giovedì 6 febbraio 2014

Sopravvivere senza sorriso

Ieri, a Padova, un benzinaio di 55 anni, Giovanni Zampieri, si è suicidato buttandosi dal 10° piano dell'Ospedale.
Ha scritto in un biglietto:" Mi hanno tolto il sorriso".
Scrivono per "la crisi", una parola innocua che uccide senza chiamare a risponderne i colpevoli.

Su Il Manifesto, si da notizia del suicidio di Giuseppe De Crescenzo, 43 anni, impiccatosi nella sua abitazione di Afragola senza lasciare alcun biglietto.
Operaio sindacalista di Sl Cobas a Pomigliano D'Arco, era stato "depor­tato al reparto con­fino di Nola gra­zie a un accordo sindacale".
Pare sia a questo che serve il reparto Wcl all’interno dell’interporto di Nola, a "deportare" gli operai "con ridotte capacità lavorative o troppo conflittuali".
Separato, con due figli, era in cig a zero ore dal 2008 e incassava 800€ al mese.

Giovanni Zampieri era una partita iva, Giuseppe De Crescenzo era un operaio.
Entrambi vittime di precise scelte politiche, economiche e sindacali (nel secondo caso), a monte delle quali si hanno, volendo, precisi nomi e cognomi.

Seguivo qualche giorno fa l'intenso flusso di notizie sulla sorte degli operai dell'Electrolux di Porcia, quelli a cui è stato proposto di accettare una significativa diminuzione di stipendio più la rinuncia ad altri diritti (molto simili a quelli già operativi a Pomigliano, dove lavorava Giuseppe De Crescenzo e dove Marchionne ha fatto scuola), per poter continuare a lavorare. 
L'alternativa, cioè il ricatto per far loro ingoiare la polpetta avvelenata, è la delocalizzazione della fabbrica in Polonia.

Fra i molto dotti commenti sul caso, un paio (non ricordo di chi e dove), scrivevano che la posizione degli operai di Porcia era miope, perché dovrebbero prendere subito quegli 800€ prima che la proprietà decida di chiudere lasciandoli a quel punto senza alcun stipendio.

Gli artigiani e i piccoli commercianti, come Giovanni, sono prede certe di un fisco strozzino pronto a ghermirgli il pane di bocca costringendoli a ricavi che tolgono il sorriso
Gli operai, come Giuseppe, sono costretti a lavorare (o a essere deportati se troppo conflittuali), a condizioni cinesi ma costi di vita italiani, e vittime già dall'incitamento a esser grati per la mezza vita che ancora gli si concede di continuare a vivere lavorando uguale a ieri ma a pane ridotto e a prezzo di "mercato".

Se qualcuno osa chiamare i corresponsabili di questo affamamento di piccoli commercianti e operai con l'unico aggettivo che loro si addice, boia, si punta l'indice inorridito richiamando alla memoria fascismi ed eversioni.
Come se a tradire il patto fra cittadini e Istituzioni non fossero proprio quelli che citano la Costituzione a sproposito mentre spingono per cambiarla velocemente così che si adatti alla nuova repellente realtà e di quella vecchia, dove bastava lavorare per avere una vita quantomeno decente, si perda memoria e non se ne parli più. 

Ora, da che mondo è mondo, chi con la sua opera consente l'esecuzione di una condanna a morte si chiama, in italiano, boia. 
Non ne ho alcun rispetto e m'interessa zero che questi eseguano solo una volontà superiore (Bce, Ue, troike varie), non loro, calandosi sul capo una maschera così da non assumere mai alcuna responsabilità per il macabro ruolo di esecutori da loro messo in atto.
Nessuno obbliga nessuno a scegliere quale lavoro fare o di quali Corti eseguire gli ordini: se si crede a una giustizia senza spargimenti di sangue, si può sempre decidere di coltivarsi un orto o di elemosinare il pane insieme al condannato, anziché alzare la mannaia sul suo collo per conto terzi.
Non esistono boia innocenti.
Così come non vi sono innocenti fra quelli che predispongono il cappio, quelli che insaponano la corda, quelli che inchiodano le assi del palco sul quale avverrà l'esecuzione o fra quelli che, in silenzio o magari assolvendola pure dei suoi "peccati", accompagnano la vittima verso la sua solitaria e certa fine.
Colpevoli infine sono gli spettatori, quelli per cui la giustizia del cappio serve a salvare una loro immaginaria rendita certa e a preservare la proprietà minacciata dalla vita a metà dell'affamato debitore.

Colpevole è insieme chiunque sostenga, pur non avendone misura, che 800€ al mese sono meglio di niente.
Colpevole perché solo una cattiva coscienza può sostenere che puoi viverci in un contesto dove l'affitto di una stanberga umida costa almeno 450€ al mese, dove la bolletta dell'acqua (quella venduta alle Spa per lucrarvi generosi profitti), costa (la mia) 75€ al bimestre e il gas almeno 200€ nei bimestri invernali.

Dicono: ma intanto sopravvivi e magari poi le cose cambiano.
Giovanni Zampieri l'unico cambiamento a una situazione di crisi (che ha nomi e cognomi), ha dovuto procurarselo da solo. 
Definitivo. Risolutivo. Estremo.
Giuseppe De Crescenzo sopravviveva da 6 anni con 800€ al mese (e 2 figli). 
Gli si prospettava (da quel che ho capito), la cessazione anche della cig, quale prossimo cambiamento, cioè nemmeno più a una sopravvivenza desolante aveva più diritto.

La sopravvivenza è un concetto strano: è tale se dura qualche mese, per un limitato periodo di tempo. 
Diversamente, se si protrae nel tempo (e 4 anni sono un tempo eterno, per chi non campa nemmeno con ciò che incassa a fine mese), è già una morte a metà, un tirare avanti giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, sapendo che nella tua vita non si affaccerà mai più la speranza.
La sopravvivenza, senza speranza, non è solo una lenta morte civile e sociale: è una morte dell'anima.
Dalla sopravvivenza senza speranza, al desiderio della morte fisica, è solo un passo.
Quello che sei spinto a fare quando ti hanno tolto per sempre anche il sorriso, come scrive Giovanni nel suo lacerante biglietto prima dell'ultimo passo oltre la finestra del 10° piano all'Ospedale di Padova.
Una vita senza sorriso è quell'essere già morto a metà in cui dei boia (con nomi e cognomi) pretendono di tenerti paralizzato a forza.
L'ultimo passo, quello definitivo, uno è spinto a farlo solo per poter fuggire da qualche parte. 
Non avendo più alcuna speranza per fuggire in avanti, si fugge verso la morte perché questa rimane l'unica direzione consentita.
Poi basta attribuire quella morte alla crisi, per liquidare una vita così. s
Senza dire niente di più, quell'ultimo passo che pare non turbi troppo la coscienza di un potere boia mimetizzato dietro una maschera che lo rende efficiente e tuttavia invisibile. 

1 commento:

  1. "La sopravvivenza è un concetto strano: è tale se dura qualche mese, per un limitato periodo di tempo.
    Diversamente, se si protrae nel tempo, è già una morte a metà, un tirare avanti giorno dopo giorno sapendo che nella tua vita non si affaccerà mai più la speranza."

    RispondiElimina