venerdì 17 luglio 2015

Dal debito, alla schiavitù

Una delle ricadute negative della schiavitù tradizionale era il costo del mantenimento degli schiavi troppo giovani o troppo vecchi. La schiavitù era redditizia, ma la redditività era intaccata dal costo di mantenimento di neonati, di bambini piccoli e vecchi non più in grado di produrre.
La nuova schiavitù elimina questo costo aggiuntivo, incrementando così i profitti.

La nuova schiavitù imita l’economia mondiale: si sottrae al rapporto di proprietà e all’impegno gestionale fisso, concentrandosi piuttosto sul controllo e sull’uso delle risorse e dei processi.

Le compagnie transnazionali fanno oggi ciò che gli imperi europei facevano nell’Ottocento - sfruttare le risorse naturali e servirsi di manodopera a basso costo -, ma senza bisogno di appropriarsi dell’intero paese e di governarlo (basta che si rassegni a collaborare volontariamente e alle condizioni imposte).
Allo stesso modo, la nuova schiavitù si appropria del valore economico degli individui esercitando su di loro un controllo assoluto e coercitivo, pur senza assumersene la proprietà o accettare la responsabilità della loro sopravvivenza.
Il risultato è un’efficienza economica infinitamente superiore…
Nella nuova schiavitù, lo schiavo è un articolo di consumo: in caso di necessità può aggiungersi al processo di produzione ma non è più un bene ad alta intensità di capitale (il famoso "capitale umano" è tale solo se è un costo variabile, adattabile, intercambiabile. Diversamente, è solo un ramo secco che va tagliato).
Il passaggio dalla proprietà al controllo e all’appropriazione si applica virtualmente a ogni forma di moderna schiavitù, al di là dei confini nazionali o culturali, che lo schiavo sia un tagliatore di canna dei Caraibi, fabbrichi mattoni nel Punjab, lavori in una miniera del Brasile o si prostituisca in Thailandia.
Riflettendo la pratica economica moderna, da questo punto di vista la schiavitù sta passando da forme culturalmente specifiche a una forma emergente standardizzata o globalizzata.
la schiavitù si cela oggi dietro a contratti (di qui la necessità di cambiare le regole del nuovo mercato del lavoro) e fiorisce nelle comunità sottoposte a bruschi e traumatici mutamenti. Queste condizioni sociali devono coesistere con un’economia che incoraggia la schiavitù.
Talora anche in alcune comunità europee o americane l’ordine entra in crisi, ma non per questo la schiavitù vi prende piede.***…Quando la maggior parte della popolazione ha un tenore di vita ragionevole e un minimo di sicurezza economica (in proprio o garantita dallo stato) la schiavitù non può affermarsi.
La schiavitù cresce e si sviluppa quando attecchisce su un terreno di povertà estrema.
(Istat, Italia ieri: 4,1 milioni di persone in povertà assoluta. Da un mio calcolo fatto con il tool presente sul sito Istat, risulta che una persona che vive al nord e in una città con meno di 250 mila abitanti, è considerata tale se spende meno di 880,36€ al mese. La cifra fa ridere e piangere insieme, perché ci dice che la povertà in Italia è in realtà molto più drammatica e che l'Istat vive nel mondo dei sogni - Ci dice qualcosa il fatto che fra le richieste alla Grecia dell'Eurogruppo, vi sia anche il passaggio sul sottrarre l'istituto di statistica al controllo del governo greco? - ndb).

Non è dunque difficile individuarne i presupposti economici e sociali. Da un lato - va da sé - devono esserci persone, magari non native del luogo, che possono essere ridotte in schiavitù e, dall’altro, deve esistere domanda di lavoro schiavo.


(se per l'Istat la povertà assoluta è chi vive al nord con meno di 800€ al mese, che dire dei contratti oggi ritenuti "normali" per i lavori più disparati che offrono la stessa cifra mensile? E che dire del fatto che esistono più di 2 milioni di pensionati con pensioni al di sotto dei 500€ al mese? ndb)
L’essere poveri, senza tetto, profughi o abbandonati può portare a uno stato di disperazione che apre la porta alla schiavitù.
A quel punto non sarà difficile lusingare i futuri schiavi e farli cadere in trappola. E, una volta presi al laccio, essi non devono avere il potere necessario a difendersi dalla violenza subita.
(Il meccanismo perfetto per produrre schiavi, è quello del debito senza uscita , come approfondisce l'autore nel saggio con drammatici esempi documentati. Che sia personale o dello stato, il meccanismo per cui dal debito si arriva allo schiavo, è ovunque uguale. Il processo di formazione dello schiavo ideale comprende però oggi, nell'Occidente culla dei valori cristiani, anche la “obbligatoria gratitudine” moralisteggiante dello schiavo e la messa alla prova della fiducia, che il povero deve meritare. Va da sé, impegnandosi nello scambio ricattatorio e impari del piatto di minestra in cambio del lavoretto a gratis perché, non sia mai che il povero mangi a sbafo [il ricco sì, pur se inoperoso, può mangiare a sbafo perché la classe sociale cui appartiene ne ha il diritto per nascita]. La fiducia da dimostrare di meritare è una torsione di senso che sta alla base del ricatto cui sottopone il debito: della trattativa Eurogruppo/Grecia, mi ha disturbato non poco l'insistere di Merkel, prima di cedere "gli altri paesi" a nuovi prestiti, sul fatto che (il referendum, cioè quello che dovrebbe essere lo strumento democratico per eccellenza) la Grecia ha minato la loro fiducia, per cui ora dovrà dimostrare (approvando le riforme richieste in parlamento prima di avere un solo centesimo) di tornare a meritarsela. Il debito è da sempre “il laccio” perfetto per la creazione di nuovi schiavi, ed è usato da tutti gli schiavisti, in ogni parte del mondo, per ogni forma di schiavitù, in ogni momento della storia. L'odierno schiavista "democratico" pretende però oggi, e questo è completamente nuovo, non solo di disporre di merce umana all'infimo costo delle mera sopravvivenza, e spesso senza garantire nemmeno più quella, ma di ottenere che lo schiavo aderisca con emotiva serena condiscendenza alla propria condizione, riservandosi pure, qui e là, il diritto di impartirgli lezioncine sull'onestà e sul rispetto dovuto ai benefattori che, grazie alla sua pelle a costo zero, fanno buoni affari - ndb)
La mia insistenza nel definire le condizioni e le questioni relative alla nuova schiavitù potrà sembrare eccessiva. Ma la nuova schiavitù è come una malattia, per la quale non esiste ancora un vaccino: finché non la capiamo davvero, finché non ne scopriamo sino in fondo il modo di funzionare, non abbiamo grandi possibilità di fermarla.
Ed è una malattia che si sta diffondendo. Con il suo dilagare, cresce ogni giorno il numero degli individui ridotti in catene. Ci troviamo di fronte a un’epidemia che, attraverso l’economia globale, tocca le nostre stesse vite.
*** Questo saggio sullo schiavismo moderno (che consiglio vivamente) è del 1999 e immagino che, pur intuendo l'autore che la globalizzazione era uno strumento che rischiava di creare nuovo schiavismo anche in Occidente, non poteva allora sapere come sarebbe finita nel 2015 in UE (o in molti paesi del medio oriente, allora non ancora vittime di vecchi predatori occidentali delle risorse altrui)

Da I nuovi schiavi - La merce umana nell’economia globale - Kevin Bales - Universale Economica Feltrinelli - Ed. ottobre 2008  
Kevin Bales è militante di Anti-Slavery International e uno fra i massimi esperti mondiali della schiavitù contemporanea.

(miei i commenti fra parentesi e in corsivo)

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