martedì 13 maggio 2014

Nostalgie

L'effetto più strano del leggere Terzani. 
Leggo una data, tipo "13 settembre 1993", e istintivamente cerco di riportare alla memoria dove fossi io in quel 13 settembre 1993. Cosa ho fatto, quel giorno? Ho incontrato qualcuno? Ho superato dei contrattempi, mi si è bucata una calza mettendomi in imbarazzo, cosa succedeva nel mondo che io percepivo come tale intorno a me?
Perché mentre lui prende appunti nel suo diario vive immerso in una percezione del mondo che certo non era la mia, pur vivendo entrambi lo stesso 13 settembre 1993.
Poi mi prende come un desiderio fortissimo di poter tornare indietro, a quel 1993 di cui non ricordo sul momento niente, per poterlo oggi rivivere con una più intensa consapevolezza, con maggior attenzione a ciò che mi sta intorno, con maggior distacco dall'ansia di una vita che sempre è lì a spingerti dietro al culo ad occuparti del pane e del companatico distraendoti così dalla vita stessa, dalla consapevolezza che ogni giorno che passa è un giorno che non torna e che puoi vivere una volta sola.
Oppure tornare lì, al 1993, quando comunque questo mondo non era ancora così violento, così volgare, così macabro, così bugiardamente ingovernato da aspiranti nazisti che si credono tutti sanfranceschi e che a noi povera gente fanno tutti l'effetto di pessimi pagliacci con sotto le mutande coi buchi.
E mentre provo questa specie di nostalgia, questo desiderio assurdo di poter tornare indietro per poter vivere più pienamente quella che oggi mi pare come una libertà perduta, alzo gli occhi dalla tastiera e guardo fuori il cielo, le fronde verdi dei tigli di fronte con cinguettii nell'aria e il sommesso persistente fruscio del vento.
Forse è questo che più di tutto mi angoscia: avere oggi la netta chiarezza di un destino del mondo retto ovunque dalla follia di poveri stupidi boriosi che girano come trottole impazzite senza aver mai voglia di buttare alle ortiche (che morirebbero sul colpo) quell'ego che li sovrasta per godersi una mattinata al parco.
Ogni giorno vissuto a guadagnarsi il pane (e ormai nemmeno quello) è un giorno buttato di un'esistenza vuota di senso.
Il senso, questa roba imprendibile e indefinibile, non tollera altro che il senso di appartenenza al momento.
Senza questa, ogni vita si regge su ricordi sbiaditi di giorni che non torneranno mentre quelli che abbiamo li uccidiamo sul nascere puntando ogni mattina al lavoro, cioè a quella cosa senza altro senso che quello di contribuire a produrre altro lavoro sempre e solo per un pane quotidiano (e ormai nemmeno quello).
Come topi spinti per fame a correre senza fine su e giù sulla ruota azionata con nazista indifferenza dal ricercatore in prova, inadeguato al ruolo ma impegnato in esperimenti di ingegneria sociale cui non trova mai la quadra ma produce intanto i suoi bei chili di teorie cartacee destinate ai giovani rampolli che altrimenti vengon su fancazzisti e non è bello. 
(ma se gli riduciamo lo stipendio, inizieranno a correre più veloci per pareggiare il fine mese? e se li mandassimo in pensione a 70 anni? si manterrebbero più attivi e quindi più sani? e se sì, pensa ai risparmi sulla sanità e agli incrementi per gli affari delle polisportive...In più, riduzione del costo sulle pensioni che tanto i contributi li abbiamo incassati e quelli sono così impegnati a correre sulla ruota che manco protestano? si fa una prova, poi se non funziona se ne fa una diversa che alla società perfetta ci si arriva di esperimento in esperimento: è la ricerca scientifica, bellezza!

Butterei giù tutto, qui e adesso.
Terrei poche case belle (e antiche), tutti gli alberi, tutti gli uccelli e tutti i gatti che provano un piacere indicibile a dar loro la caccia.
Più una mia finestra da cui guardare il cielo.
(sperando di veder un giorno cadere fulminati a terra tutti i droni che oggi lo assediano sporcandolo a piacere e indisturbati).

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