lunedì 17 settembre 2012

Camminare

"Due ore, e non un minuto di meno!", l'imperiosa sfida.

Circa tre ore sabato, e altre due ieri, a camminare lungo argini diversi e in direzioni diverse, sempre in un'aria tersa e in un quasi initerrotto silenzio.

Cinque ore totali dall'inizio del percorso (più i quarti d'ora per arrivarci), ascoltando il fruscio dei nostri passi sull'erba o sullo sterrato, per chilometri, forse 12 o 13 in totale.

Camminare insieme nel silenzio, interrotto qui e là da un aggiornamento sul come stiamo, su come pensiamo stia il mondo, su quant'è bello intravvedere il mare alla fine di un'argine, lì dove il fiume si va a disperdere in laguna o si va invece ad unire al fiume più grande, sempre verso il mare.

Respirare solo odore d'erba, di terra, di salmastro in alcuni tratti.

Dopo tre di marcia, il sabato, sfidarsi ridendo a camminarne ancora altre due: non fosse stato per i cerotti alle caviglie che mi si erano staccati e il bordo della scarpa che mi incideva ormai la carne viva, avrei potuto camminare fino a raggiungere i monti partendo da quegli argini verso il mare.

Di nuovo ieri, con cerotti più resistenti ai talloni, un altro argine in direzione centro città, con la scusa di forse un aperitivo premio prima del dietrofront e qualche chilometro a piedi verso casa.

La luce del magnifico sole settembrino sui campi arati e sulle pannocchie lasciate a marcire, lande di terra deserta dove nugoli di gabbiani si vanno prima a posare per poi ripartire insieme,  miriade di ali bianche in volo.

Un altro paio di voli solitari e improvvisi, due uccelli strani, mai visti, sbucati uno dalle canne di un argine e uno dall'oasi d'acqua alle chiuse di un'idrovora, costruzione che suscita ogni volta in me suggestioni di vite scomparse.

Camminare incrociando solo altri solitari pescatori, qui e là seduti in attesa della sera e forse di qualche dono dal fiume.
Chi con il bilanciere raccoglieva un paio di guizzanti argentei pesci, chi con la canna immobile attendeva il vibrare di una presa sott'acqua.

Qualche lieve movimento a pelo d'acqua, di tanto in tanto una libellula dalle ali fatate.

Il grido solitario di un gabbiano in volo e il fruscio del vento fra le canne.

Poi cadere addormentati, la sera, con quella sensazione di stanchezza piena, felice, che mi riconcilia con la vita e mi fa sentire in pace con il mondo.

Essere e basta.
Tutto qui.

15 commenti:

  1. Semplicemente meraviglioso :).

    Se la vita mi desse l'opportunità ancora di poter vivere esperienze così, potrei forse ricordare e ri-scoprire il gusto della felicità...

    Il senso di questa, quello autentico, l'ho però ben sentito anche solo leggendoti.

    Ti auguro di provare ancora e ancora sapori così di vita vera! :)

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  2. Reduce come sono dalla visione allucinata e allucinante del film "the road", qualche manciata di giorni fa, lo sguardo su questa natura palpitante di presenze così vive e intrecciate (con delicatezza) le une alle altre, mi rimette decisamente al mondo.

    Grazie per avermelo saputo ricordare con parole tanto efficaci e luminose.

    Con empatica partecipazione, marilù.

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  3. Ross Rumiz?

    [@ Marilù: "The road" è quello con Viggo Mortensen? Quando l'ho visto (in casa) mi sono sentito praticamente un verme per aver preso su, con me, una ciotola di macedonia che, ovviamente, non sono riuscito neppura ad iniziare...]

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    1. Sì, è quello.
      Però, con tutto il rispetto per le macedonie, Ross e Rumiz a parte la r (e questo spazioso, accogliente pianeta) hanno poco da condividere -- almeno a parer mio.
      Ciao conte!

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    2. @ Marilù: leggi questo articolo: ci trovo la stessa grande sensibilità descrittiva ed amorevole rispetto per la natura.

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  4. Alcuni cari amici ad agosto hanno fatto un'impresa: sono partiti da piazza Maggiore (centro di Bologna) e sono arrivati a piedi, valicando l'Appennino, a Firenze, piazza della Signoria. E' un antico percorso che si chiama "il sentiero degli Dei"... ci hanno messo 5 giorni, e ripeto tutto a piedi. Poche volte li ho visto così felici. Anch'io cammino molto. Camminare, soprattutto se in mezzo alla natura (ma anche per le strade di città col naso per aria), ti rimette al mondo, ti ricollega con la terra e con l'aria, è vita pura.

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  5. Leira
    Camminare, come quasi tutte le attività che ci fanno felici (baciarci, fare l'amore, chiacchierare fra noi, raccogliere i frutti delle nostre semine e quelli gratuiti della terra, etc), non costa niente. E tutti, in qualche modo, possono farlo (lungo il fiume, mi è capitato di incrociare a volte una bambina che passeggiava felice spingendosi da sola le ruote della carrozzina da handicappata: l'unica differenza fra noi, era che lei muoveva le braccia, io le gambe. Il resto era identico).
    La felicità, quella che riempie gli occhi e ci fa dormire bene, non costa niente.
    Provare per credere...
    (vero che ti senti felice dopo una sessione di yoga? Io sì, sempre...)

    Marco

    Seeee...Non scherziamo.
    Questo è un "titolo onorifico" che per guadagnarmelo mi richiederebbe almeno che arrivassi a piedi fino a Venezia.
    O ai colli, seguendo la direzione opposta.
    Però non escludo di riusciri, un giorno...


    Marilù

    Non guardare quella robaccia!
    Non leggere nemmeno i libri che descrivono robaccia!
    Vieni con me a camminare?
    E' meglio di qualsiasi film e di qualsiasi libro catastrofista.
    Non che non possa succedere, una catastrofe, eh? Anzi...
    Però, finché abbiamo ancora qualche metro di autentico argine a oosteggiare un fiume, meglio pensare a come occuparlo.
    Conoscerlo, almeno.
    Metti che poi un giorno si abbia bisogno di sapere quale strada prendere per raggiungere un'oasi dove trovare delle more...
    Essere partigiani fin da prima che sia necessario esserlo: conoscere le montagne, i boschi, le grotte, i fiumi, può rivelarsi una conoscenza salvifica...

    ConteMax

    Non scherziamo!
    Rumiz è capace di partire da Trieste, a piedi, per venire a Ferrara a spiegarti, magari portandosi dietro un fiasco di minaccioso rosso, che non si possono paragonare le patate Ross alle sacre montagne carsiche Rumiz.

    (* Marilù: non mi toccare Rumiz, please...Dopo aver letto i suoi monti naviganti non so più guardare il profilo delle montagne senza aver voglia di inginocchiarmi)

    Ilaria

    Ho scaricato il .pdf da WuMing, Il sentiero degli dei, che racconta la camminata eroica dei bolognesi (immagino siano gli stessi, o sbaglio?).
    Ancora non l'ho letto, tranne qualche stralcio qui e là, potrei quindi sbagliarmi.
    Però, ci credi che tempo fa mi ero messa in testa di attraversare invece la Sardegna, da est a ovest, a piedi?
    Poi non so che m'è successo, dove siano finiti quei miei sogni.
    Forse dovrei trovarmi dei compagni di avventura con i quali provare, almeno, a realizzarli, prima che il tempo mi indurisca le cartilagini e mi atrofizzi il resto dello spirito...

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  6. Sì che ci verrei a camminare con te, di corsa pure!
    Prima però devo occuparmi di un'operazioncina chirurgica e delle cure susseguenti, inevitabiii a quel che risulta finora.

    Ma dopo, ah dopo! Non ci saranno montagne sufficienti per ridisegnare l'ombra di me inginocchiata ai loro piedi con te, Rumiz (in versione tipografica), e un rosario di more da sfilare da rovi e cespugli ancora mai sfiorati da ombra d'uomo (o donna, fa lo stesso).

    Confesso che di Rumiz ho solo letto qualche resoconto sotterraneo o artico su Repubblica, ma non mi avevano entusiasmato, ai tempi. A questo punto, riproverò.

    Comunque, ti vedevo più sulle tracce di una "via dei canti" aborigena con Chatwin o dei tesori nascosti nei cunicoli di Hanging Rock con la dottoressa Morgan.

    Ma il cespuglio di more inesplorato va benissimo lo stesso. Al prossimo settembre, allora! Guarda che ci conto.

    Ciao, con affetto, marilù.

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  7. "essere e basta"

    Per me hai detto tutto in questa affermazione, ma per attuare quelle camminate serve vivere in centri a misura d'uomo, vivo in una città che sta solo morendo d'inedia e se non fosse per la stratorino, le camminate sarebbero solo un verbo astratto.

    Notte buona Ross ;-))

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  8. Marilù

    E' che mi sento un'aborigena nostrana, e le more si trovano esattamente sulle mie "vie dei canti" venete.
    Cioè, lungo argini e campi .
    Solo se guardi le cose come le guarda Chatwin, vedi che non c'è differenza fra l'Australia e il Veneto.
    E' che qui le "vie dei canti" sono più difficili da trovare, coperte come sono da fabbriche e fabbrichette.
    Però i capannoni industriali hanno ormai la vita breve, per questo mi preparo alla riscoperta delle "vie delle more"...


    Tina

    Non esistono città che muoiono d'inedia, solo cittadini costretti all'inedia e irregimentati con le marcie stracittadine.
    Le camminate non sono la "statorino": quelle sono la morte delle camminate, l'unico spazio ancora anarchico della vita umana.
    "essere e basta", appunto.
    Si fottano le stratorino e pure la "marcia dea gaina padovana" (marcia della gallina padovana), che qui in Veneto di idiozie non ce ne facciamo mancare nessuna, pur di tirare su due palanche con cui far sopravvivere le Pro Loco e le associazioni podistiche.
    Rifiutarsi, negarsi, piuttosto chiudersi in casa a doppia mandata, piuttosto che farsi pure organizzare una passeggiata.
    Mai!
    Buona giornata Tina, e fuggi sulle Langhe ogni volta che puoi...

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    1. Hai ragione, proprio ne "Le Vie dei Canti", Chatwin illumina molto bene il legame fondamentale che esiste, sotto tutti i cieli e le culture, tra pensiero e deambulazione. Anche se non può fare a meno di evidenziare la tensione irriducibile, che nella storia si è creata, tra nomadi e stanziali, tra pastori e coltivatori, tra "wanderer" e cittadini, tra Abeli e Caini di tutte le lingue, razze e latitudini. Insomma: o rock o lento, tertium non datur.
      E io che amo Vivaldi molto più dell'uva passa e di Celentano messi assieme, che faccio?
      Mi sa che è meglio se salto un giro o due.
      Intanto, non smetto di leggerti.
      Ciao, serena notte.
      marilù

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    2. Oh sì, che il tertium è datur.
      C'è del rock, in una lentezza consapevole, scelta, lucida.
      Così come c'è del lento nell'essere rock a modo tuo, senza sentire alcuna necessità di riconoscerti in schemi celentaneschi, di per sè ambigui e incoerenti.
      Insomma, la tensione fra nomadi e stanziali è frutto di un'impostura, di un tradimento ad opera della tecnica, quella che vede come necessari cemento e tubi innocenti per darti in cambio una stanzialità che non è che un cinemino e un cd di Vivaldi.
      Invece, la stanzialità può comprendere Vivaldi dal vivo suonato però in collina, che per sentirlo devi camminare e perfino sudare.
      Stanzialità non è sinonimo di immobilismo, di ristretta area di movimento cittadino.
      Anche una pedalata in bicicletta, ha qualcosa di lento, pur essendo rock puro.
      Mai accettare le definizioni semplici delle cose del mondo.
      Soprattutto, mai accettarne da profeti della domenica, pagati per trovare ragioni di s-conforto ai telespettatori (quelli sì, lenti senza speranza).

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    3. Be', da come l'hai messa, sembra che Chatwin non abbia affatto colto il cuore della questione, quando individuava quella "tensione" di cui sopra. Probabile che ricordi male io, o che mi sia sfuggito uno sviluppo successivo delle sue riflessioni sul tema.

      Quanto a me, il cinema mi vede si è no una volta l'anno e i cd proprio mai: da un pezzo il cd-player è fuori uso e aspetta ancora in silenzio il sostituto. In compenso, Vivaldi l'ho raggiunto senza grandi sudate o pedalate, solo placidamente a piedi (e con un passaggio del gentile servizio di trasporto pubblico cittadino) nel duomo della mia città, dove nel maggio scorso hanno eseguito una splendida versione integrale del suo "Gloria".
      Su Celentano ho un mea culpa, perché -- ebbene sì -- l'ho visto: però era su you tube (non in tv), nella sua ultima tirata sanremese dalle ottime virtù soporifere. A suo modo, un contributo per la pace nel mondo.

      Spero che possa diventarlo anche la mia convinzione che la stanzialità, in ultima analisi, è ogni schema cui riduciamo il mondo, che è quanto dire ogni discorso, ogni parola e segno, inclusi i cartelli stradali; mentre il silenzio, con il richiamo della musica che gli fa da orizzonte, ci spinge ad aprire sempre nuove strade e lasciare vecchie certezze alla radice dei crocicchi dove abbiamo rischiato di perderci. Il silenzio è il nomade indispensabile a ogni comunicazione.

      E' proprio ora che aprofitti della sua ondivaga e perciò ancora più preziosa compagnia.
      Grazie anche a te della tua.

      Con immutata simpatia, marilù.

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    4. che la stanzialità, in ultima analisi, è ogni schema cui riduciamo il mondo,

      Il silenzio è il nomade indispensabile a ogni comunicazione.

      lasciare vecchie certezze alla radice dei crocicchi dove abbiamo rischiato di perderci

      Esattamente questo, il "tertium" che (io, lui non so) ho trovato nascosto in Chatwin.
      E', per me, nella "tensione" fra gli opposti, che si aprono le "vie dei canti".
      Nelle definizioni, "stanziale" o "vagabondo", è già implicita la stasi.
      Ma ripeto ciò che tu hai già ben detto.
      Sottoscrivo ogni parola, simpatia finale compresa.

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