sabato 4 dicembre 2010

Bobby Sands e gli altri

Ho iniziato a leggere, primo fra quelli acquistati ieri, Un giorno della mia vita, il libro scritto da Bobby Sands, morto in carcere nel blocco H del campo di concentramento di Long Kesh, Irlanda, il 5 maggio 1981, in seguito ad uno sciopero della fame iniziato con altri detenuti "terroristi" dell'Ira, durato sessantasei giorni. Poche parole e già ce ne sono un paio che suonano fuori posto. Cosa ci fa un "campo di concentramento" in Irlanda?Per ora fingo di non vedere. E mi chiedo: viene chiamato "terrorista" un uomo che ha il coraggio di lottare, fino alle estreme conseguenze, per chiedere che vengano restituiti alla sua terra e al suo popolo i diritti calpestati? Conosco già una parte di storia che riguarda la sua morte, è un fatto su cui ho già avuto modo di riflettere: come altri personaggi "minori" della nostra storia recente, il suo gesto è fra quelli che suscitano in me un'ammirazione e un rispetto profondi. Così come la storia di Jan Palach, che si da fuoco sulla piazza Venceslao a Praga durante l'invasione russa. Il 20 agosto del 1990 ero a Praga, e in quei giorni c'erano due eventi storici a saturare la città di emozioni contrastanti: la sera (credo del 18, dovrei ripescare da qualche parte il manifesto dell'evento acquistato nell’occasione) c'era il primo e unico concerto dei Rolling Stones in quel paese, concerto imperdibile. Migliaia di ragazzi, molti provenienti dalle vicine Polonia e Romania, bivaccavano un pò ovunque in attesa di poter, per la loro prima volta, partecipare ad un concerto rock di quelli che fanno storia, e il cui manifesto di presentazione riportava più o meno queste parole "The Wall is broken out, the stones is rolling in", con l'immagine di un muro crollato - che ricordava il muro di Berlino abbattuto soltanto l'anno precedente -; e due mani che rompono le manette ai polsi. Come spesso faccio quando mi capita di visitare un paese che non conosco, acquistai in quei giorni dei quotidiani locali, pur non conoscendo una sola parola di cecoslovacco. Ma ognuno di quei quotidiani riportava foto, alcune a tutta pagina, dell'invasione dei tank sovietici quel 20 agosto del 1968 in cui, alle prime ore del mattino, i rumori dei cingolati sull'asfalto delle strade cittadine svegliò Praga da un sogno: quello di poter camminare con le proprie gambe verso una democrazia. Jan Palach aveva 21 anni, era uno di un gruppo di ragazzi che, per protestare contro l'occupazione sovietica, aveva deciso di immolarsi appiccandosi il fuoco. "Abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta in questo modo. Io ho avuto l'onore di essere stato estratto per primo, di cominciare ad essere la prima torcia". Queste le sue parole prima di cospargersi di benzina e morire, come faranno poi gli altri ragazzi del gruppo, come torcia umana. Quel 20 agosto del 1990, mentre ragazzi con i capelli in stile punk fuori tempo e le faccie arruffate di chi ha passato la notte precedente in viaggio su qualche pullman o su un treno - facce com’era forse anche la mia -, riempivano Praga di colore e allegria, Piazza Venceslao era piena anche di candele accese. E di foto, dietro alle candele. E di fiori, davanti alle foto. E su quei quotidiani altre foto, su carta povera, in bianco/nero, con parole scritte in una lingua che non capivo, dove parlavono di quei lontani tank, di quelle assurde macchine da guerra allineate sulla strada cittadina mentre gente comune cammina e getta uno sguardo incredulo; foto di soldati che sbucano dagli oblò a cui persone comuni, cittadini increduli e spaventati, porgono da bere, un fiore, chiedendo magari perché, da dove vengono, come si fa con uno straniero che attraversa la strada di un paese dove tutti si conoscono. Quelle immagini, e l’atmosfera respirata quel giorno, hanno lasciato in me una sensazione che è, ancora oggi, indelebile. Da una parte i Rolling Stones; dall'altra questi simboli vivi di una memoria che non può conoscere oblio. Forse è questo che fa chiamare "terroristi" alcuni eroi isolati come Jan Palach o Bobby Sands: è terrorizzante per il potere di uno stato, che si presenta mostrando la sua forza con tank e mitragliatrici (succedeva anche a Belfast, come è successo a Piazza Tien An Men il 4 giugno dell'89) trovarsi a combattere non contro una massa indistinta, come è un esercito; non contro un nemico parimenti armato e altrettanto deciso a combattere affinchè il più forte trionfi; ma contro un giovane uomo, contro alcuni giovani nessuno, armati di coraggio e determinazione e senza alcuna arma a far loro da barriera. Con così tanta determinazione da sfidare l'assurdo di una potenza sovietica, come Jan Palach. Giovani uomini con così nitidi ideali, una così coerente chiarezza di idee, da rendere quei loro gesti quasi sovrumani. Capaci di quella lotta contro un'ingiustizia impossibile da accettare, con la consapevolezza che accettarla è perdere dentro di sé il senso del vivere una vita degna (come Bob Sands, 27 anni di cui otto passati in carcere fra privazioni e torture indicibili), da essere disposti a morire per ciò in cui credono. Con quell'equazione che non ammette deroghe o patteggiamenti che dice: "Se non posso vivere rispettando in me il senso di libertà, di giustizia, la capacità di coerenza con ciò in cui credo, questa mia vita non ha alcun valore. Se non posso essere un uomo libero, non sarò uno schiavo: sarò un uomo morto". Perchè questo è spesso un "terrorista": un singolo che ha in sè la stessa forza di contrapposizione di un esercito. Una forza che nessun esercito può domare, perché non conosce la paura della morte, come ci si aspetta che solo un esercito o un soldato, possano fare. Per questo un idealista è pericoloso e finisce spesso per essere definito terrorista o essere ritenuto potenzialmente tale: non trema di fronte alla fame (come Bobby Sands), non trema di fronte ai tank (come a Tien An Men il ragazzo a tutt'oggi senza un nome, di cui non si sa più niente, su cui si sono fatte molte ipotesi ma che rimane scolpito come un eroe nella memoria del mondo intero come "il ragazzo di Tien An Men”); non trema di fronte all'odore di benzina e al fiammifero che farà di lui una torcia umana (come Jan Palach). Ma chi se ne frega di Achille e di Ettore? Sono così vicini a me, così reali e scolpiti nel mio immaginario questi giovani eroi (terroristi?) contemporanei, da farmi chiedere stamattina dove si nascondano negli altri uomini, in noi, uomini e donne nel 2008, quel coraggio e quella stessa forza ideale che è di ogni uomo. Quella forza ideale che fa di ogni uomo che si alza in piedi di fronte a un'ingiustizia o a difesa di un'idea di libertà propria o altrui, un Uomo.

Venerdì 25 maggio 2008

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