martedì 5 aprile 2016

La pelle

Non so quale sia più difficile, se il mestiere del vinto o quello del vincitore. Ma una cosa so certamente, che il valore umano dei vinti è superiore a quello dei vincitori. Tutto il mio cristianesimo è in questa certezza, che ho tentato di comunicare agli altri nel mio libro La pelle, e che molti, senza dubbio per eccesso di orgoglio, di stupida vanagloria, non hanno capito, o han preferito rifiutare, per la tranquillità della loro coscienza.
In questi ultimi anni, ho viaggiato, spesso, e a lungo, nei paesi dei vincitori e in quelli dei vinti, ma dove mi trovo meglio, è tra i vinti. Non perché mi piaccia assistere allo spettacolo della miseria altrui, e dell'umiliazione, ma perché l'uomo è tollerabile, accettabile, soltanto nella miseria e nell'umiliazione. L'uomo nella fortuna, l'uomo seduto sul trono del suo orgoglio, della sua potenza, della sua felicità, l'uomo vestito dei suoi orpelli e della sua insolenza di vincitore, l'uomo seduto sul Campidoglio, per usare un'immagine classica, è uno spettacolo ripugnante.
Dai Documenti autobiografici
La pelle, di Curzio Malaparte - Pag. 311 - Ed. La Biblioteca di Repubblica

Non so se condivido "ripugnante".
Di sicuro l'uomo "seduto sul trono del suo orgoglio, della sua potenza, della sua felicità", ha come una ridondanza di sé che non sa modulare né trattenere, così che quel di più gli trabocca finendo per difettargli proprio là dove si compiace fingendo di schernirsi.
Dal tempo di cui scrive Malaparte a oggi, le cose sono se mai andate ancora più marcendo.
Perché lì, almeno, ancora l'uomo di potere, l'uomo nella fortuna seduto sul trono del suo orgoglio, nel misurarsi con il vinto si premurava di mitigare la propria volgarità con una patina di buona educazione, che la diversa condizione gli imponeva insieme all'abito.
Oggi la volgarità senza filtri è invece il tratto più esibito del vincitore. 
L'industria della comunicazione poi, uno dei gentili doni arrivati a noi con la "liberazione", ha stanato la merda fino a convincere chiunque che sia l'esibirsi senza veli, la misura del proprio orgoglio, della propria felicità.
Perfino la miseria dei vinti è ormai priva di qualunque nobiltà, tradita com'é dall'illusione di contare qualcosa grazie a un selfie o valutando come fosse moneta sonante quei like su Facebook che gonfiano le straripanti tasche del pataccaro zuckercoso d'oltre oceano. 

Prima della liberazione, avevamo lottato e sofferto per non morire.
C'é una profonda differenza tra la lotta per non morire, e la lotta per vivere. Gli uomini che lottano per non morire serbano la loro dignità, la difendono gelosamente, tutti, uomini, donne, bambini, con ostinazione feroce. Gli uomini non piegavano la fronte. Fuggivano sulle montagne, nei boschi, vivevano nelle caverne, lottavano come lupi contro gli invasori. Lottavano per non morire. Era una lotta nobile, dignitosa, leale. Le donne non buttavano il loro corpo sul mercato nero per comprarsi il rossetto per le labbra, le calze di seta, le sigarette, o il pane. Soffrivano la fame, ma non si vendevano. Non vendevano i loro uomini al nemico. Preferivano vedere i propri figli morir di fame, piuttosto che vendersi, piuttosto che vendere i propri uomini. Soltanto le prostitute si vendevano al nemico. I popoli d'Europa, prima della liberazione, soffrivano con meravigliosa dignità. [...] Ma dopo la liberazione gli uomini avevano dovuto lottare per vivere. E' una cosa umiliante, orribile, è una necessità vergognosa, lottare per vivere. Soltanto per vivere. Soltanto per salvare la propria pelle. Non è più lotta contro la schiavitù, la lotta per la libertà, per la dignità umana, per l'onore. E' la lotta contro la fame. [...] Quando gli uomini lottano per vivere, tutto, anche un barattolo vuoto, una cicca, una scorza d'arancia, una crosta di pane secco raccattata nelle immondizie, un osso spolpato, tutto ha per loro un valore enorme, decisivo. Gli uomini son capaci di qualunque vigliaccheria, per vivere: di tutte le infamie, di tutti i delitti, per vivere. [...] Quel popolo che nelle strade faceva commercio di se stesso, del proprio onore, del proprio corpo, e della carne dei propri figli; poteva mai essere lo stesso popolo che pochi giorni innanzi, in quelle stesse strade, aveva dato così grandi e così orribili prove di coraggio e di furore contro i tedeschi?

3 commenti:

  1. Gli uomini son capaci di qualunque vigliaccheria, per vivere: di tutte le infamie, di tutti i delitti, per vivere
    ...sono solo processi evolutivi...

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Sì, d'accordo.
      Rimane che il presupposto di quel "sono solo...", è una rara capacità di saper osservare le cose umane da lontano, e con un certo di distacco.
      Ma si tratta di momenti sacri, che purtoppo passano.
      Poi si scende sempre a terra, e ci si accorge che il dolore è tutto lì, in quella diversa "evoluzione" che produce intatti uguali massacri, fisici ed evolutivi.
      E il comprendere non è di alcun aiuto, anzi...

      Elimina
  2. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

    RispondiElimina