mercoledì 23 gennaio 2013

I diritti degli altri

Dice:
"Non dirmi che sono razzista, ma se siamo ridotti così è perché ne abbiamo fatti entrare troppi, di extracomunitari".

Sto zitta: che dovrei dire?

Prosegue:
" Guarda poi come sono tutelati, hanno diritti che noi non ci sogniamo nemmeno di chiedere".

"E perché non li chiediamo?"

Precisa:
"Cosa c'entra? Guarda la nuova legge sulle badanti: adesso hanno diritto a 2 ore di riposo al giorno".

"E ci mancherebbe pure che non avessero diritto almeno a 2 ore di riposo!"

Molto infuriata:
"No guarda che tu non capisci, forse perché non devi fare i conti con una badante..."

E vabbè...

"No, non ti rendi conto: oltre a quello che costano fra stipendio e contributi, ora decidono loro quando fare 2 ore di riposo, se ne escono a passeggiare nel pomeriggio e ti mollano lì il vecchio".

"Devono portarselo dietro?"

"Allora proprio non capisci: una persona anziana se la fa addosso, spesso non sa nemmeno dov'è e se lo lasci solo può farsi del male. Perché queste non si fanno le due ore di riposo mentre l'anziano dorme? Devono per forza uscire? Possono riposarsi anche restando in casa, non che uno dopo che le paga deve anche fare le corse per curare l'anziano mentre quella è fuori a farsi gli affari suoi mentre tu la paghi".

"Giusto, che razza di ingrati!"

"No, non capisci proprio niente, si vede che non hai a che fare con il problema".

"A me pare che sia tu a non capire: una badante è una persona che si occupa, dietro compenso, della cura di un anziano che è parente tuo e dovresti, per legge, curare tu. Se non ne hai tempo o voglia, paghi perché qualcuno se ne occupi, e quel qualcuno è un lavoratore  come qualsiasi altro, con orari e diritti, non uno schiavo al tuo servizio in cambio di un tetto e un piatto di minestra".

"Allora proprio non capisci, si vede che vivi proprio senza problemi...".

Conversazione reale avuta ieri con una collega, ovviamente piena di buoni sentimenti cristiani e sinceramente convinta che il suo non sia razzismo, ma una semplice richiesta alla badante di non rovinarle l'esistenza con i suoi diritti e facendo appello solamente a un minimo di buon senso e buon cuore, perché lei lavora (senza diritti ma non se ne lamenta che quando rivendica i suoi), e non ha tempo di correre dietro all'anziano che ha a casa.

5 commenti:

  1. Assolutamente ineccepibili le tue considerazioni su diritti pretesi per sé (ma solo con i più deboli) e negati ai suddetti, sottoposti. Terribile e diuturnamente inflessibile riflesso della catena alimentare, declinazione post-moderna di un cannibalismo soft, da desperados dell'urgenza con contingenza, senza scatti. Anche perché non c'è risposta, al massimo voci registrate.

    Però, da rompiballe psicopratica, oserei suggerire alla tua collega che l'anziano parente, magari restìo a trangugiare pozioni soporifere al quasi-polonio per dormire come un angioletto tutto il tempo necessario alla badante a sgranchirsi gambe e nostalgie, potrebbe essere trasportato, magari persino d'accordo con la signora che se ne occupa, ai centri diurni che molti comuni mettono a disposizione per l'assistenza di persone che, per svariati motivi, hanno bisogno di continua vigilanza e aiuto. In caso questa soluzione manchi o sia impraticabile per distanze e costi aggiuntivi che la tua collega non può o non vuole sostenere, penso che sia giusto almeno pretendere che la badante coordini le sue uscite con i tempi di libertà dagli impegni di lavoro della tua collega.

    Quanto a ore di permesso pagate come state da voi? E i sindacati, esistono ancora?
    Scusa eh, ma mi hai fatto venire la curiosità.
    Ciao, con affetto, marilù.

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    1. Non voglio entrare in considerazioni su come o dove sistemare l'anziano nelle ore di riposo della badante: immagino che chi arriva alla badante abbia chiaro quali siano le soluzioni e gli aiuti di cui ogni comune dispone, spesso gratuitamente.
      Parto dalla fine del tuo commento, perché forse mi aiuta meglio a dire come la penso e perché.

      Zero, sono le ore di permesso retribuite previste dal nostro contratto (quello della collega e il mio).
      Zero presenza di sindacati, come in quasi tutti gli uffici dell'odierno terziario avanzato.

      Questo significa zero ferie retribuite, zero festività retribuite, zero giorni malattia retribuiti.

      Il che, forse, spiega meglio di ogni altro discorso la posizione della collega.
      Mi capita sempre più spesso di notare come non vi siano peggiori carcerieri dei condannati messi a guardia dei loro simili.

      C'è quella vecchia storia che mi raccontò la maestra al secondo anno delle elementari.
      In una vecchia casa vivevano un nonno con il figlio, la nuora e il nipotino di pochi anni.
      Il nonno a tavola era un disastro: gli cadeva il cibo dalla bocca, a volte rovesciava il bicchiere di vino sulla tovaglia perché gli tremavano le mani, mentre masticava gli colava la bava dalla bocca.
      Un giorno in cui le mani gli tremavano più del solito, gli cadde a terra il piatto mentre tentava di sorbire l'ultimo residuo di brodo.
      Il figlio e la nuora, seccati dalla perdita del piatto rotto, decisero così di non farlo più mangiare a tavola con loro: gli comprarono una scodella di terracotta e lo fecero da quel giorno mangiare da solo vicino al focolare, così che se gli cadeva cibo dalla bocca lo spazzavano veloce fra le braci.
      Un giorno al nonno cadde di mano anche la scodella, che si ruppe in più pezzi.
      Il figlio iniziò a urlare al padre che non lo avrebbe più fatto mangiare altro che roba solida, così da non doversi servire di scodelle e piatti che costavano.
      La nuora era furiosa perché quel vecchio bavoso la costrigeva a continue pulizie e spese.
      Il nipotino, mentre intorno a lui tutti urlavano, iniziò a raccogliere i cocci della tazza e a incollarli uno a uno.
      Quando il padre si calmò, osservando la perizia con cui il figlio s'ingegnava a ricostruire la scodella e gli chiese: "Cosa ne farai, di questa bella tazza?"
      "La terrò per quando sarete vecchi tu e mamma, così quando vi tremeranno le mani non dovrò spendere altri soldi per comprarvi altre tazze".

      Credo stia qui il punto.
      Ciò che guadagna la collega basta appena a pagare la badante, ma lei ha bisogno di uscire altrimenti dice che impazzisce.
      E la capisco: impazzirei anch'io.
      Però rimane che quell'anziano è suo padre, e la badante è solo qualcuno che paga per una cura del padre di cui lei stessa non si vuole occupare.
      Quindi, la morale è: il fatto che non abbia dei diritti (zero ore di permesso retribuito), il fatto che nemmeno si ponga il problema di non averne (se non quando guarda le cose per sé), forse le fa dimenticare che in questo paese, oggi, gli extracomunitari che trattiamo con tanta condiscendenza, sono gli unici a battersi per il rispetto dei loro diritti. Riuscendo spesso, perché più solidali fra loro e quindi meglio organizzati (nelle ore di riposo li vedi sempre insieme, a crocchi), a ottenerli.

      Bravi loro, dico io.
      Riserviamo a loro lavori che ci sembrano troppo faticosi o umilianti per farli noi, che lavoriamo "nel terziario" pensandoci di una casta superiore, mentre in realtà subiamo in silenzio qualsiasi vessazione pur di non perdere quel lavoro con cui paghiamo chi bada ai nostri anziani che rompono le tazze mentre noi ci sentiamo superiori pur senza diritti, perché davanti a un pc anziché davanti alle bave dell'anziano da pulire.
      Loro le aggiustano le tazze; e con quelle ci danno lezioni di dignità che mettono a nudo le nostre illusioni di superiorità.
      Dev'essere per questo che ci vanno bene solo finché lavorano nascosti ma se esercitano dei loro diritti non vogliamo nemmeno sentirne parlare...

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  2. "Loro le aggiustano le tazze; e con quelle ci danno lezioni di dignità che mettono a nudo le nostre illusioni di superiorità". Verissimo e molto ben scritto.

    Tra l'altro, pensa che coincidenza: la storiella di cui parli, che credo sia di Toltstoj, era proprio all'inizio di una specie di enciclopedia tascabile per ragazzi che un anziano sacerdote, amico di famiglia, una volta regalò a mio padre come piccolo presente per me, credo per la mia imminente prima comunione. E' rimasta molto impressa anche a me quella storia, davvero esemplare e tristissima allo stesso tempo.

    D'altro canto, non per parteggiare a tutti i costi per la tua collega "cristiana", ma la poveretta avrà pure bisogno di un lavoro non solo per evitare attacchi di claustrofobia o di disgusto per le bave eccedenti dell'anziano genitore; voglio dire, avrà pure bisogno di nutrirsi a sua volta e pagare piatti e posate da cui servirsi, indipendentemnte dalla frequenza con cui li romperà e avrà bisogno di rimpiazzarli.

    Per il resto, il deserto di diritti che descrivi è un obbrobrio, un assurdo storico, se non fosse tangibilissima, quotidiana realtà.

    Che aggiungere, olte alla buona notte? Forse solo un hasta la vista!. E coraggio, a te e a lei, e al suo papà.
    Ciao, con affetto, marilù.

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    1. A proposito di "obbrobri" ma in linea con l'argomento del post, due righe qui su come pensano di risolvere il problema costoso degli anziani in Giappone.
      Due considerazioni veloci:
      1) almeno non sono ipocriti. Affermano pubblicamente ciò che pensano i politici di tutto l'occidente "civilizzato". Leggevo ieri alcune reazioni di anziani della Florida alle proposte dell'amministrazione Obama di ridurre le loro pensioni:" Ce le siamo guadagnate, non ci stanno regalando niente!", in sintesi.
      2) E pensare che in Giappone la cultura degli "antenati" è qualcosa di culturalmente molto sentito dalla popolazione. Figuriamoci qui, dove i vecchi li dividiamo in due categorie: quelli immortali, cioè quelli ai posti di potere, che veneriamo come saggi pur consapevoli che l'unica giustificazione ai loro atti può essere la demenza senile; e tutti gli altri, che sbattiamo con la badante (quando siamo generosi) o a Villa Letizia (imbottiti di psicofarmaci), quando non ce la sentiamo più nemmeno di recitare un'affettività forse mai esistita.
      Insomma, riflettere sul destino degli anziani aiuta a comprendere meglio quale idea abbiamo del mondo...

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    2. Eh già, il culto degli antenati. Purché siano morti e sepolti, meritano tutta la venerazione e il rispetto che si nega ai vivi.

      Penso al Taj MAhal, meraviglioso e titanico monumento funebre che quasi provocò una rivoluzione per l'esasperazione del popolo, spremuto fino all'ultima goccia di lacrima e di sangue per raggranellare il patrimonio investito nella sua costruzione. Penso alle statue erette alla memoria di Kim il Sung (cinque in tutta la Corea del Nord, se non erro) che, ai giorni nostri, sono i convitati di pietra alle già magrissime mense di tutti i nordcoreani, persino quelli emigrati all'estero, e raggiunti pure lì da inflessibili ingiunzioni di pagamento di un "canone" per contribuire alle spese commemorative del "caro leader". Carissimo, a voler essere precisi: sta costando, in mazzette e corruzione dei vari funzionari e galoppini di partito, una valanga di soldi. E in quel paese la carestia è praticamente parte integrante del paesaggio.

      In definitiva, a me sembra che il culto degli antenati c'entri poco. Il culto del potere, che logora sempre e perversamente chi ha la sfortuna di non avercelo, è il vero motore immobile di queste storture non dico della convivenza civile, ma della semplice umanità ed elementare giustizia nelle relazioni interpersonali. Se infatti i nostri genitori non si fossero occupati, giorno e notte, di noi, quando abbandonati a noi stessi, saremmo morti tra atroci sofferenze, di fame e sete, con l'unica compagnia dei nostri escrementi, negare loro lo stesso tipo di cura quando, vecchi e disabili, ne hanno incontrovertibile bisogno, è una mancanza di umanità e di giustizia, nascosta dietro mille pretesti, scuse, pappardelle ideologiche che il Potere ci propina per far apparire indispensabili le proprie facce di pietra e bronzo e invece inutili, anzi dannosi i nostri cuori e braccia di carne, senza i quali non avrebbero avuto nemmeno la remota possibilità di esistere, figuriamoci di legiferare su chi deve vivere e chi no.

      Ciao Ross, con affetto, marilù.

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