martedì 5 aprile 2011


Un paio di post fa riflettevo sull’idea di Fitzgerald che suggeriva fosse l’amore ad animare i soldati al fronte nella Prima Guerra Mondiale.
In un commento stamattina, ricordavo come quei soldati, tornati dal fronte vivi, tornavano a pensare alla vita ricostruendo il paese, facendosi una famiglia e raccontando a figli e nipoti quanto fosse loro costata la pace di cui godevano.  
Il minuto dopo aver scritto quel commento, mi è tornato in mente Il Premio, il libro di Daniel Yergin in cui parla di come il petrolio abbia cambiato il mondo proprio a partire dalla Prima Guerra Mondiale.

“Il 1° luglio del 1911, il Kaiser Guglielmo inviò una nave da guerra, la Phanter, nel porto di Agadir, sulla costa atlantica marocchina. Sebbene si trattasse semplicemente di una cannoniera e Agadir fosse una città portuale di importanza secondaria, il suo arrivo provocò una grave crisi internazionale. Il rafforzamento dell’esercito tedesco aveva già creato disagio fra i suoi vicini europei, ma ora la Germania, con la sua aspirazione a un “posto al sole”, sembrava minacciare direttamente le posizioni globali di Francia e Gran Bretagna.”
Winston Churchill, che all’età di trentacinque anni era nel 1910 divenuto il più giovane segretario degli Interni, fino al giorno prima era convinto che un conflitto con la Germania non fosse inevitabile  e che le intenzioni di quest’ultima non dovevano necessariamente essere considerate aggressive.
Affermava quindi che i finanziamenti sarebbero stati impiegati meglio nei programmi sociali interni che non per armare altre corazzate.
Il 1°luglio 1911 era stato nominato da poco Lord dell’Ammiragliato e nel giro di poche ore il suo atteggiamento era cambiato: non aveva più alcun dubbio sulle intenzioni e ambizioni tedesche.
Ora, aveva concluso, la guerra era inevitabile, solo una questione di tempo. Uno dei problemi da affrontare per assicurare che la Royal Navy, simbolo della potenza imperiale britannica, fosse pronta ad affrontare la sfida tedesca, sembrava solo di natura tecnica, ma in realtà condizionò tutto il ventesimo secolo.
Il problema era se convertire la marina alla propulsione a petrolio, anziché a carbone, la fonte di energia tradizionale. Molti pensarono che questa conversione fosse pura follia, in quanto significava che la flotta, invece di utilizzare il sicuro carbone gallese, sarebbe dovuta dipendere dalle forniture lontane e insicure della Persia, come allora si chiamava l’Iran.
“Legare irrevocabilmente la marina al petrolio significava veramente navigare in un mare di guai”, disse Churchill.
Ma i vantaggi strategici  - maggior velocità e utilizzo più efficiente degli equipaggi – erano talmente palesi, a suo avviso, che non esitò.
Decise che la Gran Bretagna avrebbe dovuto fondare la sua “supremazia navale sul petrolio” e quindi si adoperò, con energia ed entusiasmo, per il raggiungimento di tale obiettivo.
Non c’era scelta. Secondo le parole stesse di Churchill: "Il predominio in sé, era il premio dell’iniziativa rischiosa”.
Alla vigilia della prima guerra mondiale, Churchill aveva afferrato una verità fondamentale, applicabile non solo al conflitto che sarebbe scoppiato, ma nei decenni futuri a tutta la politica economica dell’occidente.
Sebbene la storia del petrolio abbia avuto inizio nella seconda metà dell’Ottocento, il petrolio entra “in guerra” solo con la prima guerra mondiale.
Ed è solo dall’inizio del ‘900 che il petrolio determina la nascita e lo sviluppo del capitalismo e dell’imprenditoria moderna.
Oggi, il petrolio come materia prima è intimamente connesso alle strategie nazionali, alla politica e al potere globale.I campi di battaglia della prima guerra mondiale stabilirono l’importanza del petrolio quale elemento della potenza nazionale, quando il motore a combustione interna sostituì il cavallo e la locomotiva a carbone.

Il petrolio è stato determinante ai fini del corso e del risultato della seconda guerra mondiale, sia in Estremo Oriente sia in Europa.
I giapponesi attaccarono Pearl Harbor per proteggersi i fianchi mentre si impadronivano delle risorse petrolifere delle Indie Olandesi.
Obiettivo dell’invasione hitleriana dell’Unione Sovietica era impadronirsi dei pozzi del Caucaso.
Ma la supremazia americana in campo petrolifero si dimostrò decisiva, e al termine della guerra i serbatoi tedeschi e giapponesi erano vuoti.
Negli anni della Guerra Fredda, la lotta per il controllo del petrolio fra imprese e Paesi ebbe un ruolo determinante nel dramma della decolonizzazione e del nazionalismo emergente.
La crisi di Suez del 1956, che segnò la fine delle vecchie potenze imperiali europee, riguardò soprattutto il petrolio.
Il “potere del petrolio” divenne una minaccia negli anni Settanta, quando Stati fino a quel momento ai margini della politica internazionale si ritrovarono in posizioni di grande ricchezza e influenza, creando una profonda crisi di fiducia nelle nazioni industriali che avevano basato la propria crescita economica sull’oro nero”.

Da Il premio – di Daniel Yergin – 1991 - Sperling&Kupfer Ed.


In queste ore, vi sono due tipi di guerre in corso nel mondo.
Entrambe riguardano l’energia.
Una è quella che si sta combattendo in Libia e riguarda, anche se non coinvolti direttamente, i paesi dell’area in cui vi sono petrolio, gas o condutture di gas.
L’energia nucleare, che avrebbe dovuto essere, almeno in parte, alternativa al petrolio, sta in queste ore mostrando gli enormi costi di gestione dei disastri che possono essere causati da una centrale atomica e quelli, mai veramente affrontati, per lo smaltimento delle scorie, che rischiano di mangiarsi i profitti di 40 anni di esercizio.
La guerra in Libia pare fare da specchio al disastro nucleare di Fukushima.
Il petrolio ha, dalla prima guerra mondiale in poi, cambiato il concetto stesso di potere, oltre che di guerra. L’industria, il capitalismo e l'accesso al petrolio (e al gas) sono ormai così strettamente intrecciati alla politica perché dipendono l’una dall’altro.
L’energia nucleare si sta rivelando un pessimo affare, sia per la politica che per il capitalismo.
Esportare “democrazia” nei paesi dove esistono le maggiori fonti di approvvigionamento di petrolio ha tutto a che fare con gli equilibri di potere politico/economico fra le nazioni, nulla con questioni di carattere umanitario, che tendo a vedere come “positivo effetto collaterale”.
Non fosse che per un semplice conto matematico, è a Fukushima che la questione umanitaria sarebbe infatti più urgente e nell'interesse di tutti, in questi giorni.
Ma il Giappone ha solo macerie nucleari, niente petrolio.
Le migliaia di sfollati, le altre migliaia di persone che saranno costrette ad evacuare nei prossimi giorni per l’estendersi della zona ad alto rischio di contaminazione, sono parte dei costi giapponesi sulla politica nucleare che si rivela fallimentare e capace di mettere economicamente in ginocchio un paese fino a ieri indicato a esempio di nucleare "sicuro".
L’onda lunga di cosa questo significherà per tutti noi, nei prossimi mesi, non è ancora visibile.
Saranno i paesi che riusciranno ad accaparrarsi l’accesso alle fonti di petrolio a poter, almeno in parte, continuare quella politica economica che determinerà, ieri come domani, l’asse del potere a livello internazionale.
Gli altri paesi, chi non avrà accesso alle fonti di gas e petrolio, che schizzeranno a costi inaccessibili, è probabile si troverà a vivere una situazione molto simile a quella che sta vivendo il Giappone in questi giorni.
Cioè questa:
1) “La produzione elettrica giapponese, per la chiusura delle centrali nucleari, ha subito un brusco taglio del 30%. Nove raffinerie di petrolio sono rimaste danneggiate, e al momento il 30% dei distributori di carburante di Tokio non ha nulla da vendere. La capacità di raffinazione sta tornando alla normalità, ma il problema è che la domanda di carburanti è quasi triplicata a causa dell’emergenza che ha colpito mezzo Paese. Le autorità locali chiedono carburante con persino più disperazione di quanto chiedano cibo o acqua o medicine [...] Le fabbriche chiudono a rotazione per mancanza di energia, e perché i dipendenti non hanno modo di recarsi al lavoro; le luci in casa si spengono alle 9 di sera, e lo skyline della metropoli è costellato da macchie di buio; gli eventi sportivi sono rimandati a data da destinarsi, i rifiuti si affastellano agli angoli delle strade perché i camion non hanno gasolio per effettuare la raccolta; i giornali dedicano intere pagine agli orari dei blackouts zona per zona. “E’ abbastanza buio da essere anche un pochino spaventoso, e per la mia generazione è impensabile avere scarsità di elettricità“, dice un ragazzo. Secondo un ingegnere della compagnia elettrica intervistato in forma anonima dal Los Angeles Times, tale situazione potrebbe durare anche un anno (D. Billi, Il Fatto Quotidiano, 29/03/2011).”
2) “Mentre i team di salvataggio nipponici cercavano superstiti e raccoglievano corpi tra le rovine di paesi distrutti dalle onde assassine, Shreveport ha aggiunto il suo nome alla lunga lista delle vittime della devastazione nipponica [...] il motivo per cui la Gm sta tenendo a casa i 2000 e passa operai di Shreveport [Lousiana, USA] è la mancanza di un pezzo che misura il flusso d’aria nei motori. La Hitachi è il leader mondiale di questi sensori e la fabbrica a Nord di Tokyo che li produce è stata danneggiata dal terremoto”.(Il secondo terremoto del Giappone - LASTAMPA.it).

2 commenti:

  1. Grazie per la segnalazione de "Il premio" e complimenti davvero per il post e le considerazioni sulle "due guerre" attualmente in corso. Tutto molto chiaro.

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  2. Grazie a Dio, noi abbiamo la fortuna di vivere questa fase storica col miglior Presidente del Consiglio degli ultimi 150 anni, con una autentica volpe come Frattini agli Esteri, un genio militare come La Russa alla difesa e un "colpo grosso" come Romani allo Sviluppo.

    Ross, io mi sto grattando a sangue.....a furia di toccar ferro sto ad arrugginire.....

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