giovedì 2 dicembre 2010

Satori a una rotonda

C'è un'altra me, in me. Più saggia di me. Sta lì, da qualche parte, a vigilare sui miei lati fuori controllo, sui miei momenti privi di senno. Stasera, guidavo verso casa nel caos delle sei, l'ora in cui sembriamo tutti in fuga dalla galera. Avevo addosso l' irrequietezza che mi procura lo stare ore davanti a un monitor con niente da fare, tranne fingere di fare qualcosa in attesa che l'AD si metta d'accordo con il CEO circa il progetto a cui dovrei lavorare. Guidavo pigiando sull'acceleratore, sparata in sorpassi azzardati per scappare via dalla giornata. Ad uno stop, auto e camion arrivavano da sinistra, veloci e nervosi come me. E' un brutto stop questo: pochi metri di tangenziale e devo ributtarmi a destra, spesso costretta a tagliare la corsa a chi sta arrivando per infilarmi in un'uscita generalmente superaffollata da code. Mi sentivo talmente la versione magnum di Massa che appena vista un'opportunità, dopo un'auto e prima di un camion, mi ci sono infilata. Calcolato il rientro al millesimo, il camion cui ho tagliato la strada e che correva più veloce dei miei pensieri, mi ha strombazzato e fatti i fari imbestialito. Avrebbe dovuto essere un primo segnale, stavo esagerando, ma non è bastato. Dev'essere stato a questo punto che la mia versione saggia è entrata in funzione. Arrivata a un altro stop, sgommo e riparto, poi scendo dritta, infilo un sottopasso e sbuco all'ultimo stop prima del rettilineo verso casa. Mi stufo ad aspettare (1 secondo, 2 secondi, 3 sec..): ogni secondo mi pare una settimana. Mi butto di nuovo sulla destra, in direzione della rotatoria pochi metri più avanti, quella che mi consentirà di trovarmi velocemente sul rettilineo verso casa. Mi ci infilo senza attendere di aver via libera, guardo senza vedere. E' stato qui che il mio piede ha premuto il freno da solo, che ha agito per conto suo, che ha visto prima dei miei occhi l'auto che stava arrivando a una velocità che, la me che si pensa una strafiga sul circuito di Maranello, aveva evidentemente calcolato male. Non so spiegarlo razionalmente:il piede ha attuato in automatico la cosa giusta da fare prima ancora che l'azione venisse recepita dalla coscienza. Qualcosa in me se n'è fregato della mia tensione, di quel mio correre in modo irresponsabile: ha premuto il freno una microfrazione di secondo prima che la mia coscienza realizzasse che il piede stava frenando. Chi ha premuto, quel freno, se non la saggia nascosta che abita in me nonostante me? Quella che vigila sulla mia nevrosi post ufficio, quella che sa che non fa alcuna differenza l'essere a casa un minuto prima o uno dopo. Ha premuto il mio piede sul freno senza aspettare di consultarsi con il mio cervello, momentaneamente occupato a sentirsi la guidatrice dell'anno. Ecco, credo in questo aspetto di me,  in questa parte di me che sa agire correttamente anche quando ho evidentemente il cervello in pappe. Stasera mi inchino quindi a questa saggezza, a questo istinto che mi salva la vita. Questa piccola esperienza - che potrei definire sàtori non fosse che ne sono lontana mille vite - mi conferma che siamo più della sola mente razionale, idolatrata ovunque come un totem dal potere infallibile. Mi conferma ciò che afferma il buddhismo quando dice che non sempre la mente ha ragione. Stasera è quindi al mio istinto, all'altra me in me, che rendo grazie. Per esserci proprio quando la mia decantata razionalità è fuori uso perché vittima della temporanea illusione di essere la miglior guidatrice del Triveneto. Non fosse stato per questa saggia che vive in me a quest'ora sarei una guidatrice piuttosto ammaccata e probabilmente a piedi.
Lunedì 7 gennaio 2008

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