mercoledì 16 gennaio 2013

Mi svendo!

Quando ancora abitavo in famiglia avevo negli ultimi tempi preso un'abitudine, diventata nel tempo una specie di "gioco": riconoscevo a mio fratello, più piccolo di me, 200 lire per ogni caffè che faceva al posto mio.
Mi sembrava un'equo compenso per un lavoretto che comunque avrebbe fatto gratis.
Però, dato che io lavoravo e qualche soldo lo guadagnavo, mentre lui no, mi pareva un buon incentivo quel riconoscergli qualcosa: stimolava in lui una gioiosa collaborazione volontaria che premiavo in denaro sonante.

Oggi, mi capita spesso di pensare di trovarmi nel ruolo di adolescente che era allora di mio fratello: vengo retribuita con la paghetta per una collaborazione volontaria: dove sta scritto infatti che io abbia diritto a una retribuzione che mi consenta di campare?

Da nessuna parte.

Il lavoro non è un diritto, come ci è stato più volte ricordato.
Non essendo un diritto, va da sè che questa collaborazione (a progetto, finto), non da diritto ad alcuna retribuzione.
Solo a una mancia, una paghetta, un obolo per incentivarmi a mettere volontariamente ogni giorno la mia brava caffettiera sul fornello.

Poi, come un'adolescente, non so però come pagare le bollette, le tasse immondizie, l'affitto, il bollo auto, le spese di condominio e la manutenzione caldaia.

E' forse un problema che deve affronare un adolescente?
Ovvio che no!
Avrò ben una famiglia per questo...
O un secondo lavoro, ché il primo è solo per giocare a casetta finché imparo a stare al mondo.
Giusto?

Prossima vita voglio nascere con il gene giusto, quello che mi consentirà di venderla al miglior offerente fra i 13 e i 20 (con buona pace dei benpensanti), così da arrivare al primo lavoro con quel tanto di gruzzolo da parte da poter usare la mia paghetta extra per comprarmi l'ultimo iPad.

Intanto, visto che i 20 li ho passati, credo andrò a cercarmi un secondo lavoro, magari anche un terzo, notturno, lungo il viale della stazione, a darla in saldo paghi uno e prendi due.
C'è forse differenza fra il darsi via per salvare la patria e il darla per sopravvivere?
Non sono forse io stessa carne da macello? 
Non è esattamente di darmi via per due soldi che mi impone la legge?
La sola differenza è che nei viali della stazione potrò almeno darla in nero, così che almeno un chilo di patate e uno di arance posso riuscire a pagarlo senza passare dal bancomat del redditometro.

Non fingete di stupirvi: il pudore, di questi tempi, è merce senza valore.
Conta la legge, contano i conti di cassa da rimpolpare con le svendite del patrimonio, fosse questo anche un polmone o un rene in buono stato.

Però quelli, una volta andati, non tornano, pensavo.
Il darla è invece sempre un darla a rate, una specie di comodato d'uso a medio termine. C'è il consumo, certo. 
Ma resta sempre il capitale, per quanto eroso dall'inflazione.
La vedo come i miei due cents di patriottismo, il mio personale contributo al mercato, il mio modestissimo obolo alla troika.

Come? 
Sembravo una donna molto spirituale e ora guarda che ti tocca leggere?

E' la crisi baby, me lo chiede l'Europa!

18 commenti:

  1. Leggevo tempo fa (un anno o due) che una insegnante di greco e latino del Liceo, a Roma, aveva fatto la stessa scelta per arrotondare il magro stipendio e poi aveva addirittura lasciato il primo lavoro per dedicarsi totalmente alla seconda e molto più redditizia professione, che le aveva guadagnato anche l'apprezzamento e quasi-amicizia di una nota e non meglio identificata parlamentare "bella e bionda", oltre che sposatissima ma molto intraprendente ed esigente sul lato delle nuove esperienze sessuali. La ex insegnante aveva anche pubblicato un libro sulla sua singolare carriera professionale, recensito da L'Epresso con quell'intervista all'autrice che mi capitò di leggere e di cui scrivo qui.
    Una piccola nota a margine: la donna raccontò di un incontro agghiacciante nella sua alcova con un ex-militare presentatole dall' "amica" parlamentare che la seviziò e da cui uscì viva per miracolo o, meglio, grazie a una indovinata bugia che trattenne l'aguzzino dal passare alla "soluzione finale": gli raccontò di essere madre, e di non potere mantenere altrimenti il figlio, ancora piccolo e del tutto ignaro della sua attività.

    Chissà perché non la interruppe, dopo quella vicenda. Io un'idea per rispondere a questa domanda ce l'avrei, ma la tralascio, così come quella sventurata (benché straricca, immagino) signora ha opportunamente trascurato di menzionare sia nel libro che nell'intervista le generalità della deputata o senatrice in questione.

    Ciao Ross, con affetto, marilù.

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    1. Ricordo anch'io quel "caso", e ne ricordo un altro più recente, di una francese, nemmeno particolarmente bella e più giovane, che ne ha fatto una bandiera (e il solito libro, che ormai non ce ne viene risparmiato nessuno). Quest'ultima mi aveva particolarmente colpito per dichiarazioni (in un sostenuto giro di interviste promozionali) al limite della schizofrenia: sosteneva essere il diritto alla prostituzione una rivendicazione "femminista", né più né meno.
      Questo per dire che nel diritto di ognuno di decidere per sé cosa gli è conveniente fare per campare, rimane ancora da decidere dove sia finita la consapevolezza di sé, cioè quel dare un senso e una direzione alla propria esistenza seguendo non dei codici etici e morali stabiliti altrove e una volta per tutte, ma i propri personali codici etici e morali.
      Insomma, ripropongo (e metto in coda), la questione base: in un paese amorale, nel quale a decidere giusto e sbagliato sono ladri che si auto assolvono, puttanieri che tengono famiglia e baciano anelli papali, truffatori della domenica che però vanno a messa il sabato sera così da poter agire con una coscienza ripulita in anticipo, dove diavolo è finita la nostra idea di etica e morale?
      Il resto in coda...
      Ciao Marilù, è bella la passione con cui partecipi alle mie stralunate peripezie mentali...

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  2. toctoc! permesso?..? posso entrare? ciao.

    ho letto qui e là e mi permetto di entrare nei vostri discorsi. non ho gran esperienza, anzi non ho tutta l'esperienza che vorrei. in questo caso sul tema della prostituzione. state parlando di questo giusto? mi è capitato anni addietro di dovermi vendere. fù per un contratto a progetto, dovevo ubbidire senza scelta a ordini che non condividevo. pena l'esplusione. prostituirsi ed essere usati/e. mi pare si parli di questo.. allora finì che dissi no. fù difficile anche perché svolgevo una parte in comune con altri e la mia scelta condizionò il loro lavoro. ma la situazione era drammatica. quando platealmente me ne andai qualcuno silenziosamente applaudì. la maggioranza, pur odiando la situazione, abbassò la testa e aspettò.

    Quindi cosa vuol dire darla via?
    Per me darla via vuol dire anche quello. Vuol dire non avere scelta e accettare di essere sottopagati; per fare un'altro esempio. Posso permettermi questa provocazione solo perchè mi rivolgo a dei privilegiati. Qui tutti siamo sufficientemente privilegiati da possedere un computer, una connessione o anche solo il tempo e l'energia necessari ad usarla.. (C'è stato un tempo in cui questo privilegio non l'ho avuto)

    C'è un racconto a fumetti meraviglioso sull'argomento scritto da Alan Moore tradotto e pubblicato in italia dalla rivista CortoMaltese. Quando anni dopo ne fecero una trasposizione filmica mi rammaricò vedere come il lato commerciale della settima arte avesse spettacolarizzato con i suoi ipnotici effetti speciali il ruolo del comprimario trasformandolo in un supereroe mentre la comprimaria, la sola e unica figura in cui immedesimarsi, fu marginalizzata. La catarsi del fumetto è di mille soli più luminosa. Il libro s'intitola "V per Vendetta". Cercate se potete di non guardare il film prima di aver letto il libro. Leggerlo dopo non è la stessa cosa, persino Moore non ne approva la trasposizione. (Anche Grilleggio, ad esempio, deve aver visto solo il film e non ne ha capito, come quelli di anonymous, la sostanza.)

    Che è poi il tema di questo post. La nostra quotidiana prostituzione.

    akueo

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    1. Ciao e benvenuto/a, akueo...
      Il tema è sì, anche, la prostituzione quotidiana, quel venderci per due palanche spesso senza nemmeno realizzare che insieme svendiamo salute e diritto a una vita felice in cambio della pagnotta.
      Mi sto chiedendo (senza aver né letto il libro né visto il film che segnali, e leggerò il libro, prima o poi), dove sia il limite oltre il quale ogni battaglia per una vita degna diventa inutile.
      E' nella contradditorietà delle leggi, e quindi della politica, che matura l'assurdo orwelliano dell'attuale realtà: devi lavorare e però non hai diritto a una retribuzione che ti consenta di pagare quei costi fissi che sono obbligatori. Devi vivere con una paga da fame ma se hai fame vai a sfamarti altrove, che non è compito dello stato provvederti la pagnotta.
      Saltano così, partendo da questo come da qualsiasi altro punto, tutti i parametri che per avere senso devono stare in relazione fra loro.
      In questo caos, in questa schizofrenia fra realtà contrapposte, vengono a cadere tutti i principi su cui si regge l'equilibrio di una società civile.
      E' come quando scoppia una guerra: saltano per aria, insieme ai corpi, le leggi. In guerra, valgono le leggi di guerra. Quelle per cui è lecito lo stupro non meno dell'omicidio, e dove la prostituzione diventa uno dei tanti modi di garantirsi una sopravvivenza.
      La provocazione vorrebbe (e tale è la mia, che come dicevo non ho il dna giusto per darla via), far emergere una questione di fondo che, mentre siamo tutti affannati a far quadrare i conti con le nostre esistenze sempre più precarie, non sembra scuoterci abbastanza: dove sono finiti Etica e Morale?
      E' "morale" lo sfruttamento schiavista regolamentato con leggi dello stato?
      Quali sono i valori "etici" che sottendono queste leggi?
      Hanno statura morale e credibilità, quei politici che sostengono l'inevitabilità di tali leggi prive di senso morale e di un'etica di sostegno?
      Si tratta di valori senza i quali sparisce ogni umana civiltà, come sappiamo.
      Eppure, sembriamo tutti come fuori fuoco, con l'attenzione sempre così concentrata (grazie alla costante manipolazione di senso operata dai media servi) su temi "loro" da essere riusciti a far passare tutto. Pur consapevoli del danno, non solo a noi stessi, ma al corpo stesso della civiltà, riusciamo a ricavarci per protestare qualche riga frammentata qui e là, subito coperta da battibecchi di corte totalmente inutili.
      Tutto è passato in nome della "crisi", s'intende.
      La loro, mica la nostra, che noi stavamo bene. Ora in crisi vera siamo noi: come la risolviamo?
      Vendendoci lungo i viali della stazione, e per due euro, ch mi dicono che anche in questo campo la concorrenza cinese è spietata...
      Mi sa che nemmeno la prostituzione, ci hanno lasciato...

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  3. Akueo, mi spiace, ma trovo molto ingeneroso da parte Sua definire così il contratto a progetto cui ha fatto cenno Ross.

    Capisco invece che Lei possa considerare in questo modo il mio "status" di casalinga, che per moltissimi è ormai solo una persona da bollare come una indecente mantenuta e sostanziale sfruttatrice del compagno o consorte che sia. Ho avuto anch'io il mio lavoro che ho perso, ma non mi va proprio di descrivere qui il perché e il percome, e non solo perché -- per mia scelta, s'intende -- sono tutto sommato molto meno anonima e molto più riconoscibile di voi. E' una questione di pudore e di quella dignità personale, semplicemente annessa al fatto di essere umana, che non mi sembra il caso di ledere fino a quando non entrano in gioco cause di forza maggiore come quella di dover dimostrare (giustamente) di essere al di sotto di un certo reddito nella realtà prima di aver accesso a determinate sovvenzioni, aiuti e facilitazioni, come si diceva nel post precedente.

    Ciò detto, mi sento in dovere di aggiungere che Le fa onore la rinuncia, molto costosa dal punto di vista umano e relazionale oltre che strettamente economico, da Lei compiuta in quell'occasione, anni fa. Tuttavia questo Suo "pregresso" ancorché indiscutibile coraggio morale non La autorizza IN NESSUN MODO a dare, più o meno obliquamente, della prostituta a una onestissima lavoratrice e blogger ospitale e generosa come Ross, solo perché non avrebbe la forza o l'audacia di andare ad abitare sotto i ponti o a dormire in macchina o dai genitori o da un'amica, da disoccupata autolicenziatasi perché decisa a trovare un impiego più consono ai suoi reali meriti e aspettative.

    E qui concludo, scusandomi con Ross per la prolissità con cui ho approfittato, ancora una volta, dello spazio che mi/ci concede per scornarci democraticamente in questo suo bel blog.

    Saluti, marilù.

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    1. mi scuso in anticipo con tutte le persone che mi avranno frainteso. vorrei far notare a mia difesa che la mia è e resta una provocazione. come lo è il post da cui si parte. oppure il mio abbaglio è immenso e rossland esprime un desiderio reale.
      e inoltre, da quel poco che ho piacevolmente letto, non credo che rossland sia una donna che debba essere difesa; è una guerriera. come non lo credo di lei e molto probabilmente della maggioranza delle donne che frequentano questo spazio..

      akueo

      ancora le mie scuse a chi non coglierà il senso delle mie frasi

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    2. Marilù e akueo: e se aveste ragione entrambe?
      Non mi offendo facilmente, e con la questione "prostituirsi per la pagnotta" mi ci scontro da sola ogni giorno, finendo inevitabilmente per prostituirmi, almeno un po', quel tanto che riesco a tollerare.
      Ed è proprio questo il punto: non se il mio "piegarmi" alla necessità sia prostituzione o meno, ma come cavolo ci siamo arrivati a questo pensiero di prostituzione quando del lavoro ho sempre visto il lato "nobile"?
      Ora mi capita di pensare che sia più "nobile" il darla via, decidendo in autonomia prezzo, tempi e luoghi, che il darmi via senza decidere altro che il piegarmi per via di arance e patate.

      Però, che vi posso dire?
      E' solo parlandone, che posso cercare con voi il senso di tutta questa confusa situazione demenziale.
      Parliamone a ruota libera, tenendo conto che ogni vita esprime la propria visione del mondo e che ognuna di queste ha diritto di cittadinanza. Almeno fra noi...

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  4. Sì, penso sia sincero quando scrive che non crede io sia una donna che debba essere difesa; infatti mi attacca, e così ha fatto con Ross, anche se maschera (sarà colpa del fumetto? O del film?) questa sua aggressione, fortunatamente solo verbale, con la parola, molto comoda, di "provocazione".

    Il nòcciolo del Suo discorso però è: chiunque accetti di fare un lavoro non abbastanza pagato o appagante, secondo i propri e/o i più diffusi e condivisi criteri di valutazione a riguardo, è equiparabile a una prostituta, con ciò intendendo una persona che -- come nell'esempio riportato nel mio primo commento -- intraprende PER SCELTA E SENZA COSTRIZIONI (almeno in una fase iniziale) questa attività.

    Il nòcciolo della mia reazione a questa Sua impostazione è, invece, dirle: la Sua posizione è una aberrazione, una violenta e forzata distorsione della realtà, con l'aggravante di implicare un pesante giudizio dispregiativo verso chi si trova a vivere una situazione lavorativa o esistenziale per qualunque motivo opprimente senza poterla né pienamente accettare né efficamente piegare ai propri desideri e ai propri criteri di giustizia, equità, felicità.

    Per Lei chi acconsente pur lamentandosi è un vigliacco inconcludente e chi acconsente e tace vuol dire che alla fin fine non sta poi così male o comunque ha la sua convenienza a restare lì dov'è, e dunque il problema (sociale e politico, oltre che personale) non si pone. Pazzesco, in questo modo restare attaccati alla propria sopravvivenza diventa una colpa, rifiutare l'hara-kiri in qualunque forma è una ignobile manchevolezza.
    Francamente a me sembra che sia Lei a semplificare per non dover vedere e dunque cercare e prendere decisioni politiche in un senso piuttosto che in un altro.

    E con questo, di nuovo, La saluto.
    marilù

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  5. Scusa Marilù... mi sembra che Akueo abbia semplicemente seguito Ross nella sua provocazione. Sono entrambi sulla stessa linea di pensiero, Akueo sta rafforzando ciò che Ross già sostiene, non ci vedo nessuna offesa. Personalmente concordo sulla provocazione (e anche su "V for vendetta" versione fumetto :-)

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    1. Vero.
      Mi sa che in questo sei facilitata da una "storica" frequentazione...(dovremo fare qualcosa, prima o poi, per premiare questa assodata amicizia...)
      Nemmeno io ci vedo offese, solo un leggere la cosa da angolazioni diverse...

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  6. A me sembra invece che dicano due cose molto diverse, l'una con un chiaro sottofondo di denuncia politica e sociale, l'altro con una più ambigua ma non per questo meno convinta sotto-traccia individualista e superomista, della serie "chi fa da sé fa per tre" e "chi è causa del suo mal pianga se stesso", per intenderci.

    Sono entrambi molto ironici e sarcastici, questo è vero, ma da qui a dire che esprimano la stessa linea di pensiero, ce ne corre. Almeno secondo me.

    Mi spiace per il fumetto ed il suo autore, io conosco solo il film. Che ricordo come molto suggestivo, sicuramente, ma anche come molto inquietante per un verso e forzatamente (di nuovo....) caricaturale per l'altro. Popolato più di stereotipi che di personaggi, e senza neppure un'ombra di ironia.

    A questo punto, però, davvero passo e chiudo.
    Ciao Ilaria, buona notte a te e a tutti.
    Con simpatia, marilù.

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    1. Sig.ra Marilù non è mia intenzione lottare per aver qui l'ultima parola. Anzi. (Se il mio intervento qui non è gradito me lo dica in separata sede e tolgo subito il disturbo) Il suo intuito, come ho già avuto modo di notare altrove, funziona molto bene. Sì. Ha ragione. Son due facce diverse ma, si dovrebbe aggiungere, della stessa medaglia. Non immagina neppure come la mia persona si sia sporcata per tutti i compromessi con i quali si è trovata a "svendere" i propri ideali. Per questo ho siglato la fine del mio primo intervento con "la NOSTRA quotidiana prostituzione". Ci metto dentro tutti. Ma lei ha intravisto anche qualcos'altro. La differenza morale tra film è fumetto forse sta tutta lì. E sì, anche lì ha ragione. Liberarsi, per me, è un fatto privato. Ci può essere una società che ci facilita questo compito e un'altra che nasconde la strada da percorrere sotto uno strato di glassa.. ma siamo sempre e solo noi a scegliere che via percorrere. Il che, spero acconsenta e accetti questa provocazione, è una scelta "individualista".

      poi, se questa scelta possa essere veramente libera, è decisamente un capitolo a parte. se esistesse un "gene della prostituzione", e chi ci dice che non esista una innata predisposizione ad accucciarsi davanti alla persona più forte, se dunque esistesse questo gene di chi sarebbe la colpa? una persona con tale gene che nascesse in una famiglia povera, ovviamente non economicamente povera, potrebbe fare una scelta veramente libera? qui concordo con lei. spetta alla società selezionare nei secoli i geni da privilegiare. mi sembra, ahinoi, che questa selezione è avvenuta in cerchie, chiamiamole "sacerdotali", oltre che ormonalmente maschili. e solo negli ultimi decenni si è cominciato a capire, proprio a partire da quelle sacrestie, che non è stata una scelta, diciamo "felice", allevare una massa di pecore..

      akueo

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    2. Non potrei in alcun modo arrogarmi il diritto di dichiararla "persona non grata"; sicuramente non potrei farlo qui, ma, a priori, non potrei né vorrei potere -- o, peggio ancora, desiderare -- farlo in nessun altro luogo o occasione. Il razzismo, in ogni sua forma, travestimento e anche solo pallida sfumatura mi ha sempre e da sempre scatenato l'orticaria.
      Sarà forse il riflesso condizionato di pecora, che posso farci?
      Quanto ai "geni" e loro privilegi, ascoltavo giusto ieri una conferenza radiofonica sulla estrema plasticità del nostro codice genetico che, in buona sostanza, ci predispone unicamente a una cosa: l'adattamento. Certo entro certi limiti, che non sono uguali per tutti ma simili nell'insieme, e singolarmente degni di ogni attenzione e rispetto. Infrangerli, facendosi più o meno male, con più o meno eroica capacità di sopportazione, non è affatto un indice sicuro di liberazione. Chi si affida solo a questo parametro per crederlo, dovrebbe far ritarare il proprio alethiometro.

      Ho superato in ogni caso i limiti della buona creanza con Lei e, anche se me ne avvedo con un bel po' di ritardo, Gliene domando a mia volta scusa. Sarò lieta di rileggerLa qui, da Modigliani o dovunque riterrà meglio tornare a scrivere, se e quando lo vorrà.

      marilù.

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  7. Purtroppo il "prostituirsi" in qualsiasi modo lo si voglia intendere è una realtà o un problema molto forte radicato nella società.
    E' questione di scelte, di come ci si sente, di ciò che si è in grado di fare, di libertà individuale, come viene concepita e per giunta quasi in contraddizione. -Sono libera perchè mi rifiuto di vendermi-o -sono libera perchè decido di vendermi per uno scopo ben preciso-

    Mi sono capitate delle esperienze o meglio delle richieste, una recentissima e vergognosa.
    Quì la denuncio:
    Un critico d'Arte famosissimo con una bella famiglia mi ha chiesto delle prestazioni per avanzare nel mondo dell'arte.
    Al mio rifiuto mi ha risposto:- le tue opere sono banali, insignificanti, naif, non valgono nulla e mi sa che tu sei una cinquantenne impomatata-

    Gli ho risposto a nome di tutte le donne che non si permetta più, mai più,di comportarsi in questo modo,farò in modo d'informarmi e se dovessi sentire qualcosa divulgherò il suo famosissimo nome!-

    Io non me la sentirei di darmi a dei porconi, piuttosto non dipingerei in vita.

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    1. Sono libera perchè mi rifiuto di vendermi-o -sono libera perchè decido di vendermi per uno scopo ben preciso-

      E' una bella domanda...
      E forse una risposta la dai tu stessa, raccontando l'episodio del "famoso critico d'arte" e la tua reazione.

      (ma chi è 'sto patetico infantile stronzo che, altro che V per vendetta, ribalta il proprio giudizio sul tuo lavoro solo per rintuzzare il proprio orgoglio maschio ferito?)

      Anche di libertà, non si parla quasi più.
      E forse non è un caso.
      Credo che la tua risposta (al critico infantile), la tua reazione, dicano dove sta la questione: sul valore, non commerciabile, di ciò che ogni lavoro dovrebbe esprimere per avere senso: partecipazione emotiva nella costruzione di un'idea del mondo.
      In un mondo dove ad aver valore non sono le cose, valutate su parametri artificiosi che spingano alla compulsione all'acquisto, il "fare" cose che creino senso e bellezza, dal fare con passione una sedia o un abito piuttosto che il coltivare un orto, riempie di valore la nostra esistenza.
      Oggi facciamo lavori inutili, slegati dalla vita reale. Costruiamo sedia non con le mani, ma in serie e in catena di montaggio, esattamente come coltiviamo insalata e pomodori a livello industriale per piazzarli uguali nei supermercati di mezzo mondo.
      Dov'è in questo la partecipazione emotiva, la creatività, la bellezza, il senso che l'uomo può portare nel mondo grazie al suo lavoro?

      Alla fine, solo un artigiano oggi può dire con certezza di non prostituirsi, nemmeno quando cede alle esigenze della clientela per far quadrare i conti: crea comunque con la sua inventiva e le sue mani ciò che vende.

      La prostituzione è un atteggiamento di distacco emotivo rispetto all'uso del corpo come mezzo e funzione: te la do, stabiliamo un prezzo e un tempo, ma niente baci in bocca.
      Niente partecipazione emotiva.
      Mero commercio di "cosa".
      Neanche nelle aziende a più alto contenuto creativo oggi è richiesta la partecipazione emotiva, vista anzi come una debolezza caratteriale. Conta la produttività, identificata solo con l'uso dei neuroni per conto terzi.
      Infatti, chi più chi meno, siamo tutti tossici di caffè a nastro, di coca se a più alti livelli, di antidepressivi o ansiolitici se alla catena di montaggio.
      Parlavo tempo fa, in un vecchio post, dell'esigenza del mercato di rubarci l'anima, così da fare degli umani delle perfette macchine operative in funzione capitale.
      Quanto manca?
      E' questo che vogliamo?
      Prostituirci il cervello è meno amorale che prostituire la carne che gli sta sotto?
      Il valore che diamo al nostro corpo è, anche se non sempre è così evidente, il valore che diamo al mondo, il come vorremmo che fosse il nostro mondo.
      Noi curiamo ossessivamente il corpo così da usarlo come "macchina": funzionale, perfetta, oggettivizzata.

      Dove non c'è partecipazione emotiva, passione per ciò che facciamo, sparisce il senso dell'esistenza.
      In un mondo (in un paese) amorale, dove a valere sono i conti e le carte di credito, dove gli umani sono un impiccio per via del fatto che hanno l'abitudine di pensare e mangiare, siamo tutti prostitute.
      Veniamo richiesti di non pensare, di non partecipare, di non avere passioni di sorta.
      Cioè di non esserci, di atteggiarci a robot.
      C'è qualcosa di più amorale di questo?

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    2. No, cara Ross, non c'è. Ma attenzione: se "è amorale un mondo dove gli umani sono un impiccio per via del fatto che hanno l'abitudine di pensare e mangiare" (splendida sintesi, complimenti), è un frutto marcio e subdolo di quel mondo la condanna del fare una sedia alla catena di montaggio invece che con la meritoria creatività e inventiva dell'artigiano, che in tal modo esprimerebbe realmente la propria virtù personale, quasi fregandosene, alla fine, se quella sedia o quel vaso o quella chitarra saranno venduti o meno, per procurargli così la "fastidiosa" pagnotta di essere limitato e non abbastanza angelicato da poter fare a meno di un apparato digerente. In altre parole, l'artigiano -- secondo la visione che ne hai tu -- nel momento creativo si sgancia salla sua dipendenza tanto dal resto di se stesso -- che ha in comune anche con le mosche -- quanto dal resto della collettività umana in cui vive e da cui, comunque e sempre, dipende. Comne se questa dipendenza fosse l'essenza stessa della deprecata e mortificante prostituzione in discussione qui. Al contrario, è l'essenza del nostro essere umani, e non lupi, anche se persino questi ultimi vivono -- e cacciano -- in branco.

      Il nucleo fuorviante e malato della prostituzione vera non sta, a mio parere, nel vendere il corpo piuttosto che il cervello, o un rene piuttosto che la patonza: è nel vendere un'illusione di amore, di affetto, di "cura" dell'altro un tanto al chilo o all'ora. E' il far pagare a caro prezzo la gioia di esserci, di essere riconosciuto e accolto, di esistere senza etichette o titoli o 'meriti' aggiuntivi. Anche inchiodato a un letto di tetraplegico impossibilitato a muovere null'altro che le palpebre e, involontariamente, gli sfinteri.

      Ciao Ross, e, a proposito di accoglienza, grazie dello spazio di discussione e di ascolto "non Caritas" che offri qui.
      Con affetto, marilù.

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  8. Bel vespaio, complimenti: cosa vuol dire gettare un sasso nello stagno al momento (e con l'argomento) opportuno... Una domanda: come la mettiamo con i militari (oggi tutti volontari) impegnati nelle varie "Missioni di pace", eufemismo che vale il contratto a progetto di Ross? E i lavoratori della Oto Melara primi produttori mondiali di mine antiuomo? E con l'ILVA di Taranto, in senso lato?

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    1. La mettiamo uguale, sempre lì siamo: è più onesta la vecchia prostituzione (quella nuova no, decisamente allineata all'odierno mantra del "E' colpa mia se questo è un mondo bastardo?").
      La quotidiana sospensione di senso, il costante rifuggire perniciose questioni di ordine morale o etico, rimanendo concentrati esclisvamente sull'esigenza del pane, del mutuo, della scuola per i figli, ha atrofizzato in noi ogni umana necessità di coerenza emotiva e tutto trova giustificazione.
      Si spara via drone tranquillamente seduti davanti a un monitor: forse un videogioco è fare la guerra?
      Il soldato che fa il suo bravo click a migliaia di km di distanza dalla vittima, non sente la puzza di sudore della paura, non gli arrivano schizzi di sangue caldo sulla mimetica, non guarda gli occhi della vittima.
      Niente emozioni umane, solo lavoro, e in pace, da cui le missioni.
      Se invece è il nemico a farsi saltare in aria uccidendo qualcuno, o a mettergli un po' di dinamite sotto le ruote, è aggressione, quindi è giustificata la reazione.
      Niente guerra, solo legittima difesa.
      In assenza della partecipazione emotiva, del corpo emotivo, al "lavoro", ogni lavoro perde connotazioni umane, niente è più personale e tutto è giustificato con la necessità della sopravvivenza, vuoi per il mutuo o vuoi per il pane o i figli.
      La concentrazione quotidiana su di sé, sui propri bisogni elementari, sull'illusione di potersi salvare grazie alla buona volontà e al sacrificio, mette in sordina ogni senso, finisce per trasformaci tutti in volonterosi schiavi costantemente ossessionati dai debiti, quelli personali o quelli nazionali cambia poco.
      Ma anche qui: perché è ancora ritenuto "morale" il ripagare un debito in una società che fa del debito un mezzo di coercizione?
      Perché ancora sentiamo l'esigenza di comportarci in modo "onesto", di pagare le tasse anche se ingiuste o spropositate rispetto alle nostre tasche?
      Perché stiamo ancora ascoltando le promesse di personaggi dei quali abbiamo letto ogni vigliaccheria, ogni manipolazione della verità, di cui sappiamo ogni peccato? Perché perdoniamo loro ogni assenza di moralità mentre a noi stessi non riconosciamo più nemmeno il diritto a un'umanità dalla quale ci stiamo allontanando volontariamente?
      Se i nostri figli dicono bugie, ci sentiamo in obbligo a correggerli e se insistono, a in qualche modo punirli.
      Poi noi invece abdichiamo al nostro senso morale, accettiamo di sparare a un ignoto afgano per pagare il mutuo o a lavorare all'Ilva per dare a quel figlio il pane oggi ben sapendo che rischiamo di farlo orfano e affamato domani?
      E' immorale, vendersi a rate e a ore, ma è lecito e perfino eroico prostituire la propria umanità, la propria coerenza, la propria morale, in cambio del mutuo pagato?

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