mercoledì 8 agosto 2012

Elenchi e liste

La vita istruzioni per l’uso, di George Perec, sta ormai facendo polvere da giorni.

Pagine e pagine di elenchi degli oggetti presenti in una stanza, di pedanti elencazioni dei dettagli visibili in un quadro presente nella stessa stanza, di descrizioni al limite del maniacale di un arabesco intagliato sul mobile nella stanza, di biografie puntigliose per ogni inquilino che negli anni ha abitato quella stanza.

Saviano e Fazio devono averlo letto fino alla fine, e non si sono più riavuti.
Non mi sento pronta.

Ho quindi iniziato La conquista dell’inutile, diario amazzonico scritto da Werner Herzog durante la lunga lavorazione del Fitzcarraldo.
Una lettura appassionante terminata insieme a quella, durata più di due anni, dei Veda Mantramanjari di Panikkar.

Lettura, quest’ultima, che intendo ricominciare a settembre, perché è la cosa più bella, più commovente e più avvincente che abbia mai letto.

Ieri avevo poi iniziato Harmonia Caelestis di P. Esterhazy, libro che mi era stato suggerito come possibile lettura estiva.

Dopo cinquanta pagine mi ritrovo con un’altra lista.

Quattro pagine fitte di una maniacale elencazione di oggetti che non mi capacito come l’autore non sia schiantato di noia già a scriverle.

Forse che se non mi faceva sapere esattamente quanti e quali oggetti possedeva il suo fantomatico antenato, rischiavo di non comprendere appieno dove sta andando a parare?
Ne dava una descrizione sommaria non ci arrivavo?

Quattro pagine a elencarmi quanti gioielli, uno per uno; come sono fatti, quanti rubini ognuno, come incastonati, in quale foggia si presenta l’oggetto, quante perle ognuno, in quale materiale è realizzato e dove il manufatto si trova al momento in cui la lista viene stilata.

Non nego che le liste abbiano un loro fascino letterario.

E’ che, apprezzata una lista una prima volta, ogni altra lista successiva è un già visto, puzza di scopiazzatura, sa di pigra imitazione dell’autore sedotto da un altro autore che a sua volta è stato sedotto da un primo autore di liste.

Tracollata sul divano, l’occhio mi cade pigramente sul dorso di un libro, spessore neanche un centimetro, così ingiallito dal tempo da non riuscire a leggerne il titolo che tendendo la mano: Una traversata con Don Chisciotte, di Thomas Mann.

Le prime dieci righe, e mi si risolleva lo spirito.
75 pagine di acuta ironica eccellenza.

Con alcune considerazioni sul Don Chisciotte che mi hanno fatto tornare la voglia di rileggerlo così come finii a leggerlo la prima volta dopo aver letto per la prima volta questa Traversata.
Un piacere che rimanda a un altro piacere senza che mai questo mi risulti ripetitivo.

Il che mi porta a una conclusione: non sono adatta alle liste o agli elenchi.
Non è la mia storia, non ho con queste ingegnosità letterarie alcuna affinità.

Quando leggo qualcosa, voglio sentirmi affascinata dall’uso che l’autore fa delle parole, da come le compone fra loro facendomi provare, leggendole, una sorta di piacere mentale che sconfina in una sorta di seduzione.

Voglio che, mentre mi racconta un viaggio per mare annotando di cene o annoiate passeggiate sul ponte, mi lasci intuire fra le righe rimandi a testi conosciuti, ad altri autori, a letture precedenti.

E che mi inviti a frequenti soste per una frase, un pensiero esposto con una ricchezza di termini tale da incantarmi.

Il che mi fa pensare che la scrittura è un’arte che l’odierno affollamento di aspiranti autori non favorisce.

Mi capita anzi, sempre più spesso, di rileggere con piacere vecchi libri e di scoprire che sono ancora loro, a restituirmi quel gusto per la lettura che, sommersa quotidianamente di cose da leggere, mi si sta leggermente atrofizzando.

Anche leggere richiede forse un apprendistato; e quando ti sei educato su alcuni autori, è raro scovarne di nuovi o recenti che sappiano incantarti quanto quelli sui quali ti sei svezzato.

Qualcuno ogni tanto si trova, certo.
Più d’uno, forse.

Ma in tempi di internet si finisce per leggere di tutto scoprendo poi che, il piacere della lettura, quello è un’altra cosa.

Oggi mi sa che resto in area Thomas Mann e inizio la rilettura di Nobiltà dello Spirito.

Poi vi aggiorno.
Voi, che state leggendo?

9 commenti:

  1. "Duplice delitto a Hong Kong" di Chan Ho Kei, perché mi piace ripercorrere il luoghi di una città che mi è rimasta nel cuore, e "La vita quotidiana nella Roma repubblicana" di Florence Dupont. Chi ti ha suggerito "Harmonia Caelesits" dev'essere un pazzo o un burlone...

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    1. Titoli che ispirano, i tuoi. In particolare il secondo: mi fai poi sapere com'é?
      Del "suggeritore" si può solo pensare a una smaccata provocazione.
      Che poi è lo stesso che prima mi aveva consigliato il libro di Herzog, demolendo con quello tutte le mie istintive difese, per poi sottopormi alla prova dell'Harmonia passandomelo come "svago".
      E dire che con le liste savianesi non è che mi pareva avesse tutto 'sto feeling nemmeno lui.
      Va a capire 'sti lettori...

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  2. Le liste, anch'io non le sopporto. Come dici tu, c'è chi le ama e chi le odia. Mia mamma per es. le ama, lei è quel tipo di persona per cui "fare le valigie" significa sedersi sul divano con un quaderno e scrivere una lunga lista di cose. Per me invece significa aprire una valigia e metterci dentro delle cose. Sono due visioni opposte della vita!
    Per quanto mi impegni a leggere autori contemporanei di ogni sorta, il vero piacere della lettura me lo danno sempre e solo i cosiddetti Classici, c'è poco da fare; non è una presa di posizione, è proprio che (tranne alcune eccezioni) se leggo un contemporaneo mi sento come quando sono sott'acqua e voglio trattenere il respiro per durare di più; quando prendo il mio Dickens, il mio Dostoevskij o il mio Kafka mi sento bella tranquilla in mezzo a un giardino col clima ideale. E ho un po' di idee sul perché ciò succeda. Una (non starò a elencarle tutte) è che un Musil per es. (o un Hugo, ma quanto lo amo???) non stavano a farsi delle menate tormentose del tipo "show, don't tell" o del tipo "la concisione prima di tutto". No. Loro si mettevano lì e partivano con le cose che volevano dire. Avevano voglia di inserire una tirata filosofica su un argomento? Lo facevano. Volevano fare una digressione che un editor di oggi definirebbe "non utile alla storia"? La facevano. Volevano essere prolissi (a volte erano anche pagati - tipo Balzac o Dumas - per parola e quindi più parole scrivevano più guadagnavano)? Lo erano! E noi lettori di oggi, abituati agli scrittori stitici e sterilizzati di oggi, ci sentiamo presi per mano da un amico che ha voglia di raccontarci e travolgerci con un sacco di parole piene di significato e alcune anche preziose e desuete e... ci perdiamo avvinti in mondi e avventure che improvvisamente si spalancano davanti a noi. Non a caso, tra i pochi contemporanei la cui lettura mi provoca un reale piacere ci sono Philip Roth e Stephen King, due autori "prolissi".
    Detto ciò, attualmente sto leggendo dei gran libri sulle acque nel medioevo per una ricerca che devo svolgere per l'università, ed essendomi come sempre ridotta all'ultimo, non ho molto tempo per leggere altro... che comunque leggo: infatti, di non lavorativo sto leggendo "I posseduti" di Elif Batuman, il cui sottotitolo è "Storie di grandi romanzieri russi e dei loro lettori". Me lo ha regalato la mia "capa", se no non credo lo avrei mai conosciuto. L'autrice è una critica letteraria americana ma di origine turca che siccome non è stata capace (come dice lei) di scrivere un grande romanzo ha deciso di scrivere dei romanzieri russi che sono oggetto di studio e lavoro nonché di amore, e del modo in cui l'incontro con loro si è intrecciato con la sua vita. Niente di esaltante ma una lettura che porto avanti con facilità anche perché mi piacciono gli autori russi e mi piacciono le storie ambientate nei campus universitari americani.
    Ma la grande (ri)scoperta di questa estate è stata Jules Verne. A Riccione non sapevo che cavolo leggere, e mi mancava il mio Cicap, e così aggirandomi in libreria ho visto "Il giro del mondo in 80 giorni". Avevo letto tutto Verne da bambina ma poi non lo avevo più toccato. Be', l'ho preso e cominciato a leggere. Mi ha fatto passare delle ore meravigliose, da piccola non avevo ovviamente saputo cogliere tutto l'umorismo di cui è intriso (per es. verso il colonialismo inglese, o verso gli americani) e mi sono fatta grasse risate. Senza contare che la globalizzazione attuale - che tante riflessioni ci suscita anche su questo blog - è già tutta lì... E poi Phileas Fogg è un uomo... di cui mi sarei anche un pochino innamorata se fosse in carne e ossa! Dopo "I posseduti" infatti leggerò "Dalla terra alla luna" e gli altri due della trilogia. E lascerò per qualche ora la nostra pazza Terra ai suoi problemi, ai suoi inghippi e alle sue burocratiche liste!!!

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  3. Oddio... cos'ho scritto? Un post! ;-)

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  4. Un bellissimo post.
    Che invita a parecchie riflessioni fra le quali una mi pare le valga tutte:
    Avevano voglia di inserire una tirata filosofica su un argomento? Lo facevano. Volevano fare una digressione che un editor di oggi definirebbe "non utile alla storia"? La facevano.
    Ecco, vogliamo dirlo che non se ne può più di leggere autori che sembrano usciti tutti dalla medesima scuola di scrittura creativa i quali - onorando l'ossessione americana per il marketing editoriale più che il proprio talento (se ce l'hanno)- finiscono per ammazzare le loro stesse migliori intenzioni adeguandosi al prodotto didatticamente perfetto il quale, rivestito dal giusto packaging e con un'adeguata campagna commercaile, farà di loro lo scrittore?
    Pare che più che lo scrivere, sia il commercializzare il prodotto scritto, il talento richiesto.

    Sto leggendo ora - sempre in Nobiltà dello spirito - "Goethe scrittore", testo di un discorso tenuto da T. Mann nel 1932, in occasione del centenario della morte di Goethe.

    Scrive:" "Tutto il male deriva dal fatto che la letteratura in Germania si è diffusa grandemente e che nessuno scrive più un verso brutto".

    L'ossessione per lo stile, per la correttezza formale, per l'esposizione sintetica ma efficace di un pensiero , che la mente ha magari prodotto in ore e giorni di stranianti torsioni mentali, sterilizza all'istante in chi legge ogni slancio di umana empatia.
    Magari arrivi ad apprezzare quel pensiero sterilizzato, ben formulato, ben calibrato, stilisticamente perfetto.
    Solo che non te ne rimane che l'insoddisfazione.
    E ti scatta la mannaia definitiva sull'autore.
    Insomma, quando leggo voglio potermi perdere con l'autore negli stessi pozzi da cui le sue parole son sgorgate, non vedermi servito il secchio d'acqua già bello filtrato e luccicante.
    Fatemi soffrire perdio! se volete che io gioisca!
    Poi ci sono i talenti naturali.
    Sono quelli che si guardano bene dal frequentare scuole di scrittura e riescono a scrivere, magari in sole dieci formidabili righe, cose che in cento anni di "tagli e sgrezzature" di testo mai potranno produrre.
    Ma come li fai emergere, i talenti, se li costringi a sopravvivere con la mannaia del packaging editoriale?
    Giusto le ambizioni disposte a tutto, ce la possono fare...
    E anche qui mi viene in soccorso T. Mann, il quale scrive (sempre nella Traversata):

    "L'ambizione non deve stare all'inizio, prima dell'opera, ma crescere con l'opera medesima, che vuol farsi più grande di quanto si aspettava l'artista nel suo sereno stupore, insomma deve andare congiunta con l'opera, non con l'"io" dell'autore.

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  5. Sono pienamente d'accordo con te. Le "scuole di scrittura creativa" fanno male alla letteratura, non sono al suo servizio ma a quello del mercato (sempre 'sto stramaledetto mercato) che esige il prodottino ben confezionato.
    Mi hai fatto venir voglia di leggere la Traversata comunque!

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    1. La traversata con Don Chisciotte, sempre che ancora si trovi come edizione a sé, la leggi in un'ora: 75 pagine.
      Si trova però anche in Nobiltà dello spirito, raccolta di discorsi, conferenze, saggi, prefazioni, etc. con pezzi su Nietzsche, su Schiller, su Tolstoj e Goethe, su Dostoievskij, su Wagner, etc.
      Per dirti che se decidi, fossi in te, investirei un paio di euro in più e prenderei Nobiltà dello spirito, così da avere letture comunque brevi, se prese ognuna a sé, ma su temi e intorno a autori diversi, ognuno dei quali diventa spunto di riflessione intorno alla morale, alla religione, alla letteratura, alla filosofia, alla poesia, all'estetica...
      E credimi, non c'è un solo pezzo, una sola riga che non sia puro piacere e non mi faccia desiderare di rileggere quell'autore o il libro di cui il pezzo è la prefazione.
      Letto intorno ai vent'anni, solo ora mi accorgo di quanto mi abbia influenzato e quanto ancora mi sia attuale.
      Forse è questo che ci fa dire di un grande autore che è "immortale"?
      Questo rimanerci vivo e nuovo a ogni rilettura?

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  6. Detesto le liste. Persino quelle della spesa: distruggono creatività e libero arbitrio. E non tengono conto dell'imprevisto, per esempio un 3x2 del tuo tea preferito.

    Mi limito alla lettura attuale: dato che ho la testa piena di millemila problemi, sto rileggendo "L'incendio" di Mario Soldati, cercando di capire perchè mi piacque tanto già nell'età dell'incoscienza.

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    1. Infatti. Come hai fissato sulla carta un elenco, l'hai con ciò stesso definito, chiuso, fissato nell'immobilità per sempre.
      C'è una tecnica, imparata a uno di quei corsi dove ti insegnano come gestire lo stress da sovraccarico di lavoro, che ruota proprio intorno a questo concetto e funziona egregiamente: quando sei in uno di quei momenti in cui un problema ti sta spaccando la testa al punto da sembrarti impossibile da risolvere, logorandoti i nervi e cuocendoti il cervello, prendi un pezzo di carta e scrivi quel problema. Mettici una data, l'ora in cui lo scrivi, e poi ficca quel pezzo di carta in una apposita scatola, cassetto, cartellina che avrai nominato "Posto dei problemi irrisolvibili".
      Penserai che è una sciocchezza, eppure, se una volta all'anno, ogni due anni, prendi quella cartelletta o apri quella scatola per rileggere i problemi che vi hai nel tempo annotati, ti accorgerai che non ci pensi più da un sacco di tempo e che alla fine, una soluzione è poi arrivata.
      Le liste scritte fanno lo stesso effetto: roba defunta, morta, priva di vita.
      Anche quelle del supermercato.
      Forse che non capita regolarmente che, pur attenendoci rigorosamente alla lista torniamo a casa scoprendo di aver dimenticato qualcosa?
      O che magari, rispetto alla lista, abbiamo comprato qualche puttanata in più nonostante le nostre migliori intenzioni?
      Forse la strategia riesce anche per attenuare almeno in parte la pressione di quei tuoi "millemila problemi"? Provare non costa nulla...e forse allenta un po' la pressione del tenerseli tutti dentro la testa.

      Non ho letto nulla, credo, di Mario Soldati.
      Però trovo una sorta di legame di fratellanza in questo comune rileggere ciò che ci è stato così importante nella nostra età dell'incoscienza.
      Forse abbiamo bisogno di tornare alle nostre radici formative, per capire meglio la misura del nulla roboante in cui siamo oggi tutti immersi.
      Cosa, se non un buon libro, è capace di rigenerarci?
      Un abbraccio Max, resisti...

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