sabato 4 dicembre 2010

Le Anatre

La morte di J.D.Salinger.
Ha scritto ed è sparito. Così riparte in queste ore l’immancabile trita citazione sulle anatre. Uno si arriva a chiedere se dovrà per altri cento anni sentire qualcuno chiedersi, come se fosse il primo a farlo, dove vadano quando il laghetto del parco è ghiacciato. Talmente citate ‘ste anatre, da desiderare che si congelino il culo una buona volta e restino incollate al laghetto, uno dei prossimi inverni. Mi fanno sempre pensare a esibizioni letterarie a basso sforzo e dall’effetto suggestivo garantito. Ora c’è anche quella sul silenzio di Salinger post anatre. Sta diventando un’altra litania, abbinata di default a quella sul mistero delle anatre, ripetuta alla nausea quanto quella e svuotata di suggestione quasi altrettanto. Silenzio. Mi ci avvito ciclicamente da circa quattro anni. Vado a periodi ma prima o poi sempre lì casco: il bisogno fisico, biologico, mentale del silenzio. Che però riempio di parole. Quindi lo manco sempre. Ieri ho insultato un amico. L’ho colpito a sangue freddo come solo un amico può colpirti, conoscendo i tuoi punti deboli. "Onanista parassitario recidivante". Che non ho intenzione di spiegare ma non ha nulla a che fare con il sesso e molto con le pulsioni erotiche, cioè creative. Onanista è anche chi parla per il piacere solitario di ascoltarsi. Chi ha un blog lo sa bene, cosa sia: il suo piacere sta tutto in quel produrre qualcosa con cui baloccarsi da solo. A patto che qualcuno stia a guardare. Non sa stare in silenzio nemmeno quando è solo, il blogger. Cioè me. Deve dire perché, nel dire, esprime una sua stravagante pulsione erotica: quella di provare a fare delle parole armi di seduzione che però gli si esauriscono nel momento stesso in cui le vede comparire sullo schermo. Il minuto dopo sono già da buttare. Il blog non è che il cestino delle parole esauste. Il blogger, la versione fallita sia del silenzio che delle parole. Sempre a quello si arriva comunque: ai piaceri solitari esibiti. Quindi, ai silenzi privi di bellezza. Salinger è caduto come un tassello in un mio discorso già iniziato ed è quindi casuale, fortuito. O forse no. C’è questo incastro che pare seguire una logica: Salinger è una lettura che devo all’amico cui ho dato dell’onanista parassitario mentre ragionavo su me stessa come tale e sul mio dilemma fra il bisogno di silenzio e l'intrusione delle parole. E’ capitato a lavori in corso, in piena battaglia. Un’irritazione in più con l’amico ed è scattata la ferocia. Tutto sembra avere una logica che si sussegue. Ho digitato ora su Google “Il fascino del silenzio”. Tanto per vedere cosa compariva. Ho trovato molte cose belle. Si scrivono e si sono scritte mille parole, sul silenzio. Nessuna raggiungendo l’obiettivo, alla fine. Mancandolo tutte. Come me. Intanto l’amico mi scrive incazzato, segno che ho colpito organi vitali. E’ una mia specialità, colpire esattamente dove so che fa più male. Sono radicale, senza mezze misure quando decido di ferire. Ci penso a lungo prima; chiudo mille porte e riapro mille finestre, finché sono lì a tentare di capire certe mie irritazioni. Poi, quando decido che la misura è colma, scaglio la freccia avvelenata. Per assicurarmi che sia morte vera. Per essere certa che tutto si congeli e che non ci saranno anatre da citare postume. Le storie, i libri, le amicizie, rimangono pensieri perfetti se coltivati al caldo di un silenzio interiore che si ha caro. Appena ne parli, ti crolla via tutta la bellezza. Come il sesso: eccitante finché lo pensi o lo fai. Appena lo racconti diventa sesso parassitario, autocompiacimento onanista postumo. Vivo grazie a qualcosa che si evoca perché, assente, riporti di nuovo il piacere ma di seconda mano (la mano è sempre azione, nella parola e nel pensiero). Le parole, alla fine, non fanno che rincorrere ansimando quel silenzio che viviamo bene solo post coitum. E anche lì non sempre: a volte compare l’ansia a interromperlo con domande che somigliano a quella sulla destinazione invernale delle anatre. Ed è la fine.

30 gennaio 2010

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