrici, protettrici, curatrici della vita. 

"Sono in attesa" non è uguale a "Sono fecondata".

Mi si può obiettare che ciò succede a una madre "in attesa" succede uguale alla "fecondata" con eterologa.
Sì, d'accordo.
Ma è un po' come per la storia delle vitamine sintetiche e quelle della frutta: magari contengono anche gli stessi elementi chimici, nelle stesse identiche proporzioni, con più o meno lo stesso gusto ma non sono uguali, non sono la stessa cosa.
C'è in natura qualcosa di più e di diverso: potrei raccontarvi dell'amore che non è il sesso ma può esserlo; o del sesso che non necessariamente è amore; o dell'amore che fa nascere i bambini e non tutto è spiegabile con i gameti che fecondano gli ovuli e che non tutto ciò che siamo può essere copiato in laboratorio. 
Può esserlo, sì. 
E tutto sembra uguale, ma è "diverso".
E' romanticismo? 
Sì, ecco: quello è un'altra cosa che non puoi replicare in laboratorio in effetti.

Questi bambini nati in un laboratorio saranno uguali ai loro coetanei in tutto e per tutto, ne sono certa. 
Tranne in una cosa: sono frutto di una volontà di maternità e paternità che ha qualcosa di chimico, di cibernetico, di in qualche modo già robotico.

E mi rimane al fondo una domanda scomodissima: e se, di qui a un paio di generazioni mettiamo, succedesse che alcuni di quei gameti surgelati di cui questi figli da laboratorio sono figli, venissero usati per far nascere dei loro fratelli ma produttori di organi, come nell'inquietante Non Lasciarmi di Kazuo Ishiguro?

Una volta che la pratica è avviata, chi o cosa impedirà di utilizzarla per farne umani destinati a essere fornitori di eccellenti organi da trapianto?

Sì, raccontatemi degli elenchi, dei registri, dei rigorosi controlli e bla bla bla.
Ditemi che sapete cosa avete davvero mangiato stasera e taccio.
(Patate ogm, riso ogm, pasta italiana con grano ogm ma solo quel tanto che non sia d'obbligo dichiararlo in etichetta, carne che te la raccomando e pane che pare di plastica la mattina e di pietra la sera, etc).

Se una cosa è fattibile, prima o poi qualcuno lo farà.

Mi chiedo se le coppie che scalpitano per avere questi figli si siano poste domande su cose così, che vanno appena oltre i loro personalissimi desideri ma ne sono una possibile conseguenza.
Se si ponga la scienza medica anche quei problemi che apparentemente non li riguarda ma che potrebbero, grazie alla pressione di oggi su questi temi, diventare pratica comune domani.

O non importa, se questo desiderio di genitorialità fortemente volitiva apre le porte alla nascita di futuri umani meri produttori di organi da espianto così da soddisfare anche altri "diritti"?
Riusciamo a spingerci con il pensiero anche un po' più in là, quando desideriamo qualcosa che in natura non ci è dato?
Riusciamo a fare delle considerazioni sulle concatenazioni di eventi che mettiamo in moto ogni volta che forziamo le cose per veder realizzato un nostro personalissimo desiderio?
E' questo che intendiamo con "il progresso"?  
Diventare altro da ciò che siamo? 
Un po' chimici, un po' robotici, un po' cibernetici, un po'...?
Vogliamo avere ciò che desideriamo senza curarci di quali vasi di pandora andiamo ad aprire con i nostri desideri?
Cosa spinge una donna (o un uomo) a volere a simili possibili costi per l'umanità intera un figlio, quando il mondo è pieno di bambini che hanno oggi bisogno di cure e affetto?

(Lo so cosa: la discendenza, l'eredità materiale, la volontà di possesso, voglio un figlio "mio", tu non capisci niente, come ti permetti. Voglio pretendo esigo comando. Ho esempi concreti e quotidiani a iosa, del "voglio un figlio, tu non capisci...tu non sai cosa vuol dire e bla bla bla...")

4 commenti:

  1. Tutti a dare addosso al dottor Mengele, per poi proseguire, coscienti o no, ma soprattutto ipocritamente, sulla strada da lui indicata. Per non parlare del "diritto alla genitorialità" (che gente come noi: single, sterili, coppie non in cerca di istituzionalizzazione e dunque di riconoscimento e tutela statale, "non può capire") della Comunità LGBT, la cui soddisfazione è ben più urgente e necessaria della già scarsa tutela di chi ha ancora un lavoro regolare, per non parlare di quanti ne hanno uno precario, fasullo o inesistente, nonché del diritto alla mera sopravvivenza di chi si trova sotto la soglia della povertà, e sono milioni solo in Italia, e oltre 40 negli USA. Come sottolinei giustamente tu, se una cosa è fattibile, e soprattutto ha un mercato (il deus ex machina dell'umanità in decomposizione), prima o poi la si farà. Più prima che poi. Del resto il mercato dei corpi da trapianto non è una novità né una fiaba macabra: basti pensare alla quantità di sparizioni di ragazzi e giovani in buona salute non solo nel "Terzo Mondo", ormai, che ne è un solido indizio. Ma è meglio non approfondire, "ché troppo piangere fa male al re" (e quindi al suo amato popolo). Ci penserà lo Stato, anzi: l'Impero, in una futura epoca regolata dal TTIP, a normare la materia per garantire parti di ricambio di prima qualità e metodi "umani" per sopprimerne i fornitori. Un po' come si fa per alleviare le sofferenza degli animali da macello. Non ho grossi dubbi che ci si arriverà presto: con la rivendicazione di "diritti" più discutibili la strada è aperta.

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    1. Sì, e l'hai detto meglio di me.
      Ciò che trovo più inquietante è l'assoluta certezza di non avere alcuna responsabilità sui meccanismi che innescano le rivendicazioni di diritti, il non porsi mai questioni ingombranti sulle concatenazioni esistenti fra ciò che crea la domanda e il come si andrà a realizzare l'offerta.
      Il corpo diventa oggetto di mercato ed è la legge del mercato a definirne il valore.
      E bene fai a ricordarmi quanto l'esclusione dai diritti del corpo dei poveri risulti colpevole al di là delle più immediate visibili conseguenze: chi non ha diritti può facilmente divenire materia prima per sperimentazioni cliniche (non necessariamente dichiarate) e pezzi di ricambio da trafficare nel lurido mercato nero (buio davvero) degli organi.
      E' un tema così inquietante da risultare ingombrante perfino il parlarne.
      Eppure, se non guardiamo dentro a questa pignatta melmosa, diventiamo tutti in qualche modo complici silenti di ciò che avviene.
      Niente di ciò che ci riguarda in quanto umani dovrebbe essere dibattuto solo in private stanze o essere materia esclusiva di medicina, scienza o dei soggetti desideranti i cui diritti sono il motore che fa girare questo tragico mercato: prima o poi, tutto riguarda tutti e tutto. Non esiste la vita a compartimenti stagni, non c'è separazione fra desiderio e mercato.

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  2. Porca miseria, ieri questo post, quando ti ho postato il mio commento all'altro tuo articolo, non l'avevo ancora letto. E' un capolavoro, Ross.
    Grazie.
    marilù l.

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  3. ho visto il film
    ho pensato tutto cià che hai così ben scritto.
    mi dispiace lasciare la mia discendenza a questo verosimile, terrificante futuro
    cri

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