lunedì 8 aprile 2019

Viaggio ai Tropici, senza fare un passo

"...succedeva in un batter d'occhio, che è il solo modo di succedere delle cose importanti. Dalla sera alla mattina tutti i valori preconcetti di Grover furono buttati a mare. All'improvviso, così, egli cessò di muoversi come si muovono gli altri. Serrò i freni, tenendo acceso il motore. Se una volta, come gli altri, aveva creduto che occorre andare da qualche parte, adesso sapeva che qualche parte è dovunque e perciò anche qui, e allora perché muoversi? Perché non parcheggiare la macchina e tenere acceso il motore? Intanto la terra gira e Grover sapeva che gira e sapeva anche di girare con lei. La terra va da qualche parte? Senza dubbio Grover si deve essere fatto questa domanda e senza dubbio si deve essere convinto che la terra non va da qualche parte. Chi dunque ha detto che noi dobbiamo andare da qualche parte? Grover chiedeva a questo o a quello dove eran diretti e la cosa strana è che, pur essendo tutti diretti alla propria individuale destinazione nessuno si era mai fermato a riflettere che la sola inevitabile destinazione per tutti eguale è la tomba. Di ciò era perplesso Grover perché nessuno poteva convincerlo che la morte non è una certezza, mentre chiunque può convincere tutti gli altri che ogni altra destinazione è un'incertezza. Convinto della certezza assoluta della morte Grover all'improvviso si fece vivo in modo terribile e traboccante. Per la prima volta in vita sua cominciò a vivere..."
Da Tropico del Capricorno, di H. Miller

Perché mi sono presa la briga di riportare questo stralcio del libro?
Perché mi chiamo Grover, Ross Grover.
O meglio, perché sto rileggendo a distanza di anni questo libro e mi accorgo che, esattamente come la prima volta che lo lessi, mi trovo nella stessa fase di Grover: ferma, disinteressata a qualunque movimento verso qualunque destinazione, e torno a scoprirmi terribilmente viva proprio ferma qui, con il freno a mano tirato e il motore acceso.
Non desidero andare da nessuna parte, la terra continua a girare e io
"Non ho soldi, né risorse, né speranze." (da Tropico del Cancro, sempre H. Miller)
E mi sento la donna più felice del mondo. (semi cit.)

Fra le pagine di Tropico del Capricorno ho trovato un grappolo di fiori di gelsomino secchi.
Mi ricordano esattamente dov'ero l'ultima volta che leggevo questo libro: su una chaise longue, sotto a un gazebo estivo pervaso dal profumo dei gelsomini in fiore. Al di là dell'ombra, il sole cuoceva l'erba del prato, era un giugno caldissimo e la voce della Callas insisteva da giorni con la Casta Diva. 
Il tempo si era fermato, tutto si era come sospeso, tanto valeva starmene ferma a leggere, la terra continuava a girare



In Tropico del Cancro ho ritrovato invece uno scontrino di pedaggio della tangenziale di Napoli, leggo a fatica l'ora, forse 12.15, e il costo del pedaggio è sbiadito, forse c'é un 7, ma cosa prima o cosa dopo rimane sfocato dal tempo.
Però ricordo una salita al Vesuvio in auto: un amico di Napoli volle portarmici per farmi almeno intuire cos'era per lui fare escursioni fra le boscaglie lungo la strada che porta sù, vicino alla caldera. 
Ricordo che mi sentivo particolarmente attratta dal pensiero di precipitarmi giù, dentro al buco, mi continuavo a chiedere chissà cosa c'é lì dentro, lì in fondo, lì sotto, ed era uno di quei pensieri che danno le vertigini solo a pensarli...


6 commenti:

  1. Chissà se la terra nasconde misteri nel sottosuolo.. Temo che in un vulcano ci si scotti, ma forse dentro nel monte kailash...
    C'è un bel film che parla dell'autore del Tropico del cancro..un po' affettivamente promiscuo..
    HO la casa piena di ricordi quasi ci soffoco..pure una letterina di una morosina di quando avevo 8anni e un ticket autostradale che dimostra che feci Roma~Milano in 4ore..ora sarebbe impossibile
    Finché non abbiamo l'Alzheimer i ricordi hanno valenza.. Poi mah, conta l'inerzia.. Baci Slobbysta

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    1. Davvero, chissà cosa c'é sotto......
      Ogni tanto mi autoconvinco che sia giusta la teoria per la quale noi umani siamo cellule dell'organismo vivente che chiamiamo Terra, un po' come quelle epiteliali per ognuno che se ne va un altro arriva, all'infinito, così che sottonoi sapremo cosa c'é solo dopo, una volta spariti da sopra...
      Poi c'é l'altro mistero, quello sopra, che per quanto ormai invaso da satelliti e bricolage vari, mantiene un suo fascino notturno e chissà, se si arriverà mai a capirci qualcosa...
      Dici che con l'Alzheimer i ricordi non contano?
      Peccato, per quel che ne ho capito pensavo che a quel punto ci si potesse sbizzarrire pescando un po' qui e un po' là, in ordine sparso, senza star troppo a preoccuparsi di essere conseguente. O ci importerà ancora davvero che i nostri ricordi siano comprensibili a chi ci sta intorno?
      Quelli, si sa, fino al giorno prima non gli importa molto dei tuoi ricordi, e il giorno dopo improvvisamente vogliono giudicarli dalla sequenza logica.
      Bah, anche per me conta l'inerzia. Non l'apatia però, solo il lasciar andare, il non tediarsi a rincorrere il fare, che tanto il mondo si fa lo stesso...

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  2. nel mentre te ne stai frenata ...
    il problema primo da affrontare è SE tu DESIDERI una prospettiva, una via d'uscita, formulabile in termini di prognosi (auto)persuasiva e legittima (dal punto di vista umanitario e della giustizia sociale: il che ti fa onore).

    Ma qualunque "desiderio", anche quello apparentemente altruistico e volto alla "giustizia", non può che essere la proiezione della nostra mente. Non del nostro intelletto cognitivo, che può solo additarci il "distacco" dalle vicende storico-sociali : non abbiamo comunque il controllo, neppure previsionale, delle nostre esistenze individuali; figuriamoci delle evoluzioni politiche.
    Per quanto il nostro destino individuale appaia dipenderne.
    E questo vale anche per il più longevo e potente componente della timocrazia mondiale, bada bene. Longevo entro limiti che risultano ridicoli di fronte al tempo dell'universo predatorio in cui siamo immersi per nascita.

    Ma anche questa dipendenza del nostro destino da condizioni storico-economiche è illusione ; se può consolarti.

    E' vero che i tracciati che seguiamo sono precostituiti da dinamiche sociali che li potrebbero qualificare come meccanicistici: ma a parità di "assoggettamento" a certe condizioni storico-economiche, gli individui sono capaci di produrre ben diversi livelli di consapevolezza e conoscenza del sé.

    E la prima cosa che la consapevolezza ci suggerisce è che, di fronte al tempo Infinito, siamo tutti esseri umani che nascono, si riproducono (almeno si attendono di poterlo fare) e MUOIONO (anche se quasi tutti si attendono che ciò non avvenga, agendo come se si fosse immortali).
    Dal prendere atto di ciò, nasce il distacco che consente ogni vera conoscenza, la prima delle quali, inevitabilmente, è che la ricerca della felicità è un falso problema.
    Decisamente il più grande degli inganni "diabolici" :-)

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    1. ...la ricerca della felicità è un falso problema

      Concordo. Se c'é una cosa che non si trova cercandola, quella è la felicità.
      Non si sa mai dove cercarla, intanto.
      Non è mai dove pensi che sia, ha sempre una fisionomia vaga ed è poco interessata alle lusinghe seduttive.
      Poi, proprio nel momento in cui non la cerchi, ti trova lei.
      E quando ancora stai lì a compiacerti del tuo averla finalmente trovata, quella ha già alzato i tacchi ed è nuovamente sparita.
      Fermi, tranquilli, tanto il mondo gira e prima o poi le tocca ripassare di qua...e noi ci saremo...

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  3. Ancora una volta, applausi. Hai centrato perfettamente il problema ed espresso in modo esemplare il senso di disagio ed estraneità che tanti di noi hanno nel confronto della orrenda realtà quotidiana che ci circonda. Grazie.

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  4. "E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo,
    come lacrime nella pioggia." Stiamo solo tornando a casa. Grazie. Sergio.

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