domenica 10 aprile 2011

Show must go on...

Non so se anche ad altri è evidente che, negli ultimi 17 anni, più o meno, la politica è andata scomparendo dall'agenda dei politici. 
O meglio: la politica, quella che dovrebbe occupare tutta l'attenzione di governi e opposizioni, viene citata, dibattuta, commentata e qualche volta perfino tradotta.
Ma, nei fatti, non esiste più.
Esiste il Pdl, che non è un partito politico, ma una delle tante holding di intermediazione finanziaria, forse perfino con sede legale in qualche paradiso fiscale, il cui consiglio di amminastrazione si limita ad approvare ordini del giorno a maggioranze blindate (o comprate) e variabili in base al numero di azioni detenute dai soci.
Esiste il Pd. Di nome.
Nei fatti, è poco più di un ectoplasma che si ostina ad aggirarsi come uno spettro per il paese, indeciso se far paura evocando il proprio passato dall'oltre tomba o accettare il nuovo ruolo di fantasma che spaventa tutti i bambini al di sotto dei dieci anni.
Esistono i vari Udc, con nomi diversi, ma tutti disponibili a cambiare velocemente nome e casacca pur di esistere e avere una parte in commedia.
Esiste la Lega, il cui capo è l'Orco precipitato per errore da una fiaba scritta da quattro buontemponi in un pomeriggio al bar, fra un'ombretta* e una partita a scopa, e che nonostante le pessime intenzioni degli autori, ancora visibilmente sbronzi, passa sugli schermi televisivi come l'unico capolavoro politico scritto negli ultimi vent'anni. 
Poi ci sono i movimenti, cioè varie amalgame di persone che si uniscono su temi importanti e politicamente urgenti, che fanno da soli qualche manifestazione, di protesta o proposta, ognuna destinata a una sola grande rappresentazione e che ogni volta si discioglie per ricomporsi la volta dopo, con qualche ritocco nel nome ma sempre lo stesso (troppo) civile svolgimento: il palco, le bandiere, qualche cantante o qualche attore qui e là, cartelli con slogans ormai sempre uguali e mai troppo sguaiati.
Generalmente molto applauditi, molto ammirati, molto citati, e però totalmente ininfluenti sulle priorità degli amministratori del capitale umano e finanziario, che sono altre e ovviamente altrove residenti.
Però, ogni amministratore si riserva, ogni volta e comunque, il ruolo di applausometro post manifestazione.
Usa il copione standard e recita la sua parte con il moderato tono da bravo padre di famiglia, un po' padrone e un po' parroco di campagna, conteggiando lo sforzo altrui per farne vetrina pro domo sua, che lui è un saltimbanco e a credere a ciò che dice non ci pensa nemmeno: e se poi cambia il vento?
Ieri c'erano in piazza i precari.
Cui si sono uniti gli studenti, futuri precari.
Serviranno a rimpolpare qualche fiacco show tv alternando il tema cool degli immigrati, e qualche politico intervistato dirà che sì, lui è d'accordo, che se non c'è lavoro sicuro e a tempo indeterminato non si costruisce alcun futuro e bisognerà quindi, per forza, cambiare la legge.
Cambiare leggi, è la vera attività dei politici, hanno solo questa ambizione: metterci sotto (o sopra, o di fianco) il proprio nome per passare alla storia, quella che sono così impegnati a cancellare.
Infondo, rispettare le leggi vecchie, scritte da altri, in un tempo in cui alcuni barbosi comunisti credevano che la Costituzione fosse una cosa serissima, è un costo non più sostenibile in una società in cui la politica è obsoleta: non produce fama, non produce ricchezza ed è estremamente rischioso per la sopravvivenza del politico clown.
Chi lo pagherebbe altrettanto bene se fosse coerente, rispettoso delle leggi esistenti e onesto nelle intenzioni?
Meglio fare ogni volta nuove leggi così che tutti possano di volta in volta firmarle e vedersele approvate, ben sapendo che alla prima occasione se ne potrà fare un'altra nuova di zecca che nessuno di loro rispetterà mai.
Lo scopo dello show è mantenere se stesso e di garantirsi infinite repliche solo variando, qui e là, qualche battuta per adeguarlo alla bisogna della rappresentazione in corso.
Lo show, as we all know, must go on, and on, and on...

5 commenti:

  1. Poi c'è la figura del parlamentare, che ha subìto una trasformazione epocale (stavolta uso questo termine a proposito, anche se ultimamente viene citato a sproposito). Due eventi ne hanno determinato la trasformazione
    1) la nomina dall'alto nelle liste elettorali
    2) il diritto al vitalizio -lauto- dopo l'intera legislatura (e non più dopo due anni cinque mesi un giorno)
    In questo modo, il parlamentare è diventato la colonna incrollabile della governabilità. (ed è facile indovinare il perchè)

    (PS: non potrò mai perdonarmi di averti lasciata in asso su gmail...dai, sta casa aspietta attè...)

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  2. Analisi crudele, Ross, ma sempre più suffragata dai fatti. Io ormai guardo con tristezza la differenza abissale che intercorre tra il concetto di "gestione della cosa pubblica" quale dovrebbe essere (e che persino le democrazie più recenti riescono a rispettare) e quale si verifica da noi, dove tutto sembra ruotare solamente intorno agli interessi (ed a tutela) di una sola persona. E tutto questo da 17 anni in qua, dopo che per una cinquantina tutto era filato , se non liscio, almeno entro i limiti della correttezza istituzionale. Poi, il diluvio, dove al ragionamento politico si è sostituita la frase ad effetto, al ragionamento il rutto libero, alla dignità collettiva il singolo interesse. Con in più i due punti evidenziati da Francesco a peggiorare decisamente le cose (ed ai quali aggiungerei l'abuso dei decreti legge, che non sono certo una invenzione attuale, ma che negli ultimi tempi hanno preso il sopravvento come "corpus" giuridico, a detrimento delle funzioni delle Camere).
    La mia ultima speranza è la considerazione che prima o poi finirà: se caddero gli Zar, cadrà anche il piccolo Cesare, prima o poi. Spero in estate, dato che ci lascerà in mutande, e neppure delle più nuove.....

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  3. Francesco:
    Se la politica diventa professione, il parlamentare non è più tale in quanto, proprio grazie alle due ragioni che ricordi, non "parla" più.
    Non espone che il linguaggio aziendale concordato, consapevole che la ricandidatura, cioè il rinnovo del proprio contratto, dipende dalla fedeltà alle direttive aziendali.
    E non ci si illuda (ancora) che a questa regola di sopravvivenza si adeguino solo i dipendenti del partito azienda per definizione; vi si adegua ogni dipendente di ogni azienda partito.
    L'altra sera assistevo alladiretta sul voto agli emendamenti sul processo breve.
    C'è stato un intervento bello e pieno di passione di La Malfa, applaudito e dimenticato. Ormai, La Malfa, non rappresenta che se stesso, per questo (forse) è ancora capace di passione. Chi non sta agli ordini e alle direttive del gruppo cui appartiene, è fuori.
    Addio stipendi e benefit.
    E uno tiene famiglia, no?
    Mi viene in mente, mentre scrivo, quel parlamentare (area Pd, se ricordo bene)beccato con la prostituta a sollazzarsi fra cocaina e sesso in un albergo della capitale (naturalmente il suo ruolo aziendale era di garante della moralità e difensore della famiglia), il quale, a sua difesa, se ne uscì dicendo (più o meno)che dovendo stare lontano da casa doveva pur, in qualche modo, provvedere alle proprie necessità personali. Magari mettendole pure in conto spese di rappresentanza.
    Il the show must go on macina tutto e fa rientrare tutto nel copione. Che deve, come ogni buon copione, prevedere qualche digressione, un po' di piccante, un minimo accenno all'umanità (cioè al lato istintuale) dei vari soggetti.
    P.S. perdonato e in attesa di un invito nella tua sognata Home di sole e di mare...Purché lontana dal passaggio dei Tomahawk...

    Massimo:
    Non è la mia "analisi"ad essere crudele, è lo show cui contribuiamo ad esserlo, anche quando convinti di esserne solo spettatori impotenti (è solo il nostro ruolo in commmedia).
    Non è data la possibilità di chiamarsene fuori a patto di uscirne fuori.
    E per uscirne, è necessario interrompere bruscamente e per sempre, il ruolo di spettatori.
    Se anche dovesse cadere lo Zar, non è detto che lo show termini e potrebbe rivelarsi solo una svolta strategica per tenerci incollati alla sedia da cui osserviamo una rappresentazione che non pare avere (per ora) un qualsiasi end, tanto meno happy.
    Ragiovano ieri con un amico di come ogni new entry finisca per far parte dell'infinito Beautiful, anche quando all'apparire ha tutte le potenzialità per determinare la svolta che condurrebbe alla fine.
    Tutti vengono fagocitati, tutti vengono normalizzati e compresi.
    Ciò che sembra sfuggire è che solo un atto rivoluzionario può scomporre il quadro.
    E che ogni atto rivoluzionario, per darsi, deve essere collettivo e determinato a cambiare il panorama da cui prende forma.
    Insisto: finché non vi sarà la consapevolezza di quanto lo stare davanti alla tv sia stare insieme dentro alla tv, esserne soggetti determinanti, anche quando illusi di giocarvi un ruolo attivo e reattivo, lo show must go on.
    Un click, lo scatto di un pulsante, è un primo necessario passaggio (rivoluzionario) per uscire dallo show.
    E' morto Sidney Lumet. Speriamo torni a vivere con forza Quinto Potere.
    Diversamente, tanto vale non averlo visto o tantomeno capito.

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  4. Ineccepibile. Lo spettacolo è ad uso delle TV e queste sono sotto il controllo dell'egolatra brianzolo, e lo erano anche prima che governasse perché, a differenza degli zombie che l'hanno seguito nel modello televendita, lui sa usare il mezzo. Come osservi giustamente, da un lato c'è la puntata quotidiana del Reality Show, dall'altro l'esercizio della funzione del parlamentare ridotta a quella di un consigliere di amministrazione. Quella che chiamano "politica" si limita, quando va bene, a una contrattazione su qualche aspetto di un provvedimento da prendere per tirare a campare con QUESTO SISTEMA, come dei medici che si ostinino a questionare sulle cure da fornire al malato, senza rendersi conto che si tratta tutt'al più di un placebo da fornire a un malato terminale. Già sarebbe un sogno se in Italia si discutesse di alternative pur all'interno di questo "modello di sviluppo", se vogliamo chiamarlo tale, come per esempio si è fatto nei mesi scorsi su energia nucleare e sue alternative in Germania, con gli effetti sul voto amministrativo che abbiamo potuto vedere. Quel che stupisce è che nemmeno i "movimenti" si sognino di metterne in discussione seriamente le basi, eppure non sarebbero schiavi di quelle "compatibilità" che frenano i sedicenti rappresentanti del popolo istituzionali. Ma se non c'è nemmeno un accenno a una "utopia possibile", neanche puramente teorica però che sia a fondamento della propria azione, come linea di direzione almeno sotto il profilo etico, viene meno anche il più piccolo stimolo efficace a scuotere il moribondo dal capezzale. In questo, la politica è solo compromesso, e di bassa lega, e lo specchio fedele di quel che è il Paese. Quanto allo spegnere le TV quando di scena sono attori di tal fatta, sono perfettamente d'accordo con te e personalmente lo faccio sistematicamente da vent'anni almeno. E non ci sono Ballarò o Anno Zero che tengano.

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  5. Marco, a sistema attuale siamo condannati al declino: il sistema si basa sul trasferimento della ricchezza (misura del benessere di una nazione, PIL) e la ricchezza si sta trasferendo verso le economie emergenti, buon per loro, mal per noi. Dunque o si cambia sistema o il processo sarà inarrestabile.
    Però, come ho detto, la ricchezza sta nel trasferimento, dunque c'è ancora chi da noi si arricchisce con questo trasferimento di ricchezza altrove e costoro saranno più che ostili ad ogni cambiamento. Aggiungiamo una classe dirigente vecchia dentro (non solo anagraficamente: molti giovani sono più vecchi degli ottantenni) che non sa affrontare i problemi diversamente in modo originale.

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