sabato 26 marzo 2011

Tenera è la notte


In Tenera è la notte di F.S. Fitzgerald, alcune pagine, molto belle, descrivono i pensieri dell’autore mentre visita il cimitero degli eroi di guerra (1915-1918):
Leggendoli, lo scorso marzo 2010, mi aveva folgorata questa sua idea che la guerra potesse essere un immenso atto d’amore.
Intende, con “atto d’amore”, proprio l’amore che quei soldati avevano per la fidanzata, per la libreria dove andavano a cercare i libri desiderati o quello per l’affettuoso nonno con i baffi e un suo odor di pipa che li animava di passione mentre sparavano con la certezza di dover difendere quelle affettuose memorie dal nemico.
Pensa che, andare in guerra per la “patria”, fosse per loro andare a combattere per proteggere un panorama che un certo giorno li aveva emozionati, certi luoghi visti in un giorno di gita con le persone care, certe piazze o certi caffè a loro cari perché lì vi avevano vissuto un qualche momento felice.
Immagina una certa loro comune idea di vita, fatta di una casa e una famiglia, con una moglie affettuosa e bella, una madre per i loro figli per i quali sognavano un certo futuro in una società nettamente divisa fra buoni e cattivi, giusti e ingiusti, peccatori e illuminati dalla fede..
E’ una patria di cartoline emotive, quella cui pensa l’autore, più che una patria intesa come nazione, entità politica o come superficie geografica definita sul globo o su una mappa.
La patria immaginata, quella per cui i soldati andavano ad affrontare la morte, è descritta come inscindibile dalla loro idea romantica dell’esistenza e coincidente con i loro individuali paesaggi interiori.
Mi chiedo se fosse davvero così e se sia ancora un “atto d’amore” a far scegliere ai soldati una vita di guerra.
Riescono, gli attuali tecnologici combattenti, a scovare in fondo a se stessi simili "atti d'amore", mentre premono il pulsante per sganciare un Tomahawk, e a credere che lo fanno per amore della fidanzata, del nonno amato, della libreria dove hanno acquistato l’ultimo libro prima di partire?
E’ a questi loro paesaggi emotivi che pensano mentre, da centinaia di metri di altezza o a kilometri di distanza, sganciano "bombe intelligenti" - al fosforo piuttosto che all’uranio impoverito - su altri esseri umani sconosciuti, magari proprio mentre questi altri stanno andando al mercato nella loro piazza amata, con le loro mogli e i loro figli amati, inconsapevoli che un altro amore, per un’altra donna e altri figli e un'altra piazza, li sta per far saltare in aria?
C’è poi un’altra idea suggestiva sui soldati, poco oltre pagina 105, cioè che i soldati morti siano tutti uguali. Che non vi sia alcuna differenza fra una tomba e l’altra in un cimitero di croci bianche di soldati morti in una stessa guerra. Che dei fiori siano posati su una croce o sull’altra non facciano alcuna differenza per i soldati, e che gli stessi soldati lo sappiano già, che uno di loro vale l’altro.
Che sappiano cioè meglio di ogni civile che, così come i bambini sono figli di tutti, e per questo corriamo a salvarli se in pericolo, anche se non ne conosciamo il nome, così anche i soldati sono di tutti, non sono alla fine parenti specifici di nessuno, quando riposano in fila in un cimitero di croci tutte uguali.
Lo rimangono, com’è naturale, solo nei pensieri di chi li ha avuti come figli, come padri, come mariti, come fratelli.
Ma diventano, tutti, quando riposano in un cimitero di guerra, di tutti.
Senza nomi, volti, gradi o parentele a distinguerne differenze che appartengono alla vita, non più alla morte.


Ne ricavo, ripensando a queste pagine a un anno di distanza, l’ulteriore convinzione che non possa esistere una guerra “giusta” perché ogni guerra è ingiusta per qualcuno.

Un qualcuno che è amato da qualcuno altro che a sua volta lo ama e che ama la propria piazza quanto il nemico ama la sua, mentre si uccidono a vicenda pensando ognuno al proprio caffè nella propria lontana piazza, alla propria casa e alla propria famiglia.
Se fosse così, per quell’amore ognuno della propria patria da cartolina emotiva che ogni soldato ha nel cuore (se ce l'ha, un cuore e una patria emotiva), dovrebbe cambiare seduta stante mestiere.
Faccia il fornaio, impasti il pane con il nemico così da farlo entrare nel proprio paesaggio esistenziale.
Questa è la sola bomba che può esportare giustizia e aiuto umanitario.
Ogni altra, porta solo altri nemici, devastazioni di paesaggi e dolore.
Deserti emotivi per tutti, alla fine.

7 commenti:

  1. Massimo Fini, con cui mi trovo sempre più d'accordo, nel suo pezzo "Se l'Occidente si crede dio" sul "Fatto" di oggi notava che, per una questione di disonestà intellettuale, il mondo sedicente "avanzato" continua a fare guerre, perché sono parte della storia dell'uomo (ma non per questo inevitabili) ma, vergognandosene, la chiama con altri, risibili nomi, come ben sappiamo. Fino al giorno in cui gli USA sganciarono la prima bomba atomica, il 6 agosto del 1945, si combattevano sostanzialmente ad armi pari e a parità di condizioni, con delle regole che venivano condivise. Da allora la disparità ha continuato ad aumentare, a favore di chi si considera depositario e interprete dell'unico sistema di valori esistente e quindi giudice supremo, tanto che gli stessi militari parlano di conflitti asimmetrici. Un tempo i soldati di una parte si riconoscevano in quelli dell'altra, cosa che non si può dire di coloro che oggi dispongono di una superiorità di mezzi incommensurabile o addirittura si trovano lontani 10 mila km dal teatro delle operazioni e si limitano a pilotare a distanza un drone e schiacciare un bottone per ammazzare gente in carne e ossa, il tutto in orario d'ufficio e tornando nelle proprie case e dalle proprie famiglie a fine turno. La guerra è orrenda per definizione e, come giustamente osservi, è sempre ingiusta per qualcuno, a cominciare da chi la combatte e dai civili che la subiscono incolpevoli. Concordo con te che l'unica bomba che possa esportare giustizia e aiuto umanitario sia quella diserzione cosciente, in sostanza una rivoluzione del proprio modo di essere, individuale, personale, che evochi. Ma dubito che chi manovra i missili Tomahawk e altri ordigni "intelligenti" per operazioni "chirurgiche" abbia un proprio paesaggio emotivo in cui fare entrare il proprio nemico, di cui ignora financo l'umanità. A meno che si tratti di quello desertico di un "day after" nucleare.

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  2. In Libia la guerra c'era già, non capisco questo eurocentrismo, la guerra non è monopolio dell'occidente, la guerra è sempre esistita, il fatto che noi abbiamo ordigni più sofisticati non c'entra con il concetto di guerra. Certo che ogni guerra è ingiusta, come è ingiusto il "pacifismo" a oltranza, quello di chi per restare pulito lascia che i suoi vicini si massacrino tra loro.

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  3. Ilaria:
    "In Libia la guerra c'era già" l'ho già sentito dire, pari pari, dall'"eurocentrico" D'Alema.
    Sul "fatto che noi abbiamo ordigni più sofisticati non c'entra con il concetto di guerra" però hai ragione: c'entra con l'ipocrisia, questa sì tipicamente occidentale, di chiamare le guerre "missione umanitaria" o "missione di pace" e i promotori della guerra "volonterosi", come ci ricorda Fini (citato sopra da Marco).
    Non so quale idea tu abbia del pacifismo "a oltranza", termine che in questi giorni si spreca facendomi nascere il sospetto che si tratti di sviste linguistiche manovrate ad arte.
    Per me è una cosa seria che o ha la basi nella resistenza passiva e un coinvolgimento attivo e cattivo in azioni messe in atto con armi che fanno più danni dei proiettili, o non è che mollezza da studentelli fuori corso.
    Che poi la guerra non sia un monopolio dell'occidente mi pare così ovvio da non meritare di essere commentato.
    Sei sicura di aver davvero capito cosa sta davvero succedendo in Libia?
    Ho la strana sensazione che da quando è iniziata questa storia libica tu stia decisamente e convinta dalla parte di questa guerra come se lì stessero combattendo i buoni (la rivolta) contro i cattivi (Gheddafi).
    Da quel che ne ho letto in giro (parecchio) le cose non sono così ben definite e anzi, più i giorni passano e più emergono retroscena che più che a "la guerra c'era già" mi fa pensare trattarsi di interessi contrapposti di due fazioni che in Libia stanno su sponde di interessi diversi sullo sfruttamento del petrolio da parte delle compagnie petrolifere.
    Da quel che ne so sulle guerre, non ne conosco una che abbia alla fine davvero fatto gli interessi della popolazione insorta.
    Sempre e solo quelli dei gruppi di diverso potere in campo, più un po' di contentini per l'occhio che vede per il popolo (tanto le torture mica te le raccontano nemmeno gli americani o i norvegesi, che pure le praticano e sono democratici).
    Insomma, sarei più cauta nel difendere a spada tratta questa "missione umanitaria" voluta dai "volonterosi".
    Aspettiamo la fine.
    Vediamo cosa succede con le orecchie aperte al dubbio.
    Per me scommetto che Gheddafi Junior prenderà il posto del padre e aprirà al mercato cinese qualche pozzo di petrolio.
    Magari sottraendone una parte a quell'Eni, che ha spinto i "volonterosi" italiani contro voglia a sganciare anche loro qualche missile...

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  4. Nooo, le stesse parole di D'Alema nooo! Giuro che non le avevo ascoltate prima, anzi in realtà in questi giorni non ho praticamente ascoltato telegiornali se non di sfuggita, probabilmente sono disinformata anche se tramite web le news le ho sempre lette. Allora, io non ho né letto né sentito cosa si stia dicendo in giro sul pacifismo, io comunque mi considero "pacifista". Però per me non è più pacifismo se vicino a me c'è della gente che si ammazza e io non intervengo perché "io sono contro la violenza"... io sarò anche contro, ma quelli lì che si ammazzano, no, e devo confrontarmi con questo, e di sicuro prima proverei con la diplomazia (cosa che non si è fatta), però se quelli continuano e vedo che ci vanno di mezzo degli innocenti, io penso che sia giusto intervenire. O dobbiamo aspettare di vedere passare i vagoni piombati? Non vedo i "buoni" e i "cattivi" in modo dicotomico, però ho visto le truppe di un dittatore schifoso (e guarda che è da anni che io ce l'ho con lui, non mi sono svegliata adesso) fare a pezzi della gente disarmata. Devo stare ferma? Mi spiace ma io trovo miope ed etnocentrico anche questo continuare a parlare solo di interessi economici; ma chi li nega? Ci saranno, il mondo va così ma andava così anche all'epoca degli Unni. Io però vedo anche altro: c'è un intero mondo arabo, giovane e istruito che si sta sollevando, magari confusamente, magari chissà come finirà, ma si stanno sollevando. Cavolo, ma vogliamo dargli credito invece di stare sempre a parlare (pure noi pacifisti) di petrolio e interessi? Ma chi se ne importa dell'Eni, cioè me ne importa, non dico di non mantenere il senso critico, ma non guardiamo solo gli interessi, il petrolio ecc (anche se per criticarli), perché non c'è solo questo. Può darsi che le cose stiano avviandosi a cambiare alla grande (col tempo e nel modo non lineare con cui procede la storia), ho paura che facciamo troppo i tromboni. Poi probabilmente non sono abbastanza informata o sono troppo ingenua... però dai, il venerdì santo in Libia hanno tutti ringraziato il nostro intervento, anche se hanno subìto tante perdite, questa è una cosa incredibile e perché io non posso credere a queste persone normali e devo sempre vedere del marcio?

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  5. Ilaria:
    "e perché io non posso credere a queste persone normali e devo sempre vedere del marcio? "

    Perché, come insegna la simbologia dello Yin/Yang, la realtà è una sola e comprende tutto, il marcio da una parte e i libici che ringraziano per le bombe dei "volonterosi" dall'altra.
    Nel nero c'è un po' di bianco, nel bianco un po' di nero.
    La realtà rimane sempre una, tutta intera, questo e quello e non "o questo o quello".
    Comprende le ragioni e i mezzi dei ribelli e le ragioni e i mezzi di Gheddafi.
    E comprende pure, e forse pesa perfino di più, gli interessi in gioco fra una parte e l'altra della barricata libica.
    Comprende i missili lanciati a "scopi umatitari" dai "volonterosi" e forniti da produttori di armi ben contenti di fare affari; e le armi fornite da chissà chi ai ribelli.
    Scegliere di difendere le ragioni del popolo libico e il suo diritto a vivere in un paese libero e democratco, non significa nascondere o negare l'esistenza di mezzi e ragioni che si inseriscono in quel giusto desiderio usandolo ai propri scopi.
    Rimane il problema del perché, pur avendone i mezzi (dall'embargo alla ritorsione economica alla diplomazia al veleno o agli opportuni incidenti aerei) sia sempre più conveniente la guerra.
    Sarà mica perché le guerre sono denaro sonante?
    Sarà mica perché producono devastazioni utili all'economia delle ricostruzioni e delle bonifiche?
    Non esistono guerre innocenti come non esistono armi giuste o guerre giuste.
    Non finché l'industria bellica fa profitti sulle guerre.
    Non finché le guerre sono promesse di profitti per i paesi "volonterosi" che avranno commesse miliardarie per la ricostruzione.
    Non finché gli aiuti umanitari vengono sbandierati per meglio occultare il fatto che per qualcuno quegli "aiuti" sono in realtà investimenti a breve termine dai quali si aspetta un ragionevole profitto.

    Comunque, il post era più sui soldati, sul loro ruolo nelle guerre.

    Resto convinta che le guerre non siano affatto inevitabili "perché si sono sempre fatte".
    Magari potremmo provare ad evolverci e iniziare a smantellare l'industria degli armamenti.
    A catena, magari le guerre ci sarebbero comunque, ma sarebbero commisurate alla natura dell'uomo: pugni anziché missili, calci anziché granate, bastonate invece tank. Fa male lo stesso ma ci si stufa prima e forse si ritrova prima il buon senso per patteggiare la pace.
    A meno...
    " che la nostra sia un’illusione di modernità misurata sull’efficienza di bombe tecnologiche di cui pare dovremmo essere orgogliosi quasi non servissero a dare morte o a garantire una globalizzazione dei mercati che non porta più, insieme alle merci, cultura e conoscenza (o democrazia),ma solo una più efficiente distribuzione della miseria culturale ed economica che finirà per farci rimpiangere l’XI secolo e le crociate." (autocit.)

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  6. E' estremamente interessante il discorso che fai sulla guerra come amore. Un amore reale, anche se il suo oggetto era illusorio, nel senso che il paesaggio amato o la fidanzata o i libri sarebbero rimasti uguali anche in caso di vittoria nemica, non eravamo ancora all'epoca dei grandi trasferimenti forzati.

    Ora, c'è indubbiamente un enorme cambiamento proprio di questo elemento: oggi la guerra, per chi materialmente la fa, credo che sia innanzitutto una soddisfazione professionale, un lavoro ben fatto.

    Poi l'Iraq ha rimaterializzato la guerra per alcune centinaia di migliaia di ragazzotti americani, ma non credo che l'abbiano vissuta con l'amore che descrivi tu.

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  7. Miguel:
    lo credo anch'io.
    Chi oggi sceglie di fare "il mestiere della guerra", tende a sviluppare una natura schizofrenica.
    Tempo fa, un amico che fa quel mestiere, forse senza realizzare l'atrocità che mi stava raccontando, vantava il numero di morti uccisi in una missione di pace.
    Oggi la guerra non è difesa delle cartoline emotive che i soldati si portano nel cuore; solo un mestiere al servizio del capitale e quindi del potere economico (che è sempre anche politico).
    Non credo sia un caso che quelli che tornano da una guerra, qualunque attuale guerra, soffrano di turbe mentali per il resto della vita.
    I soldati della prima guerra mondiale, tornati a casa, pensavano a ricostruire e a farsi una famiglia raccontando ai figli e ai nipoti quanto fosse costata loro quella pace.
    Oggi finiscono in case di cura per reduci, spesso senza nemmeno i soldi dello stato per curarsi.
    Li trasformano in perfette macchine per uccidere.
    Umanoidi di cui liberarsi una vola che non servono più allo scopo per cui sono stati addestrati.
    Forse non si sostituiscono le macchine che non vale più la pena riparare?

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