Ora che tutto era finito,
avvertiva una pesante stanchezza e nello stesso tempo un grande senso di
sollievo per aver scritto e inviato, con decisione e in modo irrevocabile,
tutto quello che doveva a chi di dovere, e per non doversi più torturare con
vecchi problemi.
Seduto accanto al tavolo,
appoggiò il capo stanco sulle braccia conserte.
Era tuttavia difficile non
pensare, non ricordare, far finta di nulla.
Aveva trascorso venticinque anni alla ricerca di una “via di mezzo” che avrebbe dovuto garantire a ogni essere umano quella tranquillità e quella dignità senza le quali è difficile vivere.
Per venticinque anni era andato avanti, aveva cercato e trovato, perso
e ritrovato il suo cammino, da un “entusiasmo” all’altro, ed ecco che adesso,
esaurito, confuso e sfiduciato, era tornato al punto di partenza, da dove aveva
cominciato a diciotto anni.
Evidentemente tutte le strade
che aveva battuto non avevano condotto a nulla ma avevano continuato a farlo
girare in tondo, come i labirinti traditori delle fiabe orientali, e adesso era
lì, tra quelle carte strappate e quelle inutili minute in disordine, per
ricominciare un nuovo giro, simile in tutto al precedente.
Evidentemente la “via di mezzo”, quella strada che porta dritta alla stabilità, alla tranquillità e alla dignità, non esisteva; tutti continuavano a girare in tondo, seguendo sempre lo stesso illusorio sentiero, e solo le persone che, di generazione in generazione, eternamente illuse, continuavano a camminare su quel sentiero, cambiavano.
Evidentemente - concludeva la mente confusa e stanca di
quell’uomo stanco – non esiste una strada giusta, e anche quella sulla quale lo
aveva portato vacillando il suo protettore zoppo, il potente principe di
Benevento, non era che una parte di quel circolo senza fine e senza via
d’uscita.
Si andava avanti, nient’altro.
Il senso e il valore della
vita esistono solo per chi è in grado di trovarli dentro di sé.
Non c’erano strade e non
c’erano obiettivi.
Si andava avanti,
nient’altro.
Era solo un affannarsi senza
scopo che logorava.
Anche lui aveva corso senza
sosta e senza scopo.
Il capo gli ricadeva, gli
occhi si chiudevano da soli, mentre gli appariva davanti una nebbia rossastra
sempre più fitta nella quale una moltitudine di cavalli avanzava a piccoli
passi, sprofondando sempre più in quella nebbia insieme ai cavalieri, sino a
sparire.
Ma altri cavalli e altri
cavalieri continuavano sempre a emergere dalla stessa nebbia sconfinata che
subito li sommergeva e dentro la quale si sentiva precipitare anche lui, vinto
dalla fatica e dal sonno.
Travnik, la città bosniaca del titolo e città dove l'autore, Ivo Andrić, è nato, è nel libro il crogiuolo e il crocevia di quelle tensioni fra Oriente e Occidente, fra Europa e Asia, fra cristianesimo e Islam (ma dove vivono anche ortodossi ed ebrei, culti che in quei paesi convivevano da sempre, anche se non sempre pacificamente, fino all'arrivo dei conquistadores democratici), fra tradizione e modernità che ancora oggi come allora, fra fine '700 e inizio '800 del secolo scorso, partendo da un paesino microscopico incuneato fra le inospitali montagne, del mondo finisce spesso per determinare le sorti.
La cronaca è cronaca di tutto ciò che a Travnik si muove nei pochi anni in cui vi vive il console francese, lì inviato da Napoleone; cronaca dei fatti che vi succedono (in parte reali, in parte romanzati), e dell'umanità che vi vive o vi transita, per qualche giorno, qualche mese o qualche anno.
E' il racconto di un monento della nostra storia (nostra, anche se fatichiamo a sentirla tale), visto con gli occhi e i sentimenti del primo e unico console francese costretto lì a una vita difficilissima, in un clima ambientale e umano fra i più ostici, negli anni in cui pareva che, dopo la Rivoluzione, il grande condottiero avrebbe cambiato per sempre la geografia e la cultura di un'Europa allora ben lontana dall'Unione Europea di oggi ma ugualmente idiota nelle sue brame umane di conquista (dei mercati, sempre).
Ma tutto passa, come si sa.
Si "va avanti", come si trova a riflettere il console dopo che, caduto Napoleone, si accinge a tornare in patria lasciando il paese che l'aveva accolto a sputi.
Arrivato il momento di tornare alla "civiltà" si accorge che, forse, come dice poche pagine prima un altro incredibile personaggio del libro, finito lì in quel buco perso fra le montagne dopo aver conosciuto la gloria al servizio di Istanbul, chi vive per anni in un paese straniero adotta, per sopravvivere o per vanità, modi e pensieri che faranno poi di lui uno straniero ovunque vada.
Straniero in patria, perché non potrà mai liberarsi completamente della diversa cultura ormai acquisita come una seconda natura; e straniero nel paese straniero che lascia, perché questo potrebbe ora (forse) rispettarlo, ma mai considerarlo come uno di loro.
La "via di mezzo" è alla fine anche questo, forse: essere stranieri ovunque proprio quando ovunque ci si vorrebbe sentire a casa propria.
Ma è ben chi resta, chi non conosce che la propria terra e la propria cultura e dello straniero non sa che la sua diversità, a farne un esule ovunque vada.
Forse davvero solo chi è in grado di trovare dentro di sé il proprio "centro del mondo", può riuscire a sopravvivere sapendosi straniero per i suoi simili.
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