giovedì 6 gennaio 2011

Mia zia e Vivaldi

Mia zia era bellissima: alta, capelli neri un po' mossi, occhi blu, fascinosa come un'attrice della vecchia Hollywood. 
Da una storia d’amore finita male (lui sparì improvvisamente quando seppe che lei era incinta) è nata mia cugina. 
Ragazza madre, mia zia era fonte di vergogna in famiglia per quella figlia senza alcun marito, l’esempio che mi veniva additato di come sarei finita io, a non rispettare le regole e a voler fare sempre di testa mia. 
Nata disobbediente, anziché un modello negativo, ho sempre visto in lei un modello da imitare. 
Mi piaceva quel suo non provare alcuna vergogna per quella figlia illegittima, il suo lavorare lontana da casa, l'aria sofisticata che portava dalla città quando tornava ogni volta con giocattoli bellissimi  e libri di fiabe sconosciute. 
Insomma, mia cugina, ai miei occhi, era in realtà molto più fortunata di me.
Fra le molte cose di cui sono debitrice a mia zia, la passione per la musica. 
Fin da dall'età delle elementari ci spediva, con mio fratello e mia cugina, a comprare dischi di musica classica con un elenco dettagliato di precisazioni non solo sul compositore o sull'opera, ma di quale casa discografica doveva essere il disco e suonato da quale pianista o quale cantante d'opera.
Quando l’altra sera sono partite le prime note dell’Inverno di Vivaldi, eseguito magistralmente da un M.o semisconosciuto che nulla ha da invidiare a Salvatore Accardo o a Uto Ughi (non scherzo e non esagero: violinista da brividi) mi sono trovata a ricordare i pomeriggi in cui, con mio fratello e mia cugina, ascoltavamo per ore Le Quattro Stagioni giocando a imitare un comicissimo (e serio) direttore d’orchestra.
L'altra sera, come allora, mi sono persa a dirigere mentalmente l’esecuzione con la stessa partecipazione convinta con cui lo facevo da bambina.  
Con gli occhi chiusi, seguivo il violino in attesa di ogni nota conosciuta sentendomi trapassare dalla musica come fosse un misterioso liquido che entrava letteralmente in me. Sentivo la musica entrare nella pelle, dentro i muscoli, dietro gli occhi chiusi. Ho pensato, in quei momenti, che se lasci che la musica ti penetri, che ti entri dentro, abbandonandoti completamente alla sensazione che possa davvero attraversarti i pori per mescolarsi ai nervi, ai muscoli, al sangue, la musica cambia la struttura della tua materia. La musica ha, ne sono convinta, questo potere di trasformazione fisica, non solo mentale: ti riallinea, ti rimpasta, ti ricombina le cellule e ti restituisce al mondo come rinnovato.
Uscita, mi pareva che nessun posto fosse bello come quella piazzetta in collina, quell’albero decorato di lucine, quel borgo di vecchie case immerse nel freddo pungente.
Con dentro l'Inverno di Vivaldi, ho camminato come rapita su per il vicolo di pietra fino all'osteria, dove il camino acceso e l'atmosfera semplice e calda di quei quattro tavoli di legno ha prolungato una sensazione che ho voluto consacrare con un calice di dolce vino rosso.
Dall’altra sera ripenso al regalo incredibile di aver avuta nella mia famiglia una simile meravigliosa peccatrice, capace di contagiarmi con le sue passioni. 
Potrei amare così tanto oggi, certa musica, se non ne conoscessi, grazie alle sue inconsapevoli lezioni, ogni nota, fin da quando a otto anni la "dirigevo"?

3 commenti:

  1. Viva la zia. Nel mio caso è stata una cugina di secondo grado (quindi la stessa cosa, in sostanza). Più sul "leggero" ma il concetto è lo stesso. E grazie a lei ho annusato da piccolo il famoso odor di palcoscenico e di camerino. Bellissimo e affettuoso post: complimenti.

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  2. Chi insegna ad amare la musica, fa un dono grandissimo. Nel mio caso è stato mio padre. Quando ascolto la musica provo proprio quelle sensazioni che descrivi tu; io la chiamo "gioia fisica" perché è una felicità del corpo oltre che dell'anima e della mente; che bellezza.

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  3. @ Marco: pensa che, l'odor di palcoscenico a me l'ha invece insegnato la maestra delle elementari, facendomi salire sul palco, in occasione credo di una festa genitori che era molto vicina a un 25 aprile. Così, dopo che il coro della scuola aveva cantato l'Inno di Mameli, a me toccò esibirmi in solitaria su un Và pensiero. Meno male che la Lega ancora non esisteva e posso riferirlo solo al Nabucco, imparato ascoltando mia madre cantarlo mentre faceva le pulizie di casa. (grazie...)

    @Ilaria: non hai idea che piacere sia per me ritrovarti qui. Hai ragione, è proprio una "festa del corpo". Chissà perché dimentichiamo così spesso che la testa è anch'essa corpo e che, come succede per la musica, ogni alra cosa si comunica ai muscoli e alla pelle. Forse per questo sento che, il tenermi lontana dai commenti "politici" mi fa un gran bene alla salute(fra virgolette perché sto arrivando ala conclusione che nulla è meno politico dell'attuale politica)...

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