domenica 6 febbraio 2011


GONG XIAN (CIRCA 1612-1689) - Boating in the Sunset
Handscroll, ink on paper

 

Gao Xingjian, ormai alla fine del suo viaggio verso La Montagna dell‘Anima, è a Shaoxing, paese dove racconta si trovi il tempio, restaurato, in cui aveva trovato rifugio Ah Q, il pazzo di cui parla il libro Diario di un pazzo, di Lu Xun.
Scrive che Shaoxing è il paese natale di molti politici, letterati, pittori.
E di pazzi.
Fra questi, Xu Wei (1521-1593), pittore del periodo Ming (1368-1644) morto in povertà, e pazzo, dopo aver ucciso la moglie (rimanendone quindi, in qualche modo, ucciso a sua volta).
Visitando il suo Studio del Bambù Verde Gao scrive:“La quiete del posto deve aver spinto Xu Wei alla follia. A quanto pare il mondo non sembra fatto per gli uomini, eppure essi si ostinano a viverci. Se vuoi vivere e allo stesso tempo conservare la tua autentica natura, conservarti come ti ha fatto tua madre, non essere eliminato o soccombere alla follia, l’unica soluzione è la fuga”.
Fuga che non si realizza sempre o solo spostandosi da un posto a un altro.
Di Xu Wei dice infatti:“Non sopportava il mondo del suo tempo: inevitabile fu, per lui, la follia”.
Mentre, Gong Xian (1612-1689), altro pittore di cui parla in un capitolo precedente, “Non è impazzito, è andato oltre il mondo contingente. Non era interessato a combatterlo, si curava solo di preservare la propria natura”.
Parlando dell’inevitabilità della fuga dal mondo, mette a confronto la fuga nella follia di Bada Shanren (pittore cinese, 1626-1705, morto pazzo), con la fuga oltre il mondo contingente di Gong Xian.
Il primo: “Sulle prime aveva finto la follia, poi era impazzito davvero. I suoi capolavori sono frutto della vera pazzia. Come dire che si è reso conto della follia del mondo solo dopo che l’ha guardato con occhi diversi”. Perché:“il mondo non tollera la sana ragione, e ritrova l’equilibrio solo quando impazzisce”.
Gong Xian invece:“Non aveva la minima intenzione di combattere la stupidità con la ragione. Si è appartato dal mondo e si è calato in un lucido universo di sogno”. Chiarisce che Gong Xian “non era un eremita, non ha mai cercato rifugio nella religione, non era buddhista né taoista. Si manteneva con il suo insegnamento e il suo orto. Non ha mai adulato i potenti, né ha mai alimentato invidie. La sua pittura trascende il linguaggio.”
Allora, la follia che fa fuggire dal mondo folle, è in qualche modo necessità di abbandonare non tanto il mondo di per sé, quanto l’ego che tiene legati al mondo con la corda invisibile della vanità.
Mi viene da pensare che mentre Bada o Xu Wei fuggono rimanendo però avvinti (forse) a un conflitto interiore fra desiderio di riconoscimento sociale (e monetario) della propria arte e necessità di salvare la propria intima natura, finendo pazzi, Gong Xian semplicemente si ritira da ogni conflitto rinunciando alla vanità di un riconoscimento sociale (ed economico) separando la propria arte dal mercato e, contando sull'orto e sull'insegnamento per vivere, salvare così la propria autentica intima essenza.
Questa rinuncia, più che sminuire la potenza della sua pittura agli occhi del mondo, la rende inimitabile. (Erano altri tempi, prima di Andy Warhol e la pop-art).
Gong Xian, in questo suo ritiro oltre il mondo contingente, “non dipingeva per soldi. Le sue opere riflettevano i sentimenti […]è un vero pittore, non un letterato che dipinge”.
Gao Xingjian scrive che:“Si può imparare ad adoperare pennelli e inchiostro, mentre l’afflato è parte integrante della persona, esiste in natura come le montagne, i fiumi, le piante e gli alberi. La bellezza dei paesaggi di Gong Xian è nella poesia che sprigiona dai suoi dipinti: ti strega. Non si può imparare. Zheng Banqiao (Zheng Xie - 1693-1765) può essere imitato, Gong Xian no. Si possono imitare i mostruosi uccelli con i grandi occhi sbarrati dalla collera di Bada, non l’infinita solitudine che comunicano le sue anatre e i suoi fiori di loto”.
La fuga dalla follia del mondo pare dunque il solo modo di salvarsi. Fosse anche fuggendo nella follia stessa, precipitando però nella propria, diversa da quella del mondo.
Oppure, come il saggio Gong Xian, bisogna riuscire a sfuggire almeno alla propria vanità (puntando a demolire l'ego che questa nutre) ritirandosi a una vita semplice e schiva.
Vivere dell'orto per salvare la pienezza della propria intima natura.

8 commenti:

  1. Coincidenza: ieri mi sono fatta prestare dal mio papino il manuale di Epitteto e a pranzo mi son fatta fare da lui una lezioncina di ripasso sullo stoicismo antico. Ebbene, questo post, pur riferito a un mondo così lontano, ha molte cose in comune con certi atteggiamenti stoici.
    Ma secondo te è possibile una fuga sul modello di Gong Xian che però non sia solitaria?
    Quello che ammiro di più è la sua capacità di creare e impegnarsi nella sua arte non per soldi. Non perché ci sia qualcosa di male a voler fare della propria arte un lavoro ma perché trovo, almeno tra gli "artisti" a vario titolo che conosco di persona, che anche quando si professano disinteressati in realtà non lo sono del tutto, e molti, se avessero la certezza in anticipo di non guadagnarci niente (né denaro né onori o apprezzamenti) non so quanto tempo ci spenderebbero. Invece per Gong Xian era un modo di esistere, oltre all'insegnamento e all'orto, giusto?

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  2. Ilaria:
    credo sia necessario prima definire l'idea di solitudine di cui si parla.
    Per come la intendo io, Gong Xian non era "solo": insegnava, quindi avrà avuto degli alunni. E quindi relazioni con i genitori, per quanto diverse da quelli degli attuali onnipresenti genitori. Avrà sicuramente avuto un paio di mogli e qualche concubina. Qualche parente cui inviava i prodotti dell'orto quale segno di affetto.
    Credo che qui la solitudine, il ritiro dal "mondo contingente", sia intesa nel senso di ritirarsi dalla seduzione del mondo, cui finisce sempre per cedere la vanità.
    Oggi è molto difficile. Ripensavo ieri, mentre scrivevo, a come perfino noi (intendo anche chi artista non è), siamo in qualche modo vittime del gioco della vanità. Difficile è separare ad esempio, la necessità o il desiderio di dire (scrivere) qualcosa staccandosi poi completamente dal bisogno (vanitoso) di sapere se questo venga o meno apprezzato da qualcuno.
    Il meccanismo della relazione è, credo, così ormai indistricabile dalla vanità. Chi conosco, chi frequento, con chi vengo visto e con chi ho relazioni, fa di me qualcuno o nessuno. Valgo, per il mondo, in quanto ho relazioni da esibire. Senza relazioni, le mie quotazioni umane crollano a zero. A meno che anche la mia solitudine, la mia scelta di ritirarmi "dalla follia del mondo", diventi alla fine oggetto di curiosità e di culto.
    Ciò che mi colpisce, della scelta di Gong Xian, è il dare così tanto valòre alla sua arte da non voler vivere di questa, per mantenerla in qualche modo autentica. Oggi, l'arte è un mercato. Forse lo è sempre stata. E chi fa arte spesso riesce a vivere della sua arte con un certo successo. Non so se sia un male o un bene. Ciò che temo si perda però, quando l'arte diventa il pane e il successo, è quell'afflato di cui parla Gao. Per mantenere il quale, credo, la solitudine dell'artista è necessaria, vitale. Solitudine che non necessariamente è isolamento ma distacco dalla seduzione del mondo, cioè dalla vanità.
    La vanità riesce sempre a compiacere, pur di non smettere quel piacere egoico di sentirsi apprezzati, che è un sottoprodotto del sentirsi amati.
    Gao parla di "alti picchi". Forse l'artista che non deve vivere della propria arte riesce a trovare più facilmente quel distacco dal mondo seduttivo che gli consente di volare libero e alto. Infondo, la vanità è, come dicevo, una corda invisibile. Una corda che lega al mondo che, come si diceva, è folle.

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  3. Cara Ross, tre considerazioni molto elementari, dato il non tempo che ho a disposizione.
    La prima: ho bollato come "eccezionale" questo post perchè ha avuto, su di me, lo stesso effetto di una buona tazza di tea caldo in una giornata fredda.
    La seconda: la solitudine dell'artista. A caldo, la leggo come l'hai spiegata tu nel commento di risposta ad Ilaria, quindi non come isolamento fisico, ma come rifugio dietro un muro di ideali incrollabili, il che richiede una forza d'animo ben superiore alla semplice fuga.
    La terza: la scelta di potersi non vendere, che per un artista credo sia la meta più alta possibile. Ripenso, in musica, al Battisti panelliano, che ormai consolidato dalle continue vendite dei vecchi dischi potè permettersi album decisamente innovativi e che, per assurdo che possa apparire, sono molto più barristiani delle varie bionde trecce e donne per amico.In pratica, se ci ho capito qualcosa, non sono io artista che creo per andare incontro ai gusti del pubblico, ma il prodotto della mia arte è questo, se poi piace ad altri tanto meglio. Non a caso, poi, gli artisti più sensibili (penso al "mio" Camillo Sbarbaro ed ai suoi licheni) hanno poi queste passioni profonde per orti e botanica, come se trovassero altre forme, oltre i pennelli, la penna o il pianoforte, per insegnare ed imparare a gestire una linfa vitale: quanto mi affascina tutto ciò.........

    Ultima considerazione: la fuga dalla pazza folla. Molte volte credo che non sia questione di non volersi confondere con la massa, ma di volersi difendere da essa, nella maniera più possibile indolore.

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  4. Massimo:
    sulla prima: grazie. E’ infondo la mia idea di blog: due chiacchiere con qualche amico bevendo il thé o un bicchiere di vino. Ci siamo...

    Sulla seconda: non so. Quando penso a un "ritiro dalla follia del mondo", più che a "ideali incrollabili" che richiedono una "grande forza d'animo", penso invece a un'assenza di qualsiasi ideale. La vita "schiva e semplice", fatta di orto e insegnamento, è per me via di sottrazione a qualsiasi “mentale“. L'orto è semplicemente orto, senza nessuna aggiunta e lontano da qualsiasi letterata filosofia. Solo uno zappare, piantare, dar l'acqua, togliere erbacce.
    Più che a grandi (e faticosi) ideali, penso quindi a un grande rispetto di sé, della propria più intima natura, senza alcuna necessità di definizioni. Un pò il senso di quel ora et labora che troviamo in ogni pratica religiosa. Lo scopo, sia della preghiera che del lavoro fisico, è di svuotare la mente. Gli ideali nascono quasi tutti al chiuso: di un bar, di conventi o di aule. O al chiuso della propria mente. L’orto svuota gli ideali di qualsiasi utilità pratica.

    Sulla terza siamo più vicini. Anch'io credo non sia un "caso" che molti siano gli artisti (e non solo) che hanno ( o hanno avuto) con la terra e la natura una relazione fortissima. Come se tornare alla terra (alle piante, agli animali, ai suoi frutti) consentisse di ridurre la frattura che l'uomo tende a produrre fra sé e il mondo su cui cammina.
    L’orto è una cosa semplice e molto pratica. Ha una dimensione piccola e personale, come il giardino. Consente, forse proprio per questa ridotta dimensione, di entrare in quello stato di comunione silenziosa e attiva che somiglia molto allo stato di meditazione. Che non è, come spesso si confonde, un “riflettere su” ma un essere “silenziosamente uniti a”. A se stessi, al mondo, agli altri esseri. Nessun pensiero, nessuna separazione, nessun distinguo. Solo comunione, un “con” senza un “per“.

    Sulla considerazione finale: concordo in parte. Se è vero che oggi il non confondersi con la massa è spesso una via di difesa, voglio pensare possa essere anche solo un astenersi, senza altre motivazioni.
    La difesa contiene pur sempre l'offesa, cioè la minaccia. Difendersi è rimanere in lotta. Tanto varrebbe affrontarla e decidere una buona volta se valga la pena (e per cosa) vivere e morire, che ritirarsi.
    Qui uscirebbe fuori tutta la storia delle arti marziali e dei samurai con le katane.
    Tagliare via di netto i dubbi, le difese, le minacce del mondo. Altrimenti la vita ritirata diventa una prigione più che una scelta di libertà e rispetto di sé.

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  5. Sono d'accordo col senso delle tue risposte. Diciamo che la mia questione sulla solitudine era se fosse possibile condividere questo ideale con altri o se nel momento in cui si costruisce un gruppo si perde il senso della "fuga". Ora tra le tue parole (l'"ora et labora") mi hai fatto venire in mente il monachesimo che in effetti sembra realizzare quell'ideale. Anch'io, come te, non la vedo come una "fuga" nel senso di opporsi a qualcosa (come dici tu, questo è pur sempre essere in lotta, quindi coinvolti) ma come una scelta di non passare la propria vita a misurarsi o farsi misurare in base a canoni o giudizi estranei al proprio vero sé. Questa è una cosa possibile anche restando dove siamo e nella vita che facciamo. Io da quando ho smesso di giudicare me stessa facendo paragoni o con gli altri o rispetto all'età (es.: a questa età dovrei essere così e cosà, a quest'altra dovrei aver raggiunto quest'altra tappa) vivo serena e non corro il rischio di sentirmi una fallita. Sull'arte, arte e mercato penso siano sempre stati connessi a partire da un certo punto della storia in poi. Però uno che dipinge o scrive anche se non ci ricava niente è quello che umanamente (artisticamente non è detto!) ha una marcia in più!

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  6. Ilaria:
    Gruppo: questione delicatissima. Credo dipenda dal perché un gruppo è importante. Cosa aggiunge? Cosa gratifica? Cosa compensa? Quale necessità soddisfa?
    La natura sociale dell'uomo comune diciamo che qui mi starebbe stretta visto che il tema è la fuga dalla follia del mondo allo scopo di preservare la propria autentica natura.
    Faccio un esempio, le antiche botteghe dei maestri della scultura e pittura italiana.
    Un apprendista faceva sicuramente parte di un "gruppo", quello alla cui bottega apprendeva le mille sfumature e i mille trucchi per provare a diventare a sua volta maestro di bottega. Ma ognuno difendeva tenacemente la propria arte, i propri trucchi del mestiere. L'idea di Michelangelo che sentiva la necessità di condividere i suoi interessi ( o le sue rogne) con gli altri grandi del suo tempo, mi risulta difficile da credere.
    Credo che solo oggi chi dipinge, scrive, fa poesia o cinema o musica, senta questa necessità di far parte di una categoria o gruppo. Insomma, mi pare una necessità molto recente e, per come la vedo io, spesso sa più di bisogno di farsi i complimenti o condividere le stesse lagne fra simili che nulla aggiunge o toglie al talento che uno ha o non ha.
    Mi fermo, come dicevo è un disocrso interessante ma ostico. Meriterebbe un'intera discussione e non sono certa che potrei mai arrivare a una chiara conclusione.
    Un pò la sintesi delle tue due ultime righe, che sottoscrivo: dove sta scritto che uno che ama dipingere o scrivere per se stesso sia necessariamente qualcuno che ha del vero talento? Molti sono bravi artigiani, alcuni anche molto bravi. Il fatto che vendano (e campino) delle proprie opere, fa di loro degli artisti nel senso classico?
    E se no, cambia qualcosa, a parte ovviamente la condizione delle loro tasche e l'espansione della loro vanità?
    Se invece per campare fanno altro e continuano le loro opere per il loro puro piacere, sono per questo migliori e più validi?
    Non credo che queste valutazioni abbiano nulla a che fare con la scelta di fuga dalla follia del mondo e quel "rispetto di sé" e della propria arte di cui Gong Xian è esempio. Siamo troppo lontani, come società, anche solo per saperla intuire una scelta simile. Credo.
    Il guadagno, oggi, potrebbe anche essere proprio il non avere alcun talento e però riuscire a trovare una così profonda comunione con la propria intima natura, nel comporre le proprie opere per sè, da valere quel ritiro dal mondo più di qualsiasi cifra astronomica la piazza possa offrire al più quotato degli artisti.
    In questo senso, per me, il famoso gruppo può essere anche una bocciofila dove passare un paio d'ore a bere e dire scemenze e avrebbe solo per questo più importanza di qualsiasi gruppo di riferimento per la mia arte (o non-arte) pur mantenendomi sempre in fuga dalla follia del mondo per amore di quella.

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  7. Ross, il concetto del "rispetto di sè" mi affascina parecchio. Anche perchè ha in sè il germe delle cose sempre più rare da trovarsi.....

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  8. Massimo:
    come la libertà, anch'essa cosa sempre più rara a trovarsi.
    E credo che "rispetto di Sè", "fuga dalla follia del mondo" e "libertà", abbiano qualcosa in comune.
    C'è forse libertà più autentica che il non tradire mai la propria intima natura?
    E c'è forse un modo più efficace di rispettare questa "intima natura" che il sottrarla alla "follia del mondo"?
    Non so perché, mentre ora scrivo, mi viene in mente Facebook e l'alta considerazione che si ha, in genere, per il numero di "amici" che lì si possono esibire. Anche quando lo si nega, conta...
    La "follia del mondo" è sottile, intangibile, altamente manipolativa.
    Sottrarvisi: questo, richiede una "forza d'animo ben superiore alla semplice fuga".
    Perché la follia del mondo è perversa: minaccia (seduce) i nostri lati più umani e fragili. Il bisogno di sentirci amati, accettati (fosse anche solo per finta come amici su Facebook), ammirati.
    Dimentichiamo, cedendo alle lusinghe della follia del mondo, che noi stessi siamo amore, che il nostro essere vivi è la più evidente delle dimostrazioni che l'amore è in noi, non fuori di noi.
    Oggetti come Fb sono una minaccia al nostro amore di noi stessi, al rispetto della nostra più intima natura.
    Eppure, vi sono milioni di esseri umani che non saprebbero viverne senza.
    Come se milioni di persone misurassero il loro esistere in termini di numero di amici o contatti. In questo Fb fotografa una realtà, non ha creato nulla, è questo che è follia.
    Una cosa invece è curiosa: pare che in Giappone Fb non abbia successo proprio per quel suo pretendere reali identità e foto.
    Ai giapponesi non pare andare molto l'idea di confondere la propria vita reale con quella virtuale. In rete, vogliono continuare a essere al massimo un nick.
    Che sia una questione di Dna?
    Son domande...

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