giovedì 23 dicembre 2010

Carillon

Serata di spulcio santini e grazie ricevute. Fra le varie paccottiglie di cui non mi so liberare, un carillon. Scatola di legno laccato nero, disegni giapponesi a smalto oro e, aprendo la scatola, una piccola ballerina di plastica che danza sulle punte al suono di un carillonesco Love story. Me l'ha regalato un estimatore, uno dei suoi molti modi di farmi sapere che era innamorato. Conosciuto una sera d'estate, dopo avermi seguita come un maggiordomo orientale la cui gentilezza avevo ricambiato con battutacce sprezzanti, riuscì a farsi dare il mio telefono dall'amica con cui ero e mi chiamò nella notte, quando già mi ero addormentata. " Indovina chi sono?" - "Non ho fisico per gli indovinelli" - fu la mia sonnolenta risposta mentre staccavo il telefono. Pare che questo abbia sancito il mio successo definitivo. Scendevo per andare al lavoro al mattino e trovavo fiori infilati nel tergicristallo dell'auto con - "La porte que quelqu'un à ouverte, la porte que quelqu'un à refermèe. In between the doors you'll never know who is waiting for you". (J.P.) Just a kiss, V." - Tornavo da una domenica in montagna e sul campanello d'ingresso - fonte di sguardi seccati e sospettosi dei condonimi - trovavo appiccicato un - " Passing through. I know that is sunday and you don't want to be disturbed but a piece of paper doesn't make any noise. Give a ring sometimes, a little smack..V.". Rientravo da una logorante giornata fra traffico e clienti e sulla porta trovavo incollato un disco di carta, fotocopia di un CD, sul cui retro - " 16 dic...Che ne dici di uscire a cena con me domani sera? Gradita telefonata per un sì o per un no. P.S. E' gradita la presenza dell'affascinante Miss R., non della professionalissima dott.ssa R. - Aff.mo V.". Potrei continuare per ore ad elencare le mille invenzioni con cui ha sollecitato senza successo la mia vanità. Diventò però il complice ideale per organizzare sceneggiate passate alla storia. Una sera, ad esempio, ero stata invitata da uno conosciuto solo poche settimane prima a una cena da certi suoi amici. Poichè detesto sentirmi incastrata in situazioni a rischio noia, chiesi a V. la collaborazione per organizzare una possibile fuga. Mi presentai con parrucca stile Valentina di Crepax e occhiali da vista (finti) con montatura in tartaruga, giusto per rendermi irriconoscibile. Suonato il campanello, mi vantai giornalista canadese di passaggio a Venezia esibendo il biglietto da visita di una che avevo incrociato a Parigi l'anno prima, chiedendo all'amico che mi aveva invitata di non osare smentirmi. Armata di minirecorder con camera, ruppi le palle a tutti facendo loro interviste totalmente idiote. La cosa incredibile fu che, alla mia versione di essere lì per fare uno speciale sulla vita notturna dei veneziani, cedettero pur nel dubbio se credervi o meno. Quelle interviste  - che purtroppo ho buttato - risultarono poi l'apoteosi della commedia umana. Vi si sentivano insieme le mie domande (in francese o in inglese, a seconda della lingua compresa dall'intervistato di turno), le loro risposte (in francese o inglese), e i commenti fuori campo (in veneziano) con cui si manifestavano fra loro dubbi sull'autenticità della cosa pur accettando di sottoporvisi come se lo fosse. Ad un certo punto, diciamo verso il caffè, arrivò la telefonata concordata con V., mia spalla nella farsa. In teatrale agitazione informai che dovevo uscire a prendere il mio operatore al cancello (la cena era in una villa con parco). Con V., rientrammo dopo aver concordato il colpo di teatro finale. Armato di telecamera professionale a spalla, berretto nero stile francese, sciarpa d'ordinanza, aria molto distaccata da operatore tv cui non frega niente di ciò che riprende purchè la ripresa venga bene, si aggirò facendo una rapida panoramica della tavolata, inquadrature del camino e del soffitto, stacco su un piatto dove c'era il rimasuglio del dolce, vari primi piani degli ospiti che si esibivano incerti fra il ridere e il presentarsi comunque bene all'obiettivo. A uno sguardo d'intesa, V. spense la telecamera dicendo, in francese (fin lì si era aggirato senza aprire bocca e con l'aria visibilmente seccata):" Scusate, noi dobbiamo andare, lei è in arresto e la porto via io". Nel dirlo, tirò fuori dalla tasca delle manette che mi chiuse ai polsi con uno scatto melodrammatico nell'improvviso silenzio. Mi trascinò quindi fuori, in catene, fra gli sguardi sbigottiti dei presenti, totalmente spiazzati dalla scena. Circa un mese dopo, mi trovai faccia a faccia con una coppia di commensali di quella sera alla cassa del supermercato. I due si guardavano e mi guardavano, continuando a chiedersi se ero o non ero io. Al mio sorriso, ancora nel dubbio, mi salutarono in francese. Dopo aver superata la voglia di buttarmi per terra dalle risate, mi sembrò corretto chiarire loro che si era trattato di una burla. I due scoppiarono a ridere sollevati confessandomi che nei giorni seguenti la mia comparsa a quella cena, ero stata argomento di dubbi e discussioni fra chi sosteneva che non fossi vera (cioè una giornalista canadese) e chi invece era convinto che lo fossi. Lo scorso anno, una sera mi chiamò al telefono un amico mentre si trovava a una cena dove era presente qualcuno che raccontava questa storia. Mentre mi informava dello spasso dei presenti a quel racconto, un'altro, che nemmeno sapevo chi fosse, gli prese il telefono e per una mezz'ora le provò tutte insistendo che doveva assolutamente conoscermi. Insomma, quello show improvvisato è diventato uno di quegli aneddoti metropolitani che si raccontano per intrattenere gli amici attorno a un tavolo.  Ho riletto i bigliettini di V. ridendo, stasera. Fra i molti, uno che non è un bigliettino, è una diapositiva con la più originale delle dichiarazioni d'amore ricevute. Sulla pellicola trasparente si legge: "...ascolta, io penso di essere proprio cotto di te, ma non riesco a trovare le parole per dirtelo. Aff.mo V.". Rimetto tutta la storia dentro al carillon, non senza prima aver girato la chiavetta per caricare la musica e far danzare la ballerina. E' bello il carillon, anche la musichetta più banale riesce ad essere suggestiva e piacevole da ascoltare. Chiudo la scatola e sorrido pensando che non ho più nemmeno il cellulare di V. ed è un peccato: stasera lo chiamerei.

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