mercoledì 23 luglio 2014

Il lavoro è contro la vita

Lungi dallo scomparire, il lavoro si è esteso a tutte le sfere della vita individuale e sociale, tanto che dietro a ogni gesto, persino quelli che si manifestano nel tempo libero, si dissimula un'attività lavorativa. 
La sedicente società del tempo libero è una società in cui il tempo svincolato dal lavoro, per i più fortunati tra gli esseri umani, serve soprattutto a consumare, mentre avremmo potuto immaginarci qualcosa di ben diverso da quella squallida abbuffata di svaghi appositamente studiati e commercializzati. Le evasioni,una volta riservate a una casta di privilegiati, si sono estese a un numero molto più ampio di fortunati, anche se l'unico "privilegio" reale sarebbe la possibilità di evadere dall'alienazione del consumo. E mentre gli svaghi si andavano generalizzando, il lavoro si è infiltrato sempre più nel mondo del tempo libero attraverso la produzione-consumo di massa. 
Ormai c'è lavoro ovunque, perfino negli svaghi alienati che consumiamo in massa (anche pubblicare post come questo, è una forma alienata di produzione nel tempo dello "svago" - ndb).
(...) Se l'uomo non può evitare di lavorare, non può nemmeno evitare di criticare il lavoro.
Eppure questa critica, a causa della sfida che il lavoro rappresenta per la vita di tutti i giorni, è difficile da elaborare, il che spiega come mai essa abbia assunto forme impercettibili, solitarie nella maggior parte dei casi, e soprattutto clandestine.
Per esempio, il sabotaggio, ma anche il vivere di rendita, sono entrambe critiche attive del lavoro, ma con il limite di restare poco visibili.
Il sabotatore, dovendo agire di nascosto, non può propagandare i metodi con cui intende distruggere la produzione; e chi vive di rendita viene emarginato dal disprezzo che la società del lavoro nutre nei suoi confronti.
La critica del lavoro ha perso ogni suo significato nella nostra società, da troppo tempo incancrenita nell'idea che ci si possa realizzare solo nella produzione.

Da Contro il lavoro - di Philippe Godard  Ed. Elèuthera/Caienna - pagg. 52-53

Onestamente, non mi pare che sia l'assenza di lavoro il problema, se mai l'assenza del denaro.
Il quale, nell'attuale società fondata sulla retribuzione del capitale che ingrassa se stesso e sul furto legalizzato delle risorse di tutti, è l'unica forma di transazione consentita e riconosciuta ai miserabili per poter accedere ai beni indispensabili alla vita.
E' quindi il denaro, non il lavoro, a garantire il diritto o meno all'esistenza.
E il diritto o meno al lavoro quale mezzo per ottenre il denaro è oggi un ricatto, immorale, di proporzioni inimmaginabili.
Imposta dall'intero apparato economico-finanziario-politico globale come unico mezzo di accesso alla mera sussistenza, la mitologia del lavoro rivela sottostanti questioni morali o di indegnità degli esclusi, i quali mai hanno avuto alcuna scelta, mentre garantisce al capitale un dominio dal volto asettico sull'intero ciclo dell'esistenza: umana, animale, vegetale, mineraria.
La ridistribuzione dei profitti (cioè la restituzione del furto delle risorse) garantirebbe un'esistenza più che dignitosa ai milioni di pezzenti affamati che ogni giorno implorano una giornata di lavoro solo per averne in cambio una miserabile e infame ciotola di riso.
Non parlatemi di crisi o di lavoro: tirate fuori i soldi. 

3 commenti:

  1. "Non parlatemi di crisi o di lavoro: tirate fuori i soldi."
    Una tale verità scolpita col tuo tocco mi ha quasi emozionato

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    1. Dovrò provare a rimediare a quel "quasi"...

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    2. Oh no, la trasmissione è eccelsa, temo sia la ricezione ad avere qualche rumore di fondo.
      Buon Martedì

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