giovedì 16 agosto 2012

Caporetto

A due giorni da un passaggio veloce per una Caporetto, leggo il titolo di un quotidiano e mi chiedo se non stiamo per subirne una seconda:

“Settembre nero, allarme della Regione. Zaia: fino a 30 mila posti in meno” -
Nel sottotitolo
Numeri mai così negativi dal dopoguerra.”

Siamo ancora ai fanti e alle tradotte verso il Monte Canino, ma è una vera guerra quella che avanza.

Solo 1.158 sono gli abitanti che risiedono nel comune sloveno a noi noto quale sinonimo dei fallimenti e delle battaglie perse.

Anche fatta la tara di turisti e frontalieri, quelli seduti nei bar o che giravano fra i negozi con i banchetti di merce fin sulla strada, un paio di sere fa, avevano l'aria di chi abita oggi in un paese frizzante e vivo.

Pochi chilometri al di qua dall’ex confine, invece, il senso di precarietà sembrava avvolgere ogni cosa, essere nell‘aria stessa.

Se fino a Caporetto tutto era un verde esuberante di boschi, di prati curati, di orti ben tenuti e di fiori a ogni finestrella di casupola spersa fra monti e rive, al primo chilometro italiano è stata subito tristezza e senso di provvisorietà: case dall‘aria incompiuta o in via di disfacimento, campi semi abbandonati, erba incolta ai bordi delle strade e file di finestre di periferia luccicanti nel sole per una moda che pare aver attecchito solo da noi: i doppi vetri in profilato metallico.

Ovunque.
Per chilometri di case lungo la mia strada verso casa.

E file interminabili di fabbriche, ipermercati, centri commerciali dall'aria deserta, strade dai bordi di erbaccia polverosa, campi abbandonati e centri di paese dall'aria riammodernata cui non resta più nemmeno una storia da raccontare.

Come se Caporetto fosse stata la misura per aiutarmi a vedere lucidamente che non vivo nella Ville Lumière, come credevo, ma forse nell'Albania di vent'anni fa.

Ogni volta che rientro in Italia, da un qualsiasi altro paese europeo io arrivi, soffro sempre lo stesso effetto deprimente da grigio e cemento.

Su Wikipedia, cercando notizie sulla battaglia di Caporetto, ho poi trovato qualche tratto nazionale che persiste intatto:

1)
La sconfitta portò alla sostituzione del generale Luigi Cadorna, che aveva imputato l'esito infausto della battaglia alla viltà dei suoi soldati"
E’ ancora così, no?
Se il paese è in rotta, dicono, è perché sono gli italiani che sono vili (o spreconi e/o fannulloni, che è uguale).
Come se chi comanda e decide, in Italia fosse sempre vittima innocente dei vili scansafatiche che infestano la penisola.
Peccato poi li si trovi, i comandanti, puntualmente con le tasche piene mentre chiedono ai vigliacchi di togliersi il pane di bocca per salvare la patria, quella che più evocano a parole e meglio tradiscono nei fatti addossandene la responsabilità ai comandati.

2)
“Un altro elemento caratteristico dell'esercito italiano era la sua eccessiva
burocratizzazione: mentre gli ordini tedeschi passavano solo attraverso i comandi di divisione e di battaglione, in Italia si doveva passare per il corpo d'armata, la divisione, la brigata, il reggimento e, infine, per il battaglione.”
O arretriamo fino al Piave, o ci dichiariamo vinti qui e subito.

Gli sloveni sono soggetti agli stessi sacrifici imposti dagli stessi deliranti trattati europei, mi dico.

Ma ancora lottano, per difendere quel pezzo di terra in cui vivono.Un paese, ogni paese, è il territorio e la cura che la gente che lo abita ne ha.
Avere cura di ciò di cui viviamo (la terra, l'acqua, le piante) è insieme un aver cura di noi stessi.
Curare la qualità di ciò da cui dipende la qualità della vita delle persone, è la misura del grado di civiltà di un paese, alla fine.


Noi (loro) siamo stati per anni così gonfi di boria per il Made in Italy da esportazione da ignorare, ancora oggi, nonostante la sconfitta sia del 1917, i nostri confini.
Fino al ridicolo di rischiare per questo, nel gennaio 2012, un incidente diplomatico con la Slovenja.
Leggete questa, per capire di cosa parlo…(e ditemi se non è indicativo)
Forse è tempo di accettare di non essere l’ombelico del mondo che crediamo di essere da sempre.

Forse è tempo di smetterla di consolarci decantandoci fra noi il nostro Giotto, il Michelangelo, il Fermi o il Colosseo, cioè ciò che rimane di ciò che sono stati molto tempo fa i nostri avi: magari non fa bene al nostro senso della realtà, vivere a sbafo su un passato che non abbiamo contribuito a costruire, del quale non ci importa se non per farci belli senza troppo tribolare, e che oggi svendiamo per due palanche al primo strassér pieno di boria, cioè de schéi.
E certo, trastullarci con ciò che fatichiamo anche a valorizzare, non ci aiuta a misurarci con un presente ormai precario oltre il limite dell'accettabile.

A Caporetto sono stati fra i 10 e i 13.000 i morti, circa 30.000 i feriti e circa 265.000 i prigionieri (fonte Wikipedia).

Morti, feriti e prigionieri ai quali, a titolo di ringraziamento per aver eseguito i suoi ordini, il generale Cadorna ha dato pure da vili.
Un po' come oggi danno a noi dei coglioni (se non li votiamo), degli evasori (per farci ingoiare la medicina dei tagli a beni per noi essenziali), da fannulloni (per giustificare il totale disinteresse per il lavoro e la vita delle persone che di lavoro vivono), da mangiatori di pasta al pomodoro a gratis (quando si ricorda loro che, fra le cose che "l'Europa ci chiede", c'è anche il dover provvedere i cittadini italiani di un reddito di cittadinanza che compensi le mancate politiche sul lavoro).

Vediamo di non aspettare i morti, i feriti e i prigionieri, prima di capire che non sempre è il caso di "credere e obbedire" al primo cui offrono una battaglia decisiva quasi questa fosse già in sé una medaglia al valore preventivo.

1.158, gli abitanti di Caporetto.
Poco più di 4.200 contando quelli dei 22 luoghi intorno (aree rurali, boschi, monti e prati a foraggio) che fanno capo al comune.

Un paesetto da niente che però ancora è lì, a ricordarci che quando c'è una guerra, qualsiasi guerra, avere una buona catena di comando è essenziale, se non si vuole andare a morire e pure senza gloria (che questo paese concede solo postuma a chiunque in vita gli rompa le scatole fino a morirne).

Noi non abbiamo nessuna catena di comando, siamo soli in questa guerra.

Fin qui (e di qui in avanti), siamo solo carne da mandare al fronte con le scarpe di cartone e i fucili arruginiti.

Truppa d'assalto agli ordini di generali rispetto ai quali perfino il generale Cadorna, che accusò di viltà i propri soldati morti, feriti e prigionieri, rischia di sembrare un eroe.

Ce n'è un altro di titolo, in chiusura.
E anche questo ricorda la prima guerra mondiale, iniziata con l'aggressione alla Serbia, da parte dell'esercito austro-ungarico a seguito dell'assassinio dell'Arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono, in un momento di contrasti che dividevano le grandi potenze europee all'inizio del secolo.

"La serbia verso un nuovo sistema bancario. FMI sul piede di guerra".

A volte pare confermarsi quell'idea secondo cui ogni cosa è destinata a tornare seguendo una specie di spirale del tempo.

2 commenti:

  1. Post fantastico, da applausi. Questo e non altro è lo stato dell'arte. A parte ogni altra considerazione, complimenti per aver pescato la notizia, che mi era sfuggita pur vivendo in Friuli, che il ministero della Pubblica Istruzione considera, nel suo sito, italiani Comuni che non lo sono più dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Una conferma che a Roma manco sanno dove sta il Friuli e meno ancora di come è fatto. A proposito di istruzione, e di un ambito più vasto per una "Patria Comune": l'Europa, rimando a un link che tu stessa mi hai segnalato, su cosa ne pensa Franco Cardini: http://www.libreidee.org/2012/08/ma-leuropa-siamo-noi-non-la-larva-che-ci-impone-sacrifici/?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=feed+%28LIBRE+-+associazione+di+idee%29

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    1. Grazie, per aver segnalato il pezzo di Franco Cardini, che rispecchia l'idea di un'Europa che non ha bisogno dell'euro per dirsi tale.
      Ne voglio qui segnalare un altro, di pezzo, di Ernesto Celestini.
      Perché, molto più efficacemente di quanto sia riuscita a fare io, va al nocciolo delle ragioni che creano in noi quella sensazione di stare ormai in equilibrio precario sopra un burrone che sta cedendo.
      Lo trovi cliccando QUI
      Quella dei comuni "italiani" è grandiosa.
      Temo pure che non sia sola.
      Ogni tanto capita che si trovino sui siti istituzionali delle cose che fanno vergognare di essere cittadini di questo paese.
      E' tutto un prevalere di pressapochismo, di cose copia/incollate e senza tante rivisioni o verifiche.
      Non solo nei siti, poi: pure quando parlano o scrivono, sparano mostruosità che evidenziano una supponente ignoranza di cui paiono andare fieri.
      Il problema è che gli va quasi sempre liscia, vista la pigrizia dei connazionali a leggere e verificare ciò che leggono.

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