giovedì 28 luglio 2016

Ore Giapponesi

Dalla prefazione al libro (meraviglioso) Ore giapponesi di Fosco Maraini - pag. 24-25 - Ed. Corbaccio 

Un pudico mistero vela la questione se il tal monte, il tal albero, la tal cascata, il tal fiume, il tal vulcano siano essi stessi dèi, o sedi di dèi, o epifanie di dèi, o anche semplici evocatori del divino. 
Le esigenze un poco spietate delle nostre filosofie non si rassegnano facilmente a tanta vaghezza, scavano, vogliono sapere, premono per ottenere risposte circostanziate, precise e, per soddisfarle, potremo forse definire l’atteggiamento giapponese in questo campo come qualcosa che stia tra un panteismo vero e proprio ed un politeismo polverizzato, nebulizzato in miriadi di segrete presenze.
Ma lo Shinto non ama mettere a fuoco, preferisce vagamente, e forse saggiamente, suggerire, porgere inviti a intuizioni, lasciando ampio spazio alle preferenze individuali, al momento, alle circostanze. Del resto, questo non risponde forse ad un atteggiamento di fondo dei giapponesi? 

L’Occidente, dinanzi al mistero dell’esistenza, anela definire con allucinante precisione le grandi architravi del tutto, basta leggere uno dei tanti credo per sincerarsene, ma lascia poi all’intuizione ed al senso comune la guida delle operazioni giornaliere di lavoro e delle relazioni sociali. 
In Giappone prevale un atteggiamento opposto: le massime cose restino indefinite, velate dalla maestà dell’ignoto, mentre a livello delle minime tutto sia regolato da convenienze pragmatiche ben precise, formalizzate, se lo richiede il caso, da riti o da ombre di riti che furono.
Un successivo punto, che poi rinforza il primo, è dato dalla concezione - questa chiaramente espressa nelle mitologie riportate dal Kojiki e dal Nihon-shoki - secondo la quale il mondo, con tutta la sua ricchezza di terre e di mari, di fenomeni atmosferici e celesti, di esseri viventi, piante, animali ed uomo compreso, viene non creato dagli dèi, bensì generato

In tale ottica gli esseri umani ed il resto della natura, querci e pini, uccelli dell’aria e pesci del mare, fiori e stelle, possono dirsi fratelli carnali, entità consanguinee tra di loro partecipi tutte di un’orchestra cosmica, le cui musiche sono tanto le stagioni e gli eventi della volta celeste, quanto le cronache e le vicissitudini del villaggio, del regno, della storia. 
La creazione è un atto di volontà e della mente, stupenda acrobazia dello spirito, comporta fin dal suo lampo iniziale un distacco tra creatore e creatura; la generazione coinvolge emozioni, passioni, fisiologia dei corpi, trasmette linfe e calori, tenerezze e somiglianze. 
La creazione intuisce all’istante un dualismo cosmico irriducibile; da un lato sta colui che volle, dall’altro coloro che sono effetto della sua operazione, del suo piano occulto. 
La generazione coinvolge radici e fronde in un organismo la cui essenza fondamentale è unitaria.
Scegliere l’una o l’altra tecnica cosmogonica, fosse pur solo nel regno dei miti, ha profonde, smisurate conseguenze lungo tutto l’asse storico d’una civiltà.
Nel mondo occidentale prevalgono concezioni chiare, distinte, compartimentali, strutturalmente rigide; quello giapponese è dominato da concezioni moniste, panteiste, strutturalmente fluide.


In Occidente Dio crea mondo, natura, cose, piante, animali ed uomo: i tre poli dell’essere, creatore, natura, uomo, restano in eterno loro stessi. Dio non diventa mai pietra né cipresso, l’essere umano non sarà mai Dio né fanciullo. Ciascun binario dell’essere ha i suoi ministeri e ruolini universali e perenni. Sussiste un’impermeabilità ontologica assoluta. Viene fatta una sola eccezione, momento culminante di un dramma augusto e supremo, quella per cui il Figlio diventa uomo e s’immerge nella natura, nel divenire, conoscendo la morte. Ma è l’eccezione irripetibile che conferma tutte le regole.


Nelle concezioni tradizionali giapponesi, dèi, natura ed esseri umani sono ipostasi momentanee di un’immensa circolazione cosmica, se non sempre in atto, sempre idealmente potenziale. Uomini storicamente vissuti, che si ritengono comunemente trasformati in dèi, ve ne sono innumerevoli (…) dai vari imperatori antichi e recenti, ai morti delle tante guerre onorati nel sacrario di Yasukuni a Tokio. Esempi di divinità che si manifestano come alberi, cascate, piante o animali (…) che acquistano forme umane, e quindi si avviano allo stato potenziale di dèi. 

Ma qui, almeno nella religione popolare, in cui Shinto e Buddismo si fondono in un intimo abbraccio, soccorre la dottrina del somoku-jôbutsu, secondo la quale anche le erbe e gli alberi possono diventare Buddha.
La grande circolazione insomma si chiude, l’anello cosmico si salda. 

Dal sasso all’assoluto, lungo una catena smisurata di entità più vive o meno vive, il catasto dell’universo manifesta la propria unità.

3 commenti:

  1. "La creazione intuisce all’istante un dualismo cosmico irriducibile; da un lato sta colui che volle, dall’altro coloro che sono effetto della sua operazione, del suo piano occulto."

    "Dio non diventa mai pietra né cipresso, l’essere umano non sarà mai Dio né fanciullo."

    "Viene fatta una sola eccezione, momento culminante di un dramma augusto e supremo, quella per cui il Figlio diventa uomo e s’immerge nella natura, nel divenire, conoscendo la morte."

    Il dramma vero è la non interscambiabilità, l'una con l'altra, tra vita e morte; l'interruzione drammatica della fluidità comunicativa tra un organismo in sé armonico e capace (anche, benché non solo) di armonia col "tutto" circostante e quello stesso organismo che, pur restando formalmente, esteticamente individuabile come piccolo cosmo a sé, è però cadavere, senza vita; più che parte articolata di un tutto, appare allora radicalmente e irreversibilmente separato, anche dal se stesso di un istante prima della morte.

    E' propria del cristianesimo, invece, e dell'Incarnazione che non è affatto un evento eccezionale, ma anzi, infinite volte ripetuto sull'altare e nel 'pasto' eucaristico di ogni fedele, la convinzione che Dio sia proteso a divenire "tutto in tutti", come scrive San Paolo, in una comunione dei Santi che dall'acqua e dai sali minerali (pietra) assorbiti dalla spiga e quindi dal chicco di grano, si estende poi alla farina, poi, durante l'impasto, nell'abbraccio di nuova acqua 'sorgiva', all'ostia, per poi tuffarsi, con la consacrazione, in Dio, e poi nell'uomo, donna, bambino per poi, nella Co2 del loro respiro, divenire alimento vitale del cipresso che stormisce sui loro sospiri, o fa risplendere di verde il loro pallore di corpi sepolti e scarnificati, da tempo senza più respiro. E Dio è quel verde, e quei respiri e quegli scheletri, e quei batteri e quei vermi che li scarnificano, e così i Suoi Santi in Cielo, per sempre immersi in Dio pur con le loro inalienabili, e infinitamente amate e custodite individualità, con Lui sono foglia, ossa, pietra, batterio, verme, respiro, e con Lui condividono, in "presa diretta", il mistero della creazione, non meno che quello della morte. E senza vaghezza, no: in pienezza di coscienza, con profondità di sguardo e comprensione, nel senso etimologico del termine.

    E' solo così che Dio supera, e suturerà una volta per tutte, quando la morte sarà definitivamente annientata, il vero, tragico "dualismo irriducibile", quello tra la morte -- "Dio non ha creato la morte", scrive l'autore del testo biblico noto come 'Sapienza' -- e la vita, cioé Se Stesso.

    Ciao cara Ross, buon tutto.
    marilù

    RispondiElimina
    Risposte
    1. E' così bello ciò che scrivi che leggerlo mi ha profondamente emozionato. Grazie.

      Aggiungo solo che do per scontato che entrambe sappiamo, così come lo sapeva Maraini, che ne scrive in altre bellissime pagine dello stesso libro, quanto la bellezza originaria dei riti e dei simboli sia dai più ignorata, e quanto la ripetizione meccanica e frettolosa dei gesti e delle parole svuoti di senso tutte le pratiche religiose o spirituali. Succede per il cristianesimo come per il buddhismo e immagino per ogni altra forma di pratica religiosa, e forse è proprio questa perdita di conoscenza che alimenta intolleranze e/o rifiuti in toto della religiosità.
      Ed è questa forse la perdita più drammatica per l'umanità: avere a portata di mano conoscenza e forse salvezza, e limitarsi a sgranare velocemente rosari o mālā buddhisti senza partecipare profondamente il mistero che si ha fra le mani.

      Elimina
  2. Grazie a te, Ross, per l'emozione con cui leggi e scrivi, in comunione e comunicazione continua, riuscendo a scuotere anche me dalla sonnolenza dei miei troppi riti distratti.

    Ciao, abbraccio e serena notte.
    marilù.

    RispondiElimina