martedì 31 maggio 2011


Io non vivo sulla Terra: io sono, la Terra.
Sono l’acqua che scorre dai torrenti alle mie vene.
Sono la carne che passa dall’erba dei campi al mio piatto.
Sono l’humus che fa sbocciare i fiori nei pensieri o la pioggia che mi sfocia torrenziale dagli occhi.
Come può tutto il mio essere non sentirsi scavato, disprezzato, insultato, violentato dalla brutalità arrogante che scava, disprezza, insulta, violenta la Terra senza accorgersi che sta violentando tutto ciò che la mia umanità è?
A ogni sventramento di montagna per farci passare un’alta velocità, mi sento scavata dentro con ferocia per uno scambio di denaro contro Vita.
Vedo crescere il deserto dove la mia mente ancora rivede campi di grano e spighe di frumento abitate da papaveri.
Vedo fossi vivi e abitati dai pesci che ho pescato e mangiato.
Vedo platani scomparsi sotto i quali giocavo, pioppi segati alla base per far posto a macchine di lamiera bruciata dal sole.
Mi danno gas e lamiere contro ossigeno e canti di passeri, sfrattati dagli alberi come si buttano in strada abitanti morosi e quindi improduttivi.
Su in collina, scavata a metà per estrarne ghiaia e pietre, faticano a ricrescere i pini.
Le radici non trovano profondità dove aggrapparsi, così scendono spezzati e ancora giovani ad ogni pioggia, abbattuti da una violenza senza sapienza che è nuova, perché nuova è l’arroganza del potere per il potere senza alcuna saggezza.
Sento l’arsura senza scampo intorno alle centrali di Fukushima - che mi risuona sempre Hiroshima - e mi da la certezza matematica che a nulla serve l’esperienza quando questa è travolta dall’idea di poter vivere nel mondo senza il mondo, piegando anzi il mondo alla miseria dei due neuroni a forma di dobloni che sbattono uno sull’altro senza tregua.
Pensano che siamo pazzi, romantici idioti che vivono sulle nuvole e nulla capiscono dell’importanza dell’economia e dei mercati.
Come se l’economia e i mercati avessero vita propria.
Come se il denaro e ciò che può comprare fossero davvero la morale di quella fiaba per cui solo l'economia e il mercato, garantiscono pari vita e dignità a ogni uomo.
Hanno ragione, siamo pazzi e siamo romantici.
Non fosse così dovremmo, per coerenza con la loro logica, legarli a quelle centrali così da dimostrarci personalmente, che quel rischio sminuito e barattato verso il basso lo si può correre senza danni alla Terra della quale ogni essere umano è figlio.
Se ferisci la Terra, ferisci ciò che sei, per quanto tu abbia una mente ormai cementificata.
Se rubi l’acqua per farne commercio, rubi la Vita per farne commercio.
C’è una stretta relazione fra l’aumento dello schiavismo e la potenza economica delle multinazionali dell’energia e dell’acqua: possono esistere solo insieme.
L’una specchio dell’altra.
Dove c’è schiavitù, c’è la stessa volontà predatrice che agisce indifferentemente sull’Uomo e sulla Terra, poiché Uomo e Terra sono la stessa cosa.
C’è nella schiavitù e in Fukushima, un disconoscere se stessi come Umani, un dare valore alla schizofrenia del sentirsi altro da ciò che si è, un vivere con la folle convinzione che sia da umani superiori, desiderare il dominio sul corpo stesso dell’Umanità, cioè sulla Terra.
Noi siamo Terra.
E siamo Acqua.
Siamo Mare, Montagne, Pioppi, Laghi, Pesci, Fiori e Alberi.
Ogni prato asfaltato è un sentimento che viene cementificato.
Ad ogni albero abbattuto, è una vena che si chiude smettendo di portare ossigeno alla creatività umana.
A ogni diga alzata si blocca un tubulo nelle reni, ad ogni centro commerciale si atrofizza la capacità di utilizzare quella connessione mani/cervello che crea oggetti utili e pieni di senso per la vita quotidiana.
C’è una strettissima relazione fra lo schiavismo e un centro commerciale: l’uno è propedeutico all’altro.
Dove sorge un nuovo centro commerciale, prima o poi qualcuno diventerà così povero da vendersi per un tozzo di pane avvelenato.
Sono felice che l’Era B sia al tramonto, eppure so che non basta a riparare il Danno alla mia psiche.
So che ci vorranno anni di cure e non basterà un Pisapia per guarire ogni millimetro di cemento e anni ancora, prima di poter riportare il sangue e l’acqua dal torrente alle mie vene e su, fino al mio cervello.
Non mi basta l’esilio di B.
So che la giusta pena, per risanare la mia anima, dovrebbe costringere ogni singolo predatore a smantellare il cemento dai parcheggi per ripiantare pioppi, così che l’armonia del mondo torni fra i rami a cantare con i passeri per arrivare di nuovo fin dentro ai mitocondri pulsanti dentro di me.

5 commenti:

  1. Infatti "Loro" non sono più umani, ma merce. Che viene prodotta e circola sempre più a vuoto. Non basterà un Pisapia... hai ragione. Ma una delle sue idee era di riaprire i Navigli, cementificati dal Fascismo, e creare una rete di otto chilometri di acque navigabili, per far tornare Milano a essere quella città dell'acqua che è stata nel passato realizzando il sogno di una città ecosostenibile per il futuro. Il costo: 150 milioni di euro. Si può fare. Si può, e si deve almeno poter sognare e coltivare la speranza. Anche questo hanno voluto dire i risultati di ieri.

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  2. Marco:
    "si deve almeno poter sognare e coltivare la speranza"

    Sì, Pisapia e De Magistris (e tutti), sono questo: la possibilità di un sogno, il poter di nuovo credere che sia possibile.
    Eppure, loro stessi non sono che un segno: quello tracciato con forza di sogno e potenza di speranza da tutti quelli che li hanno votati.
    E' a loro, più di tutti, che si rivolge la mia speranza che possiamo tornare a sentirci tutti di nuovo Terra.

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  3. Parlare al cuore.
    Questo, è il vero segnale: questo, tu hai fatto con queste parole. Il Movimento Ecologista americano adottò, anni fa, come proprio "inno", una canzone di Jackson Browne, "Before the deluge", il cui inizio era "Some of them were dreamers, and some of them were fools who were making plans and thinking of the future with the energy of the innocent.They were gathering the tools they would need to make their journey back to nature".
    Non per caso, sempre ammesso che il caso esista.

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  4. Nel leggere le parole intense che esprimono il tuo retto senso morale, cioè quello di un semplice abitante della terra, quale mi sento anch'io, innamorato del dono più grande che gli hanno fatto: la vita nel luogo più consono alla sua serena esistenza, mi è subito venuto alla mente Dante. Nel canto XXVI dell'Inferno, che mi auguro ricordino tutti, dice: "Fatti non foste per viver come bruti, ma per seguir virtude e conoscenza".
    La scellerata mancanza di saggia tutela per i doni affidatici (nostro malgrado ce ne dobbiamo andare tutti un giorno o l'altro e inevitabilmente lasceremo tutto) mi hanno richiamato il concetto di amore. Sempre di Dante nel Paradiso in chiusura della cantica, canto XXXIII: "l'amor che move il sole e l'altre stelle". E'questo amore, il vero concetto di amore che io non vedo in chi ci guida!
    Se non ci muove l'amore e rispetto siamo contro la nostra stessa natura. Quando regna il cieco egoismo del potere a lunga distanza c'è autodistruzione . La forza del male crea danni irreversibili. Forse se ne sono dimenticati?
    La lotta contro il male è durissima, ma è gratificante notare le piccle vittorie, ci servono a darci coraggio per continuare a perseverare nei nostri quotidiani tentativi di riappropriarci di quello che ci hanno tolto. Ma non sarà sicuramente come prima, non mi faccio molte illusioni!
    Belle riflessioni in questo post, Ross!
    My sympathy for our beautiful land and for our Mother Earth
    Cle

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  5. Il salvataggio del terzo quesito fa ben sperare. Speriamo che l'elettore abbia la voglia di alzarsi dalla poltrona, domenica 12...

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