domenica 9 gennaio 2011



In una delle prime ( e ultime) sedute, lo psicanalista alle mie spalle mi chiese chi fossero stati i miei maestri. La domanda, cui non ero preparata, fece nascere in me un senso di fastidio perché mi pareva non c’entrasse nulla con ciò che mi stava portando lì due volte a settimana. Che c’entravano la scuola e gli insegnanti? “Non me ne ricordo”, fu la mia evasiva risposta. “Forse non ne è consapevole, molte persone hanno contribuito a fare di lei ciò che è”. Fu come se questa frase, che mi pareva di sentire per la prima volta, aprisse un flusso di ricordi di cui non avevo davvero avuto fino ad allora alcuna consapevolezza. Dopo, per giorni, continuai a rivedere mentalmente (e a rivalutare) le molte persone che avevo incontrato lungo tutta la mia vita.
Oggi, dopo aver divorato Il libro dei Maestri di Beppe Sebaste, mi chiedo se ognuno di loro avrebbe potuto donarmi qualcosa se in me non vi fosse stata già una disponibilità a far miei quei doni. Dice Sebaste:” Maestro è colui che indica il cammino del ritorno a sé. Colui che aiuta a tornare a casa”.
Sono quasi le stesse parole che ho usate tempo fa parlando del mio ultimo Maestro. Ero stata invitata a partecipare a un seminario intensivo destinato a insegnanti di yoga, cosa che non sono e che mi aveva quindi lusingato e intimidito insieme. Accettai perché, tenendosi vicino a casa, avrei potuto scapparmene via in ogni momento. Arrivai, quel sabato mattina, con un senso di attesa e straniamento, pronta a starmene immobile e in silenzio, ad ascoltare ma anche a scappare. Mi misi in un angolo infatti, proprio vicina al muro, nel tentativo di farmi invisibile. Con un furtivo sguardo intorno realizzai che tutti i partecipanti erano muniti di registratori e taccuini per gli appunti, cosa che nemmeno mi era passata per la mente di portare. Così, una volta di più, finii per sentirmi un’intrusa, fuori posto in quel gruppo di professionisti armati di carta e penna pronti ad annotare ogni parola da poter magari in seguito proporre ai loro propri allievi. Un insegnante, uno con cui avevo fatto un paio di lezioni, entrò a posizionare il tappetino del Maestro non molto lontano da dove mi trovavo. Così, pur rannicchiata e rimpicciolita contro il muro, mi trovai ad essere in realtà molto vicina e a portata di occhi del Maestro. Quando entrò nella stanza calò un silenzio rotto solo dal frusciare delle penne sulla carta,tutti pronti a scrivere.
Come uscii da quel seminario lo scrissi qui, a distanza di poche ore. Non parlai mai. Senza accorgermene, mi trovai a sentire ogni parola mia e ad eseguire ogni pratica sentendomi nell’unico posto dove volevo davvero stare. Dopo quel primo seminario a novembre, seguii altri suoi seminari, per un certo periodo, ogni volta con la sensazione che ogni tema trattato, ogni argomento che vi si affrontava, fosse sempre esattamente quello più giusto per me in quel preciso momento. Come se, per qualche strana ragione, ogni sua lezione a quel gruppo di insegnanti fosse in realtà una lezione fatta apposta e solo per me, che ero in realtà un‘allieva imboscata. Non ho una sola parola trascritta eppure le ho tutte ancora con me.
Ecco, leggere Il libro dei Maestri è stato come fare un percorso a ritroso, come riconoscere in ogni Maestro citato da Sebaste il mio personale ultimo Maestro. In ognuno ho riconosciuto una lezione, a ogni suo ricordo si è riaffacciato un mio ricordo. In ognuno ho ritrovato parole che ho sentite mie, insegnamenti che mi sono sentita felice di avere finalmente riassunti in un unico libro pur senza aver mai preso un solo appunto. Di ognuno dei Maestri di cui parla vorrei citare parole che più di altre mi hanno colpito profondamente, che ho sentite in me come un’eco della memoria. Tranne di uno, Emmanuel Levinas, che sento di non essere forse pronta a comprendere fino in fondo. E però, potrebbe essere questa una lezione cui mi invita, senza saperlo, il Maestro Sebaste: quella sull’Altro. Ed è, lo riconosco, la lezione per me più difficile, quella che mi fa sentire nuda, scoperta, disarmata di fronte a me stessa e quindi timorosa di un fallimento. E’ già questo l’inizio di una lezione? Questo sentirmi “scoperta e disarmata”? Non importa. Lascerò che tutto questo si faccia strada in me. Aspetterò sapendomi anche qui l’imboscata a una lezione destinata a qualcuno più avanti di me nel percorso. Starò rannicchiata contro il muro, invisibile finché sarò pronta a capire.
Leggere questo libro è stato come fare una lunga seduta di psicanalisi con alle spalle qualcuno, invisibile, a chiedermi:”Chi ti ricorda questo particolare Maestro?”. Intensa, profonda, indispensabile domanda che mi ha costretta spesso a fermarmi a pensare, a ricordare. La cosa più strana è che verso la fine mi sono trovata con una strana voglia di piangere nello stomaco. Come quando, a volte, durante una seduta psicanalitica ti trovi a piangere senza sapere ancora bene perché, solo con la precisa sensazione che qualcosa di dimenticato e sensibile sia stato sfiorato e portato per caso alla luce. Mi ci vorranno giorni, ancora, per metabolizzare questa lettura. Poi magari lo rileggo, però con calma, la prossima volta.

11 commenti:

  1. ciao Rossana. ho letto con molto interesse. ti dico solo questo: è proprio dell'esperienza d'ascolto dei maestri che, mentre parlano a una moltitudine, sembra che parlino - rispondano - a te - proprio a te. E' così.
    Grazie. Un abbraccio, beppe

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  2. Mmh, quel che non mi convince è che lo scopo sia il ritorno a sé. Non mi piace questa cosa, mi viene un soffoco! Mentre leggevo il post sentivo che mi mancava la dimensione dell'altro, poi hai citato Levinas e mi son detta: "Ah, ecco!" e poi ho letto le tue reazioni. Ho quindi pensato che io e te forse abbiamo il "problema" (se problema è, ma penso di no) opposto. Comunque vuoi sapere qual è il colmo? Son laureata in scienze dell'educazione (la vecchia Pedagogia) e ho un'allergia verso tutto ciò che sa di "maestro". Il mio campo è l'educazione, è essere in qualche modo anch'io "maestra", ma mi viene un dissidio tale dentro me che praticamente sto prendendo tutte le vie traverse per prenderla di striscio. Perché anche per me, i miei veri "maestri" (io però li chiamo "ispiratori" o "riferimenti") son tutta gente che lo è stata di striscio, senza volerlo.
    L'ultima considerazione che m'è venuta riguarda quell'andare in un incontro collettivo dove c'è uno (un maestro) che parla, e sentire che parla proprio a te. Io questa cosa per es. la provo quando vado a messa: o le parole delle letture, o l'omelia del prete, sembra proprio che quasi ogni domenica parlino a me; a ciascuno capita questa esperienza in contesti diversi. Allora mi dico: forse non è tanto il maestro, forse siamo noi, che andiamo nelle situazioni dove bene o male troviamo quel che ci fa bene sentire. Esempio: se io andassi a un incontro new age (o chi per essa; non so neanche più se esiste la new age) son certa che non mi capiterebbe quella sensazione; invece se vado nel monastero di Bose o a una riunione di mistici ebraici o di filosofi o di letterati, scommettiamo che ci trovo uno che sta parlando a un pubblico e in realtà sembra che parli proprio a me? Però concordo che quando succede è una sensazione proprio bella, che ti senti bene nel mondo :-)

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  3. Ilaria, il tuo "soffoco" mi ha fatto morire...Che c'entrano gli insegnanti con i Maestri? Forse ti ho portata fuori strada io, con il mio racconto su un maestro di yoga? Però, se hai letto anche il post cui rimando, dovresti aver capito che nemmeno io sono una frequentatrice di new age che pende dalle labbra del primo guru a pagamento che tira su uno show per spennare qualche pollo. Non è una professione a determinare il Maestro. La cosa sorprendente è che, verso la fine del tuo commento (e anche se tu preferisci chiamarli "ispiratori") parli proprio di ciò che si intende con il termine Maestro. Uno che mi è molto piaciuto per ciò che dice sull'essere "maestri", è Cesare Barioli, un insegnante di Judo. Che ti puoi immaginare se a me interessa judo: zero. Però, ciò che dice, invece, è molto più vicino a me di quanto avrei mai pensato. Una piccola cosa è questa [...]Non esiste il maestro presentato alla folla, diventa un fatto commerciale, e in quel momento cessa; per cui contrasto assai questa idea dei maestri perché chiunque può essere maestro[...]. Ti ricorda qualcosa? Cit: "per me, i miei veri "maestri" (io però li chiamo "ispiratori" o "riferimenti") son tutta gente che lo è stata di striscio, senza volerlo." Sul fatto di avere la sensazione che uno parli proprio a te: ci pensavo stamattina e sono arrivata alla conclusione che forse è perché c'è una verità che ognuno di noi, ben mimetizzata e in fondo (ecco perché "tornare a casa", il tornare a "sé" inteso non come incitamento all'individualismo ma a una maggiore verità con se stessi su se stessi)si porta dentro e che non puoi non riconoscere se un altro la esprime. E' una verità che può chiamarsi in mille modi diversi ma ha identico valore per ogni essere umano. Forse, il problema, è che il coraggio di affermarla, di viverla, di vivere la propria vita cercando di essere il più vicini possibile a questa verità, è la cosa che non facciamo quasi mai perché è più facile arrendersi al flusso di norme e comportamenti comuni, anche se in fondo li sappiamo essere sbagliati, lontani dal senso che vorremmo dare alla nostra esistenza. Così, quando trovi un matto che invece non solo vive secondo quei valori, ma ci si impegna a fondo, li applica ad ogni aspetto della propria esistenza e ha pure la sfacciataggine di dirlo convinto e senza alcuna vergogna o rossore, beh...rimani lì come un fesso, a bocca splancata e pensare che "accidenti!questo parla proprio a me". Questa è la mia versione sul "proprio a me" di stamattina; non escludo di averne un'altra domani, sempre sulla stessa linea...

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  4. No no, non mi hai portata fuori strada, capisco cosa intendi con maestro e ho citato la new age ma non per paragonarla allo yoga o alla spiritualità orientale, figurati. In pratica penso che ci giriamo intorno ma alla fine la vediamo allo stesso modo, e son d'accordo con Barioli, ecco, quel che mi dà fastidio è quando uno pensa di riconoscere in un altro un "maestro di vita", e lo mette su un livello superiore al proprio (anche senza che questa persona sappia di esser considerata un maestro), perché lo trovo limitante e a volte penso che sia un modo inconsapevole per non vivere la propria vita, cioè per evitare di sbattersi a darle un senso proprio (magari anche sbagliato o stupido, perché no), allora ci si copre o ci si consola dietro a un maestro o un ispiratore. Sarà che sabato ero a un altro dei miei incontri tra scrittori strampalati e ognuno leggeva le sue righe o mostrava le sue fotografie o suonava la sua musica (a seconda di quale fosse la sua arte), insomma faceva la sua cosa (che poteva anche essere lo stare zitti e non fare niente), e si commentava insieme, senza ansie da prestazione e io lì, tra una stupidaggine e l'altra, ho avuto un'illuminazione e ho pensato: "Ecco, ognuno è qui in questo mondo per fare la sua cosa e la tua cosa la puoi fare solo tu, la tua vita la puoi vivere solo tu. E magari la mia cosa può anche essere una cosa stupida, ché a questo mondo servono anche gli stupidi e magari la mia cosa è di quelle stupide, però è mia e la so fare solo io". Quindi posso avere dei compagni di viaggio, posso avere delle sintonie con persone del passato, del presente o del futuro, ma in fondo ognuno di loro ha vissuto la sua vita e io voglio vivere la mia anche andando un po' nell'ignoto. In fondo le persone che di solito prendiamo a esempio sono persone che si distinguono per la loro originalità. Il paradosso è che se vogliamo prenderle a esempio, non dobbiamo prenderle a esempio :-) Ma a proposito del judo... io ho praticato judo (o meglio, sono stata costretta da mia mamma) da ragazzina e di quella stagione disgraziata mi resta in effetti - oltre all'odore di piedi che si respirava in quella dannata palestra, perché si stava a piedi nudi su un pavimento gommoso; oltre al corpo sudaticcio di un ragazzino ciccione perennemente sopra al mio corpo a schiacciarmi contro 'sto pavimento puzzolente (e il maestro a dire che la stazza non contava ma contava solo la tecnica! Mo va là!) - mi resta un libretto che il maestro mi aveva dato, con su una bella spiegazione: che "ju-do" significa via (do) della cedevolezza: vuol dire che se fai come il salice che si piega docilmente quando la neve lo copre, sopravvivi, perché non ti spezzi e il peso poi si scioglie e scivola via e ti lascia integro; invece se opponi resistenza attivamente, come un albero dai rami "duri", la neve ti spezza e ti lascia ferito o morto. Assecondare la disgrazia con pazienza è a volte più saggio che opporlesi direttamente. Ecco, questa cosa per esempio è un insegnamento del maestro che m'è rimasto impresso per tutta la vita, ora che ci penso. Anche se io il judo lo odiavo, che si sappia! ;-)

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  5. Ilaria, leggerti è piacevolissimo, oltre che fatica per la testa che fa "sì, esatto...sì, esatto...sì, esatto".
    Quando scrivi "quel che mi dà fastidio è quando uno pensa di riconoscere in un altro un "maestro di vita", e lo mette su un livello superiore al proprio" invece, viene voglia di precisare che "dipende". Non ho alcun problema a riconoscere in un altro un "maestro di vita". Essendo la mia work-in-progress, ho molte cose da imparare e qualche "maestro di vita" una qualche lezione, magari senza saperlo, me la può ancora dare. Se te le dai tutte da solo, le lezioni, può andarti bene e può darsi che magari finisci a non riconoscere in te quella stessa "rigidità di rami" che finiscono per spezzarsi alla prima neve. Forse è utile distinguere fra un insegnante (che da lezioni finalizzate a uno scopo pratico) e un Maestro (che quasi sempre ti dice che non c'è alcuna lezione da imparare e però devi allenarti molto, se vuoi capire perché non ci sono lezioni, solo azioni). Poi ci sono i pataccari che commerciano di tutto, lezioni di vita e santità comprese. Ma non è cosa...

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  6. Ciao Ross, si' conoscevo gia' questo tuo blog ma mi ha fatto molto piacere il tuo invito. Eccomi qui, ti leggero' con il piacere di sempre :)

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  7. @Ilaria: che poi, pensavo stamattina ricordando la tua citazione del Monastero di Bose, come vogliamo chiamarlo Enzo Bianchi? Ti basta "ispiratore"? La prima volta l'ho ascoltato per caso a Uomini e Profeti, la bellissima trasmissione di RadioRai 3, e ne sono rimasta affascinata pur non condividendo che l'80% di ciò di cui parla. Però quel 80% è così intenso, vero, pieno, corposo, che comunque sia, non riesco a evitare di sentirlo "Maestro". Non per un mero fatto di cultura (che pesa nel mio considerarlo tale) ma per quel qualcosa in più che trasmette attraverso la parola (senza contare la scelta di vita, che ammiro comunque per non sentendomi una cristiana piena di fede). Così mi chiedo: non è singolare che le persone che possiamo considerare Maestri abbiano tutte quel qualcosa che li rende speciali anche a chi non condivide la loro scelta o il loro credo?

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  8. @lauraetlory: grazie Laura. E' bello questo seguirci, no? Ti anticipo già che prosegue (lentamente, sono molto presa dal lavoro in questo periodo) la lettura del libro che mi hai inviato in .pdf e che lo trovo molto avvincente...

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  9. Che meraviglia, questa casa! Mi ci aggiro col cuore sorridente, un bambino dentro l'acqua. Ross, mi hai fatto un bellissimo regalo invitandomi qui.
    Un saluto comprensivo di ammirazione anche per la veste raffinatissima (io invece faccio passare per francescanesimo la mia totale sprovveduta incapacità... :)

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  10. Si dice che quando il discepolo è pronto arriva il suo maestro... ed in fondo , se ci pensi, è proprio così. Non ho mai creduto al caso ed ogni volta che ci troviamo di fronte qualcuno abbiamo in realtà la possibilità di imparare qualcosa, probabilmente qualcosa di cui abbiamo bisogno proprio in quel momento. Il problema è che troppo spesso ci lasciamo distrarre dalla superficialità ed invece di chiederci il perchè di certe incontri "casuali" ci limitiamo a giudicarli o a dimenticarli presto.
    Un caro saluto.

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  11. @Massimo: sapessi quanto ingrasso a leggere commenti così faresti più attenzione: tieni conto del mio proposito 2011 di evitare di nutrire la mia vanità, proposito che metti a durissima prova. Che poi: potevo non avertti qui? Ci sono amici a cui non si vuole rinunciare, ecco tutto...

    Mr Loto: nemmeno io credo al "caso" e anzi: tendo a vedere in ogni persona che entra, anche se per poco tempo, nella mia vita, una specie di portatore di un messaggio, di una lezione che mi invita a imparare. L'altro, qualsiais altro, è questo per me. Forse è per questo che quella sull'altro è per me la lezione più difficile da imparare e comprendere fino in fondo...

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