mercoledì 17 aprile 2013

Casi strani in tempi stranissimi

Leggevo stamattina su Intermarket&more un pezzo nel quale si parla di lavoro, disoccupazione e Cassa Integrazione, argomenti caldissimi di questi tempi.
Alla fine del pezzo è pubblicata questa lettera:

Ciao Dream,
non ci conosciamo ma ormai io ti seguo da anni, da quando ancora eri su blogspot. Dire chi sono…non importa. Io sono nessuno. Un signor nessuno che rischia di perdere il lavoro perché c’è crisi. Già, c’è crisi. Ma la ditta per cui lavoro, la crisi non la sente, anzi, il lavoro non fa che aumentare. Sarà che forse molto concorrenti hanno chiuso. Noi invece, abbiamo retto bene il colpo, magari in tempi non sospetti chi dirigeva l’azienda non ha fatto il passo più lungo della gamba. (…)
Dopo questa presentazione, forse starai storcendo il naso e ti dirai: ma che dice questo?

Prima inizia parlando di crisi, che rischia di perdere il lavoro e poi mi racconta di un’azienda sana dove il lavoro non manca.

Non sono impazzito. Ma le cose stanno così. Infatti l’azienda per cui lavoro mi ha praticamente costretto alla CIG pagandomi la differenza in nero. Così sono passato da 40 ore setimanali a 0 ore settimanali (ma circa 45 ore visto ‘aumento del lavoro). E appena ho provato a parlare coi titolari, mi è stato detto che c’è crisi, che ognuno deve cercare di fare il possibile per sopravvivere e che se non mi sta bene, si possono anche fare scelte professionali differenti. Loro lo sanno benissimo che io non me ne posso andare, sia perché di questi tempi la situazione del mondo del lavoro è quella che è e poi, ho 40 anni, un figlio di 18 mesi ed una moglie che tappa i buchi che le maternità lasciano nelle scuole ed un mutuo da pagare. Tutto precario, tranne il mio lavoro che ora rischia di diventarlo. Che fine farò ora che i soldi per la CIG sono finiti? Assurdo, rischio di restare veramente a piedi? Dai, non credo, sono un dipendente formato ed anche apprezzato. Ma io non so che potrebbe succedere. Certo è che mi fa letteralmente SCHIFO il fatto che il mio datore di lavoro abbia speculato sulla mia pelle per poter guadagnare di più. Non credi?

Fine dell’email. Continua così, sei un Grande…
Pietro D.

Leggendola, m'é tornata alla memoria una sera...
Circa un anno fa (forse più), erano a cena da me due ex colleghe con le quali ci vediamo per affetto due/tre volte l'anno per "aggiornamenti".
Una di loro lavora ora in una grande azienda (una Spa) della zona, e mi raccontava la stessa storia: era in cassa integrazione ma in realtà continuava a lavorare.
Alla mia curiosità su come questo fosse possibile, dato che per ciò che ne so una cosa esclude l'altra, mi spiegava che l'azienda l'aveva messa con altre colleghe in cassa integrazione ma che, non mancando il lavoro, lei continuava a lavorare e l'azienda copriva solo la differenza fra le ore pagate dalla cassa integrazione e quelle effettivamente lavorate. Come, mi rimane oscuro.
La cosa mi parve anzi così fumosa che l'attribuii alla poco chiarezza espositiva dell'amica, tanto mi pareva assurda.
Vero è che tale azienda era in quei giorni sui quotidiani locali perché si temeva avrebbe chiuso, e pareva fossero arrivati a un accordo di cassa integrazione per circa una quarantina di dipendenti.
Il che confermava una cosa anche se mi rendeva fumosa la procedura descritta dall'amica coinvolta.
L'altra amica presente quella sera gestisce un'agenzia di lavoro interinale, cosa che la porta ogni giorno dentro alle aziende a caccia di contratti.
Confermava che ormai era un caos riuscire a proporre personale nelle aziende di una certa dimensione proprio perché, quelle che potevano, si orientavano a tentare di applicare, anche per brevi periodi, la stessa soluzione: cassa integrazione e poi si vedrà.
Ora, io non capisco niente di come funzionano queste cose, ma leggere la stessa storia raccontata nella lettera sopra da qualcuno che non so chi sia, dove lavori, dove abiti, etc., mi fa diventare sospettosa: e se fosse vero? 
Se davvero alcune aziende avessero usato gli ammortizzatori per allegerire le uscite e sistemare i bilanci?
Dell'amica che me lo raccontava non mi fidavo molto: come dicevo, mi era tutto piuttosto confuso e qualcosa non mi tornava.
Ma se, visto ciò che scrive oggi l'amico nella sua mail, fossi invece io a non aver allora capito ciò che mi diceva?
Chissà se altri dipendenti di grandi aziende hanno storie simili da raccontare...

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