mercoledì 25 settembre 2013

Odio le fabbriche

Odio le fabbriche - di Sandrone Dazieri - su Global Project

Credo che fosse una delle mie prime occupazioni, una fabbrichetta dismessa a Milano che durò giusto il tempo di farci una cena militante prima che arrivasse la polizia. Ricordo che salii all’ultimo piano, dove c’erano tre o quattro stanzoni che una volta contenevano macchinari pesanti, di cui rimanevano solo graffi sull’impiantito e cavi penzolanti. Tutti gli stanzoni si aprivano nei muri divisori con una finestra orizzontale protetta ancora da vetri sporchi. Ero con un compagno più vecchio – anche se più giovane di come sono ora – e gli chiesi a cosa servisse. Lui mi fece mettere di fronte alla finestra del primo stanzone, che scoprii essere perfettamente allineata alle altre. “Da qualsiasi punto si può vedere quello che succede in tutti i reparti” mi disse. “Per controllare”.
Pensai che un posto costruito per il controllo fosse un abominio. Non solo per i controllati, ma anche per i controllori. Come diventi passando la vita a spiare i gesti degli altri, a impedire che escano dagli standard, che si batta la fiacca? Come si diventa a ripetere tutti i giorni il medesimo movimento? Sperai che tutte le fabbriche diventassero come quella dove stavo, vuota e polverosa.
Odio le fabbriche
Da bambino, a casa mia arrivava due volte il giorno il suono di una sirena. Veniva da lontano e la immaginavo sull’altra riva del Po, anche se probabilmente si generava poco dietro il mio quartiere. Mia madre mi aveva spiegato che si trattava della sirena di inizio turno di una fabbrica. Mi figuravo gli operai che entravano correndo e poi uscivano al secondo fischio lenti, coperti di polvere e le facce stanche. Li vedevo dentro aspettare quel suono che li avrebbe liberati, sentirlo anche di notte mentre dormivano. Quando anni dopo vidi Metropolis, scoprii che la marcia cadenzata dei lavoratori era identica a quella che immaginavo da bambino. Anche le facce erano le stesse.
Odio le fabbriche
Gli operai devono lottare, salire sulle torri, minacciare il suicidio, per avere il privilegio di rientrare in luoghi che fanno di tutto per renderli omogenei a un modello. Che li costringono a compiti infami, ubbidendo all’arbitrio di una complessa e ottusa catena di comando. Che fanno loro produrre merci di cui spesso non vedono la totalità. Che li ammazzano. Li schiacciano. Li bruciano. Li fanno ammalare. E schiacciano, bruciano e fanno ammalare quanto circonda la fabbrica. Quando chiudono, quando falliscono, non capisco perché ci si disperi. Io gioisco. Io dispero per chi è costretto a tornarvi.
Odio le fabbriche
E come campano gli operai se chiudono le fabbriche? Questa è la domanda cui tutti sembrano avere una sola risposta. Le fabbriche non devono chiudere e gli operai devono tornarvi. Anche se le condizioni saranno peggiori, anche se si tratta di una mostruosità avvelenatrice come l’Ilva, del buco nero di una miniera di carbone. Una volta gli operai barattavno la loro vita con la certezza di un reddito, ora la barattano con un’insicurezza prolungata. Se la fabbrica chiude bisognerebbe dare un premio a quelli che vi si sono consumati. Li si dovrebbe accogliere come chi esce da un carcere, come chi esce da un lager. Li si dovrebbe ringraziare per il sacrificio, e aiutarli a trascorrere una vita serena. Date un’occhiata al valore delle transazioni finanziarie che si effettuano in un solo minuto, a quanto costa un cacciabombardiere. Con una frazione di quei soldi come reddito di cittadinanza, nessuno dovrebbe tornare in fabbrica. Potrebbero non fare niente, oppure dedicarsi a lavori socialmente utili. Gli scarcerati delle fabbriche potrebbero diventare protettori del patrimonio artistico nazionale, dei boschi, delle coste. Ausiliari nelle scuole. Ripagherebbero i soldi spesi per il loro reddito in mille modi, a loro volta generatori di reddito. E quelli che vogliono o se la sentono, potrebbero essere accompagnati ad attività artigianali, ad aprire un negozio, a imparare un’arte o un mestiere nuovo. Potremmo investire su di loro, sulla loro voglia di fare. Ma a dirlo si passa per eretici. Per criminali. Perché la fabbrica ce l’abbiamo in testa. E tutto si ribalta. I padroni vogliono chiudere, i compagni vogliono tenerle aperte, perché non riusciamo a immaginare o praticare alternative.
Odio le fabbriche
Lo so. Sto scrivendo un post contro le fabbriche su un computer assemblato in una fabbrica cinese, e sappiamo come ci si sta. Probabilmente un capo del mio abbigliamento – oggi sono sull’elegante – l’ha cucito qualche bambino in un’altra fabbrica. E anche il cavo che mi porta la corrente è uscito da una fabbrica, la corrente stessa è prodotta in un luogo molto simile a una fabbrica. Se davvero chiudesse tutto, mi dicono gli amici, come faresti? Lo stesso argomento si può usare per tutto. Come faresti senza gli schiavi, dicevano agli Abolizionisti, come faresti senza la pena di morte o il laudano? Da piccolo leggevo fantascienza. A quei tempi si osava immaginare futuri rosei, dove i lavori ripetitivi li facevano le macchine, e all’umanità rimaneva il tempo per tutto il resto. Supervisionare le macchine e inventarle, ovviamente, esplorare lo spazio, combattere gli alieni (solo quelli cattivi), espandere la coscienza. Trascendere. Ora si immagina solo la povertà e l’obbligo. Ma anche senza i robot, siamo sicuri che vi sia un unico modello possibile produttivo? Che l’obsolescenza programmata delle merci sia necessaria? Ah, ma tu stai parlando della fine del capitalismo, mi dirà qualcuno. Forse, rispondo io, ma più probabilmente della sua trasformazione, anzi di un capitalismo che si è già trasformato, mentre noi siamo rimasti al palo. Comunque, non è compito mio trovare le alternative economiche. L’importante è non difendere un esistente che non esiste più e che, quando c’era, non era nemmeno bello.
Odio le fabbriche
E odio la retorica sulla classe operaia, sull’etica del lavoro, sui luoghi di ricomposizione di classe.  

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Pure gli uffici, le moderne fabbriche delle nuove catene di montaggio, odio, caro amico.
Hanno cambiato faccia, hanno reso il controllo più frammentato, hanno tolto la polvere (e neanche sempre) dai nostri vestiti cinesi da quattro soldi, così ora ci sconfiggono meglio.
Un ufficio non si presidia, non si occupa, nessuna ciminiera su cui salire per inventarsi uno sciopero della fame che nessuno ha quasi più bisogno di fare.
Compriamo al discount gli scarti di produzione di fabbriche d'Oltralpe e a sera applaudiamo il comico che da voce alla nostra sconfitta con parole studiate per toglierci di dosso quel po' di rabbia che ancora residua.
Come scrivevo al post precedente, non è il lavoro, a dare dignità all'uomo.
Come può essere dignitoso un lavoro quando è l'unico mezzo che ti rimane per avere non la "vita", ma quel po' di pane e acqua con cui sostentarti fino a domani, così da replicare oggi e arrivare fino al domani sempre uguale?
Viva i ricchi disoccupati, perdìo! 
Facciamola finita con il lavoro che nobilita l'uomo e lo rende libero di suicidarsi da solo un po' alla volta.
 

7 commenti:

  1. Ineccepibile il vecchio, caro Sandrone così come la tua aggiunta sugli uffici (siamo già al telelavoro anche in questo campo, così il controllo riesce anche meglio e ti "autodisciplini"). Concordo pienamente: è ora di finirla con il mito del "lavoro che nobilita l'uomo". Palle: arricchisce solo chi ha le leve del potere e i suoi ascari. Per gli altri vale il ripugnante trittico "Produci-Consuma-Crepa", mai così evidente. E non disturbare il manovratore.

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    1. E' così ben organizzata la macchina, che tempo e voglia di disturbare i manovratori non ne restano più.
      Nulla, come la miseria della vita sudata un giorno dopo l'altro, priva la mente da ogni istinto di ribellione.
      Le rivoluzioni, anche oggi, le teorizzano e le sognano ancora i piccoli figli della borghesia.
      O quel che ne rimane...
      I poveri sono ancora e sempre quelli di "Franza o Spagna, purché se magna...

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  2. Be', sarebbe bello inventare una catena di montaggio per costruire macchine per la Tac o automobili, aerei civili, lavatrici... divertente come la scuola di Barbiana (sò fissata con Don Lorenzo oggi, che ci vuoi fare...).
    Il M5S potrebbe istituire una commissione di studio su questo.
    Nel frattempo, i soldi dei rimborsi elettorali che -- si lagnava Crimi un paio di mesi fa -- non sanno come fare a respingere al mittente, non potrebbero incassarli e cominciare a distribuirli ai cassintegrati più malmessi, cioè più di lungo corso e con probabilità minime di reimpiego o ripresa della ditta, con un rendiconto rigoroso e ultra-trasparente dei "redditi di cittadinanza 1.0" distribuiti? O se non piovono assegni è sempre tutta colpa di Bergoglio ladro?

    Ciao Ross, non riesco a star troppo lontana dal tuo blog, se continuo così finirò in un gruppo di auto-aiuto, prima o poi. Confessa che lo fai apposta, eh marpiona?
    Con affetto quasi patologico, marilù.

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    1. Una "commissione di studio" dei 5S per fare aerei e lavatrici in catena di montaggio?
      Marilù, di lavatrici e aerei non se ne può più: ne abbiamo d'avanzo.
      Ne facessero una, di commissione, per autorizzare la demolizione di casette e condomini che infestano, vuoti ed esenti Imu, questo paesi sacro ai costruttori.
      Con la (quasi) certa benedizione di Don Milani da lassù...
      Sui soldi che avanzano mi vien da ridere: bisogna insegnare a Crimi come aiutare il prossimo per decreto o cosa?
      Volesse, sono certa ne avrebbero dei ritorni d'immagine che varrebbero più di mille arzigogolate ragioni per cui faticano a ridare ciò che non vogliono tenere.
      Bergoglio per ora non è sotto osservazione: è appena arrivato, gli diamo ancora qualche mese prima di passarlo alla Tac.

      Stai qui, dove deve andare sempre di corsa?
      Gli affetti, si sa, son sempre patologici.
      Son patologie silenti e invasive, contratte ci vuole una cura da cavallo per liberarsene...

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  3. Gli aerei e le lavatrici si logorano, e vanno sostituiti, se non si vuole incorrere in stragi e in disastri anche peggiori, come la serie televisiva "Lost".
    E perché demolire le casette "sacre" all'esenzione IMU e non invece costringere i soliti biechi pretacci, per giunta insolventi rispetto alla sacra IMU, ai lavori forzati in campi di rieducazione, spedendoli magari al posto dei lavoratori nepalesi in Qatar, letteralmente ammazzati di fatica e stenti in un immenso lager a cielo aperto in cui si è, solo per loro, trasformato un intero Stato? Ops, ho scritto campi di "rieducazione"?

    E' incoraggiante sapere che non intendi passare ai raggi X il Papa attuale, in fondo è un modo per apprezzarne lo stato di buona salute e per non volerla, almeno intenzionalmente, inTACcare. Però permettimi di osservare che l'agilità con cui tu passi dal condannare irrimediabilmente il Vaticano ora per una ragione (la partecipazione, tramite banche, agli eccidi mondiali -- complicità che poi si scopre da te estesa a tutti i maneggiatori di banconote del pianeta) ora per l'altra (non pagare l'IMU dovuta) è un indice di ottima salute che il 76enne pontefice non può più sicuramente esibire. E' un peccato, perché, potendolo, a Bergolio secondo me non sarebbe affatto dispiaciuto svernare in un tepee issato dentro i giardini Vaticani. In fondo Gheddafi non dormiva in tenda a villa Doria Panphili, durante la sua visita a Roma?

    Per rispondere alla tua ultima domanda: anche senza dovermi disporre a maratone estenuanti e giornaliere tra casa-posto di lavoro e ritorno, anch'io ho dei compiti da svolgere, qui in casa e fuori, per me e per la comunità a cui, sempre indegnamente (talune vette di spiritualità da scalare mettono davvero in ansia, certe volte), cerco di appartenere -- o non far troppo pesare la mia inevitabile appartenenza, da pessima emula di Robinson Crusoe, quale sono.

    E adesso, passo e chiudo, davvero, mia pazientissima Ospite.
    Sempre con affetto (oramai quasi timore reverenziale), marilù.




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    1. Ahhh...
      Marilù, e mica mi scambierai la mia mera analisi dell'esistente con una micragnosa volontà di vendetta, eh?
      Le attività dello IOR e le opacità del Vaticano mica me le invento per fare il bastian contrario di default: sono lì, basta aver voglia di leggere e sapere.
      E sapere, implica di per sé una presa di posizione?
      Spero di no.
      Poi, data la consapevolezza che non sia di questo mondo l'assenza di peccato cristianamente inteso, perché mai dovrei giudicare (o passare alla TAC) un uomo di cui non saprò mai fino in fondo la verità? E non perché non si possano conoscere di un uomo (o di un Papa, di un Vaticano, di qualunque essere o cosa), alcuni pensieri, ma perché consapevole che ogni pensiero è nascosto nella sua essenza nel profondo della mente che lo pensa, quindi ciò che ne potrò sapere è solo la sua parte visibile e quindi soggetta a interpretazione.
      Un po' come quando scrivi che a Bergoglio non spiacerebbe vivere in un tepee: anche fosse, chi glielo impedisce, se non la sua diversa scelta?
      Ti pare che mi verrebbe mai in mente di equiparare la tenda di Gheddafi con il tepee immaginario di Bergoglio?
      Non ci penso nemmeno a queste cose, non mi passa nemmeno per l'anticamera del cervello il fare simili associazioni fra esseri umani con storie e destini così diversi.
      Eppure, vivendo nel mondo in cui la comunicazione è il business più redditizio e forse anche il più immondo, per via della capacità di distrarci da una vera conoscenza sulle cose degli uomini e del mondo, non nascondo la testa sotto la sabbia, guardo alle cose e alle persone con curiosità e interesse sapendo che ogni cosa è parte della mia vita, che tutte contribuiscono a costruire il mondo e a conoscere me stessa.
      In questo, per quanto tagliente e spesso irruente, non vi è mai in me uno spirito di vendetta o di conflitto con ciò che non mi risulta gradito.
      Nemmeno a me stessa, a ben vedere, sono completamente e interamente "gradita". Ma così come accetto e amo la me stessa improbabile e raffazzonata che sono, sento di poter amare e comprendere perfino Bergoglio e finanche Gheddafi, alla fine.
      Magari non era necessario puntualizzassi questi dettagli con te, ma a volte mi pare di cogliere un'attribuzione di intenzioni che non mi appartengono.
      E questo avevo voglia di chiarirlo, così che vi sia in questo scambio assenza di malintesi.

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    2. Nessun malinteso, cara Ross.
      Ciao, grazie di tutto e buon tutto.
      A presto rileggerti, marilù.

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