domenica 20 luglio 2014

Fra tirannia e libertà

Non sono dunque gli squadroni di cavalieri, non sono le schiere di fanti, non sono le armi a difendere il tiranno.
A prima vista non ci si crede, ma è davvero così: sono sempre quattro o cinque che mantengono il tiranno, quattro o cinque che gli tengono l'intero paese in schiavitù; ci sono sempre stati cinque o sei a cui il tiranno prestava ascolto, perché si erano fatti avanti da sé, o perché era stato lui a chiamarli, per farne i complici delle sue crudeltà, i compagni dei suoi piaceri, i ruffiani delle sue voluttà, i soci nello spartirsi il frutto delle rapine. 
Quei sei consigliano talmente bene il capo che egli ora, grazie a questa loro intesa, deve essere malvagio non soltanto per via della propria malvagità, bensì anche per via della loro.
Quei sei hanno poi sotto di loro seicento profittatori, e questi seicento fanno ai sei quello che i sei fanno al tiranno.
Questi seicento ne tengono poi sotto seimila, a cui hanno fatto fare carriera, affidandogli il governo delle province, o l'amministrazione della spesa pubblica, per avere mano libera, al momento opportuno, in avarizia e crudeltà, compiendo nefandezze tali da poter resistere soltanto nella loro ombra, riuscendo cioè solo grazie a costoro a sfuggire leggi e sentenze.
Grande è poi la schiera che viene dopo, e chi volesse divertirsi a districare questa rete non ne vedrà seimila, bensì centomila, milioni, stare attaccati al tiranno con questa corda, avvalendosi d'essa come Giove in Omero, che si vantava di poter tirare a sé tutti gli dei con uno strattone di catena.
Nasce da qui l'ampliamento del senato sotto Giulio Cesare, l'istituzione di nuove cariche, la creazione di nuovi uffici: non certo, a guardar bene, dall'esigenza di riformare la giustizia, ma per creare nuove basi alla tirannia.
Tra favori grandi e piccoli, tra guadagni e maneggi legati al tiranno, si arriva insomma al punto che il numero di persone a cui la tirannia sembra vantaggiosa risulta quasi uguale a quello di chi preferirebbe la libertà.
Discorso della servitù volontaria - E. De La Boètie (1530-1563) - UEF - pagg. 59-60

2 commenti:

  1. L'Anarchia è l'unica libertà.

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    1. De La Boètie va oltre l'Anarchia: sostiene (ed è difficile, tanto più oggi, contestarlo), che non si possa parlare di "libertà" finché si rimane schiavi dei propri desideri e delle proprie abitudini.
      Sono infatti queste, e non le armi, a consentire con maggior agio al potere quella "servitù volontaria" che temo ci affligga più di quanto siamo disposti ad ammettere.
      Ed è a causa della dolcezza riposante delle nostre consolidate abitudini che siamo forse così restii alla disobbedieza civile, alla resistenza passiva, a quella non collaborazione che "toglierebbe da sola ogni forza al potere senza bisogno di armi", nonostante siamo ben consapevoli di quanto oggi sarebbe giusta e necessaria.
      Non ci va di rischiare quel piccolo privilegio residuo che ancora ci resta, disposti a cedere sempre più ampie fette di libertà pur di continuare per quel poco la nostra piccola vita ormai totalmente sedata, in un modo o nell'altro.
      Ci hanno vinto con la seduzione degli 80€ più che con la frusta.
      O con l'iPhone, con l'ultima app, la tv imbesuente o con il web social.
      Così siamo divisi non dal potere, ma dall'accesso o meno al minimo vitale: se ce l'hai tiri avanti e socializzi le tue pene via web; se non ce l'hai più ti butti di sotto o t'impicchi in garage.
      Non c'è sconfitta peggiore dell'essere sconfitto dalla superficialità della nostra esistenza falsamente collettiva e totalmente serva.
      Volontaria, quindi apparentemente innocente.

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