domenica 4 maggio 2014

Il mondo di ieri - Stefan Zweig

Nella sua autobiografia, Il mondo di ieri - Ricordi di un europeo - Stefan Zweig riporta 3 eventi cui assiste e che solo a posteriori decodifica quali segnali che avrebbero dovuto allarmare tutti mentre in realtà, appena finita la Prima Guerra Mondiale:
"...tutti quanti ci illudemmo in buona fede, scambiando i nostri sentimenti e i nostri desideri personali con quelli del mondo. Ma non c'è da vergognarsi di quell'errore: non meno di noi si ingannarono i politici, gli economisti, i banchieri, scambiando quell'ingannevole benessere per risanamento, e la stanchezza delle masse per pacificazione"
Il primo evento cui assiste avviene a Venezia, dove arriva per un breve viaggio che intraprende nel 1922 con una certa ansia per via della generale ostilità che permaneva in Europa nei confronti dei cittadini di lingua tedesca
"In Austria, a quei tempi, della politica italiana sapevamo soltanto che, dopo la guerra e la delusione che ne era seguita, nel paese si erano diffuse forti tendenze socialiste e addirittura bolsceviche (...) si diceva che un ex leader socialista di nome Mussolini si fosse staccato dal partito durante la guerra per fondare un non meglio precisato gruppo di opposizione"
Arriva a Venezia in una giornata di sciopero generale che sta bloccando i trasporti della città lagunare e, depositati i bagagli, si avvia per una prima passeggiata in Piazza San Marco.
"Aveva un aspetto piuttosto derelitto. Quasi tutti i negozi avevano le serrande abbassate, i tavolini dei caffè erano deserti, e sotto le arcate si scorgeva soltanto una gran folla di operai, raccolta in piccoli gruppetti e con l'aria di essere in attesa di qualche evento speciale. Aspettai insieme a loro. E all'improvviso arrivò. 
Da un vicolo laterale giunse marciando, o meglio, correndo con passo cadenzato un gruppo ben ordinato di giovani, che scandiva in coro una canzone a me sconosciuta; vent'anni più tardi venni a sapere che si trattava dell'inno Giovinezza. 
E prima che gli operai, cento volte più numerosi, avessero il tempo di gettarsi sugli avversari, già questi erano passati di corsa agitando i manganelli.
La marcia temeraria e sfacciata di quel piccolo gruppetto organizzato era avvenuta talmente in fretta che gli operai presero coscienza della provocazione quand'era ormai troppo tardi. Adesso si raccoglievano in capannelli stringendo i pugni, ma non si poteva fare più nulla. Lo sparuto reparto d'assalto non era più raggiungibile".
Il secondo avviene in una piccola località tedesca al confine con l'Austria dove si recava settimanalmente e dove "quel giorno era programmato un comizio dei socialdemocratici del tutto pacifico". 
Siamo poco prima del putsch de1923, quello che "...doveva conquistare la Germania, e a mezzogiorno si era già concluso":
"All'improvviso fecero irruzione quattro autocarri, ognuno carico di nazionalsocialisti armati di manganello, che colsero di sorpresa gli avversari - proprio come era accaduto a Venezia - con la loro rapidità. Era la stessa tecnica usata dai fascisti in piazza San Marco, in questo caso messa in atto con maggior precisione militare e, secondo la consuetudine tedesca, preparata sistematicamente sin nei minimi dettagli.
A un fischio, gli uomini delle SA balzarono fulminei giù dagli autocarri, picchiando con il manganello chiunque gli capitasse a tiro e, prima ancora che la polizia potesse intervenire o gli operai raccogliersi e difendersi, erano già risaliti sui loro autocarri sfrecciando via indisturbati.
A lasciarmi sbalordito fu la tecnica impeccabile di quello smontare e rimontare sui carri, che seguì ogni volta un solo acuto fischio del comandante. Si vedeva che quei ragazzi sapevano in anticipo, con ogni muscolo e nervo del loro corpo, con quale movimento, all'altezza di quale ruota e in che punto con esattezza dovessero balzare dentro al carro, per non intralciare il compagno e quindi compromettere l'intera manovra".
Il terzo evento che riporta è del 1936 e avviene a Vigo, porto spagnolo sulla costa galiziana a pochi chilometri dal Portogallo. 
E' da poco scoppiata la guerra civile "...la quale, osservata con occhio superficiale, poteva sembrare una lotta intestina...era invece in realtà il banco di prova per il futuro conflitto..."
"Ero partito da Southampton a bordo di una nave inglese, convinto che non avremmo fatto scalo come al solito a Vigo, la prima fermata, per evitare la zona di guerra. Con mia grande sorpresa entrammo nel porto, e a noi passeggeri venne addirittura accordato di scendere a terra per qualche ora. Vigo si trovava allora nelle mani dei franchisti, lontano dal vero teatro di guerra. Ciononostante, in quelle poche ore ebbi modo di vedere qualcosa che giustificava appieno i miei pensieri più foschi.
Di fronte al municipio, sul quale sventolava la bandiera di Franco, stavano incolonnati, per lo più condotti da preti, dei ragazzotti in abiti contadini, evidentemente raccattati dalle vicine campagne. In un primo momento non capii che ci facessero là.
Erano operai reclutati per qualche servizio obbligatorio? Erano disoccupati cui si dava da mangiare?
Dopo un quarto d'ora, però, vidi gli stessi ragazzi uscire dal municipio completamente trasformati. Indossavano uniformi nuove di zecca, con tanto di fucili e baionette; sotto la sorveglianza di alcuni ufficiali vennero caricati a bordo di automobili nuove e lucenti, per poi sfrecciare via fuori dalla città. Ebbi un sussulto. Dove avevo già visto una cosa del genere? Prima in Italia e poi in Germania! Nell'uno e nell'altro paese erano comparse prima quelle stesse uniformi impeccabili, le auto nuove e poi le mitragliatrici. E di nuovo mi chiesi: chi forniva, chi pagava quelle uniformi, chi organizzava quei ragazzi poverissimi, aizzandoli contro il governo, contro il Parlamento eletto dai cittadini, contro i legali rappresentanti del popolo, vale a dire i loro stessi rappresentanti? Il tesoro di Stato si trovava, come ben sapevo, nelle mani del governo legittimo, così come i depositi di armi. Quelle automobili, quelle armi dovevano quindi essere state portate dall'estero, ed erano arrivate senza dubbio attraverso il confinecon il vicino Portogallo. Ma chi le aveva fornite, chi le aveva pagate?
Era una nuova potenza che aspirava al predominio, un'unica, identica potenza, là e qua, una potenza che amava la forza bruta, che ne aveva bisogno, e per la quale tutti gli ideali che noi amavamo e per cui vivevamo, pace, umanità, concordia, erano solo antiquate debolezze. Erano gruppi misteriosi, nascosti in uffici e aziende, che si servivano cinicamente dell'ingenuo ideaismo dei giovani per i loro affari sporchi e la loro volontà di potenza. Era la volontà di violenza stessa, che, con una nuova, subdola tecnica, mirava a riportare l'antica barbarie della guerra nella nostra sciagurata Europa...l'Europa mi parve condannata a morte dalla sua stessa follia, l'Europa, la nostra patria spirituale, tempio e culla della nostra civiltà occidentale".
Stefan Zweig scrive questa autobiografia nel 1942, pochi mesi prima di suicidarsi in esilio in Brasile. 
Eppure, letta oggi, ha avuto su di me l'effetto di un gong il cui poderoso suono scuote ogni mio residuo dubbio sui molti segni e i molti fatti che, solo apparentemente scollegati fra loro, successi in paesi diversi o per ragioni apparentemente diverse, sembrano avere tutti una stessa identica matrice, allora e ora.
Come poteva Stefan Zweig assistere, nel 1942, a episodi che vedo accadere uguali oggi, tutti ugualmente presaghi del possibile compiersi di uno identico disegno di dominio totalitario?
A volte succede che per capire ciò che ci sta sotto gli occhi ci si debba munire di uno specchio, così da osservare i fatti che vi si riflettono vedendovi in sovrimpressione ciò che nessun quotidiano, nessun politico, nessun governo, nessun economista vuole, sa o è interessato a vedere.
Specchio che per me si è rivelato essere questo libro che mi sento di consigliare a chiunque.
Ecco un'ultima sua considerazione che potrebbe essere fatta oggi uguale, credo, da ognuno di noi, se solo si volesse o si potesse osservare lucidamente ciò che ci succede intorno (e dentro):
"Mai in vita mia avevo avvertito con più crudeltà l'impotenza dell'uomo di fronte agli eventi del mondo. Da una parte c'ero io, un individuo vigile, pensante, attivo e influente, estraneo a ogni politica, immerso nel mio lavoro, intento a trasformare con silenziosa tenacia i miei anni in un'opera. 
Ma da un'altra parte, in un luogo invisibile, esisteva una decina di altri indivui che nessuno di noi conosceva, una manciata di persone sulla Wilhelmstrasse a Berlino, in Quai d'Orsay a Parigi, a Palazzo Venezia a Roma e in Downing Street a Londra; e queste dieci o venti persone, delle quali assai poche fino ad allora aveva dato prova di particolare intelligenza o abilità, si parlavano e si scrivevano e telefonavano, accordandosi su cose che noi non sapevamo. Prendevano decisioni a noi estranee, cui non partecipavamo e di cui non conoscevamo i dettagli, e che pure determinavano in modo decisivo la nostra esistenza, la mia come quella di chiunque altro in Europa.
Il mio destino era nelle loro mani, e non nelle mie. 
Ci risparmiavano o distruggevano, noi, gli impotenti, concedendoci libertà o riducendoci in schiavitù, decidendo per milioni di persone pace o guerra. E io me ne stavo come tutti gli altri nella mia stanza, indifeso come una mosca, impotente come un verme, mentre erano in gioco la mia vita o la mia morte, il mio Io più intimo, il mio avvenire, i miei pensieri ancora inespressi, i progetti nati o nascituri, il mio sonno e la mia veglia, la mia volontà, i miei averi, la mia intera esistenza. Si stava lì ad aspettare, fissando il vuoto come condannati nella propria cella, murati vivi, incatenati a quell'assurda, inerme attesa e ancora attesa - e gli altri condannati a destra e a sinistra facevano domande, chiedevano consigli, scambiavano parole, come se qualcuno sapesse o potesse mai sapere ciò che veniva deciso di noi. Squillava il telefono, e un amico mi chiedeva cosa pensassi della situazione. Usciva il giornale, e confondeva ancora di più le idee. Si accendeva la radio, e una notizia contraddiceva l'altra. Si camminava per strada, e il primo conoscente che incontravo pretendeva da me, egualmente all'oscuro di tutto, la mia opinione, se sarebbe scoppiata la guerra o no. E ognuno, nella propria inquietudine, si poneva a sua volta la stessa domanda, e parlava e discuteva e ragionava, pur sapendo fin troppo bene che tutta la conoscenza, tutta l'esperienza, tutta la lungimiranza accumulata e appresa negli anni non aveva alcun valore di fronte alla decisione di quella decina di sconosciuti..."

1 commento:

  1. AlterGong: copio e incollo il "Contropelo" di Massimo Rocca (Radio Capital) di stamattina:

    "Special"

    La pallina impazzita del flipper nella mia testa. Sdong. Per l’Unità di Gramsci sono i filorussi a bruciare vivi i filorussi nella casa dei sindacati ad Odessa, la citta della Potemkin. Pling, Obama nel giardino delle rose definisce il governo di Kiev regolarmente eletto e nessuno resta a bocca aperta, nessuno lo sottolinea, sono tutti dentro a Matrix. Plong, un cantante dice quello che crede sul premier e dopo aver osannato i Benigni, i Guzzanti, i Moretti quando se la prendevano con il cavaliere o Bertinotti, stampa e Pd sbroccano sulla lesa maestà. Clang, un gruppo di sediziosi in divisa applaude gli assassini di Aldrovandi ma si incazza con l’assassino di Raciti. Sblang Sulla balaustra dell’Olimpico Genny ‘a carogna identico nell’aspetto e nel gesto al serbo filo Arkan Ivan comanda e decide se giocare mentre fuori “Gastone” De Santis che una partita voleva fermare spara per uccidere. Glong. Gli ultras di Odessa insieme ai neonazisti bruciano la casa dei sindacati…. Tilt

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