sabato 18 giugno 2011

Der Wanderer (Il Viandante)

Der Wanderer è il nome di un lied (ma anche del noto dipinto di Friedrich qui sotto), composto da Franz Schubert nel 1816, che descrive la figura, presente quasi solo nel romanticismo tedesco, del viandante dello spirito che, abitato da un’inquietudine spazio-temporale, si sente ovunque straniero tranne che nel movimento che lo trascina da un luogo all’altro inseguendo la domanda: “Dove? ”.

I luoghi che di volta in volta raggiunge non sono mai punti di arrivo, ma soste dello sguardo su panorami che gli richiamano un “Where?” che è il suo nowhere.

Pur programmate (anche il suo corpo vuole riposo e cibo), le soste diventano ogni sera i luoghi temporanei di una meditazione sull’immenso e sull’impermanenza, luoghi di un percorso fatto di sentieri terreni e spirituali, mappe di un suo “Dove?” essenzialmente metafisico.

E’ il movimento fra i luoghi che gli consente di riconoscersi un’appartenenza al mondo, consapevole che nessun dove è un luogo definitivo ma tutti i dove sono sempre, anche, luoghi dell’anima.

Il Wanderer non è dunque un mero viaggiatore e non è oggi nemmeno più un vero viandante, nel senso che raramente si sposta a piedi e quasi mai lo si incontra armato di bastone da cammino, come vorrebbe la tradizione romantica tedesca.
Lo si riconosce anzi a fatica, in una società dal linguaggio impoverito che, presa dalla fretta di andare ovunque pur di affermare la propria esistenza, confonde il viaggio con la breve vacanza, nevrosi consumistica che si limita a incrociare incidentalmente le culture e i luoghi dove arrivano e subito ripartono gli aerei della transumanza in pausa produttiva.

Il viandante non ha un luogo preciso da raggiungere, anche se ogni volta ne stabilisce uno.
Il suo spostarsi è l’incarnazione di un archetipo, riconoscibile dal costante movimento geografico che riflette la tensione di una domanda, insieme fisica e spirituale, che lo conduce solo al centro di se stesso.
Il suo non è un vagabondare, ma un costruire tele di ragno che collegano luoghi esteriori a meditazioni tutte interiori.
Un muoversi non come fuga da sé, ma un cercarsi di chi trova nel movimento la propria condizione esistenziale.

Ho conosciuto recentemente un Wanderer del secondo millennio, un essere che a una prima veloce lettura avevo erroneamente scambiato per uno dei tanti viaggiatori da last minute compulsivi.

A rivelarmi il sottostante archetipo è stata la scoperta, anche questa fortemente simbolica, dell’attitudine al dono.
Ovunque egli arriva, porta con sé piccole cose che vengono da lui spostate da una parte all’altra del pianeta.

Piccole cose, tipo curiose confezioni di caramelle esotiche, micro statuine, pacchettini di spezie con scritte incomprensibili, oggettini di uso quotidiano fra gli indigeni dei paesi dove ha fatto un giorno una sosta e che trascina con sé solo per ridistribuirli come in un rito antichissimo e quindi iniziatico, finendo per collegare gli oggetti dai luoghi da cui provengono ai luoghi delle persone cui li dona. E tutti i luoghi, gli oggetti e le persone a lui, che continua a spostarsi da una parte all’altra del mondo tessendo trame che collegano i suoi percorsi geografici a tutte le persone che conosce e a tutte le sue pellegrine meditazioni.

Inevitabilmente, tutti i suoi percorsi geografico/spirituali sono strade di collegamento al suo centro di gravità permanenente (cit), punto di equilibrio fra la forza centripeta e quella centrifuga di un eterno vagare.

Doni che girano ininterrottamente per il mondo perché questo odierno Wanderer non si ferma in nessun luogo più che per una breve sosta trasportando cose prese chissà dove in altri chissà dove che spesso sono anche un chissà se.

Ho intuito in un paio di occasioni che alcuni di questi oggetti che preleva in giro per il pianeta, spesso non hanno un immediato destinatario ma sono, forse fin da subito, destinati a diventare futuri doni a persone che spesso ancora non conosce ma che prevede un giorno di incontrare.

Se il suo movimento avviene fra le regioni italiane, prende vini o tortelli o salumi da una regione per farne dono a persone che abitano in tutt’altra che incontrerà di lì a poche ore.
Se si sposta, sempre a poche ore dall’arrivo da un chissà dove, fra l’Italia e un paese limitrofo, carica l’auto in partenza di cose italiane da portare a conoscenti/amici/parenti oltre il confine e, da quel oltre confine, ripartirà altrettanto zavorrato di altre cose, oggetti, specialità alimentari che trasporterà fino a casa ma solo per ridistribuirli ad altri amici/parenti/conoscenti che raggiungerà, sempre di lì a pochi giorni, in altre parti dell’Italia o del mondo.

Costruisce una sequenza di movimento delle cose che diventano doni anche quando in realtà si tratta, come capita, di vere e proprie commissioni.
Gli acquisti per conto terzi mantengono in lui il valore di dono grazie alla disponibilità e alla gratuità del suo farsi mezzo di trasporto, indifferente e anzi spesso grato di poter smistare e ridistribuire oggetti o cibo da una parte all’altra del globo.

Qualcosa la prende per sé, è naturale.
Ma solo quel che gli basta per una sosta di poche ore fra una tappa e l’altra.

O forse anche, prevedendo doni di benvenuto a possibili altri viandanti che dovessero bussare alla sua sempre temporanea porta, fa scorte di oggetti che saranno un giorno linguaggio di accoglienza fra iniziati dell'erranza, i quali sanno il dono essere di per sé Parola, cioè Relazione.

Nell’inseguire il suo “Dove?”, questo viaggiatore della inner's land, intesse Relazioni fra punti geografici e persone lontanissime fra loro mentre compone in sé una visione interiore del mondo fatta di mille volti che vivono in mille diversi luoghi nei quali sopravvivono mille diverse culture tenute insieme dall’unicum della sua anima.
Si muove intorno al mondo cercando un "Where" in un eterno movimento in cui ha trovato un suo "How" rimanendo sempre al centro di se stesso.

13 commenti:

  1. Eccellente il profilo della figura ormai anacronistica del "Wanderer" che hai delineato magistralmente. Quel viaggiatore senza un where e un how prefissati, che con i suoi emozionanti resoconti dei suoi viaggi affascinava e calamitava generazioni di lettori impossibilitati ad imitarlo. Desiderosi di conoscere nuovi orizzonti, lo seguivano affascinati da quello che lui vedeva e trasmetteva attraverso l'animo del sognatore, di chi sa meravigliarsi.
    Ti devo ringraziare per avermi aiutato a ritrovare questo viaggiatore romantico, lo ritenevo scomparso per l'appiattimento culturale, l'insensibilità, il consumismo e la superficialità nel valutare i sani godimenti della vita.
    Questo nuovo ed attuale "Viaggiatore" che sa muoversi nella "inner's land", che cura con delicatezza e garbo le sue relazioni sparse "nowhere" in "a nowhere land" (cit.) , senza interessi venali, e con una inezia dona la chiave dei suoi sentimenti, delle sue emozioni di sognatore a chi sa interpretarle, penso che ci appartenga ma, purtroppo, è una rarità da scoprire.
    (Cara Ross, sono convinta che anche tu sia una Ms Reveries!!!)
    Just a hug

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  2. Danke vielmals!

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  3. Quanta emozione, in questo scritto! Ad ogni riga aspettavo il crollo alle miserie quotidiane, invece si vola alto, da quelle parti dove le utopie disegnano nuvole, e la pioggia che ne esce è colma di consapevolezza, di "si può fare". Viaggio che non serve a riempire della propria presenza un luogo, ma ad assorbire, da ogni luogo, quello che esso può regalarti, e con la consapevolezza di poterne fare poi dono ad altri.
    Meraviglioso: hai aperto una finestra da cui entra aria buona.
    Grazie, di cuore.

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  4. Cle:
    più che me, da ringraziare è il Wanderer cui mi riferisco. Il quale, essendomi stato ispirazione ed essendo quanto mai reale, mi ha ricordato che appena sotto le maschere che indossiamo per mimetizzarci nella banalità del quotidiano, in molti umani contemporanei si nascondono degli archetipi vivi e attivi nel nostro inconscio.
    Credo che spesso, per captare la natura di chi ci sta di fronte, dobbiamo solo imparare di nuovo il tempo lento, quello della riflessione e dei ripensamenti su ciò che incrociamo e spesso non ci diamo il tempo di cogliere presi come siamo tutti a rincorrere l'ultima news, senza accorgerci che siamo noi a dover trovare senso in ciò che ci accade e in chi incontriamo.
    In te, ad esempio, sospetto un'antica anima poetica che lotta per uscire e teme di farlo per la consapevolezza della brutalità del mondo che la circonda. Una specie di Emily Dickinson del secondo millennio. Giustamente timorosa del mondo ma ugualmente tenace e forte. (Non smentirmi, non riusciresti a convincermi che non è così...)

    Anonimo:

    Was ist schwer zu sagen, was offensichtlich ist? Vielen Dank ...


    Massimo:
    Grazie a te Massimo. Voliamo alti insieme, è il momento di osservare e vedere ciò che ci vive intorno iniziando almeno immaginare una vita che torni ad avere senso per il nostro essere più profondo.
    Pensa che vedo te come uno di quei marinai di lungo corso che hanno imparato la saggezza dal silenzio del mare e dalla furia delle burrasche incontrate (e non smentirmi nemmeno tu, che ho la mie convinzioni su tutti voi...)

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  5. Mi fa venire in mente il curatore del blog Io Non Sto con Oriana, non nei suoi scritti polemici, ma nei suoi lunghi e solitari viaggi:

    http://iononstoconoriana.blogspot.com/

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  6. Confesso che ci ho pensato un po' su, sono quella a cui hanno insegnato a contare fino a dieci prima di pronunciarsi su qualsiasi cosa.
    Non ti posso smentire: sono prorpio così. Solo che se dai a "timore" il senso di paura devo, però, correggere il tiro. Quello che sembra timore è solo equilibrio, forse precario molto spesso, tra wandering in the world around me and wondering of all that produces in me , tra fantasia e realtà.
    La paura non mi appartiene, ho imparato a prendere le distanze dal mio contingente per farmi una ragione di quello che mi sta accadendo.
    Forse è self control, però è sempre il risultato dell'equilibrio tra un innato protagonismo(insito in ognuno di noi)e il mio senso del limite della propria libertà.
    E', ormai il mio abito mentale in cui mi sento appagata e libera di navigare alla grande, cercando di fare meno danni possibili
    Love
    Cle

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  7. Cle:
    se per me ha un senso tenere un blog, è questo: trovare a volte commenti come questo ultimo tuo. Riuscire cioè, ogni tanto, a superare la fase onanistica dello scrivere in sé per trovare una strada di comunicazione con l'altro.
    Il "timore" cui mi riferisco non ha nulla a che vedere con la paura. Non a caso in quel commento dove scrivo "timore", scrivo anche "consapevolezza", "forte" e "tenace".
    "Timore" è un termine che in effetti si presta a interpretazioni diverse; per me, in questo contesto, è quello stato per cui una persona riesce a tener conto, contemporaneamente, della propria forza ma anche della necessità, appunto, di tenere adeguate distanze dal "contingente". Insomma, timore come strumento della saggezza, non della paura. Se mai, strumento della sensibilità e del rispetto di sé.
    Un equilibrio di forze che agiscono tenendo conto del mondo senza mai negare a se stessi gentilezza.
    Come vorrei a volte starmene con te, sedute in un giardino, a chiacchierare di mille cose, di noi e del mondo. Sento che potremmo raccontarci e trovarci...

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  8. Miguel Martinez:

    un gran bel abbinamento. Ho scoperto il blog Io non sto con Oriana tempo fa, trovandolo fra i tuoi link.
    Ora stimoli la mia curiosità di andarlo a "scavare" in profondità per trovarvi quei racconti di viaggio che già solo a vederli citati scatenano in me suggestioni da indagare...

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  9. Mentalmentebenvestita Ross, pensa che in un certo periodo della mia esistenza avevo persino preso in considerazione l'idea del concorso per guardiano di faro. Poi le cose della vita hanno preso un'altra piega ed adesso mi trovo a lavorare da solo in un ambiente isolato dal resto della sede. L'isolamento genera pensieri positivi, non fosse altro che per il fatto di consentirti poi di valutare nella loro pienezza fatti, idee e persone. Il lato negativo è che verso le persone diventi selettivo (e tu non sai quanto mi dispiaccia, tutto ciò!); ma il contraltare è che quando una persona gode della mia stima, è piena e totale, e questo mi arricchisce molto, spiritualmente. In fin dei conti, nessuno è un' isola, ma c'è differenza tra chi entra nella tua nuvola per rispettarla e chi ci entra per fartela scoppiare. "Get off of my cloud"....[© Rolling Stones]

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  10. Massimo:

    Cioè, alla fine ti sei comunque ritagliato un posto da "guardiano dal faro", ma con meno umidità e un po' di socialità in più?
    Però, pensa che bellezza starsene con ilmare di fronte e i Rolling Stones a volumi indecenti, invece che in una stanza isolata a cantare "Get off of my cloud".
    Sul Ross mentalmentebenvestita non ti smentisco: giusto "mentalmente". Realmente si va di casual estremo, spesso al limite dell'improvvisato.
    Che dici? Si fa un concorso "Dai un'immagine ai tuoi abituali commentatori?"
    Secondo me, visto che l'estate è appena partita, si potrebbe fare...Magari di là (ci penso)

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  11. Sono i casi della vita, Ross: eravamo un gruppo di sette, poi trasferimenti e pensionamenti mi hanno lasciato in uno. Ma non mi dispiace: tra l'altro dal mio loft non vedo, ahimè, il mare, che amo, ma uno scenario urbano accettabile, e nelle rare giornate limpidissime persino i colli Euganei.

    Sul "realmente" vestire, beh, se quando sale il controllore sul bus chiede di vedere il titolo di viaggio a me prima che agli altri (spesso) extracomunitarii, o se le forze dell'ordine mi hanno chiesto per ben due volte il permesso di soggiorno, un motivo ci sarà pure, o no? Mi sa che andrò a fare il guardiano del faro a Valona......

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  12. Massimo:
    beh, nelle giornate limpidissime in cui riesci a vedere i Colli Euganei, prendi i binocoli che magari ti faccio ciao-ciao con la mano...

    Che poi, seriamente, la vita è caso?
    E' una domanda cruciale che faccio a me stessa.
    Spesso mi rispondo che alla fine il "caso" finisce sempre per coincidere con il destino.
    Magari non alla lettera, ma sul più o meno ci siamo, secondo me...

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  13. Ciao Ross,
    Bella idea quella della chiacchierata in giardino. Sarebbe una bella "ventata di freschezza" sia per il ristoro dalla calura estiva ed anche perchè mi farebbe tornare indietro nel tempo. Quando da bambini,seduti sui freschi gradini delle case di campagna, ascoltavamo i "grandi" che raccontavano le loro esperienze. Le loro avventure giovanili, da studenti, soldati,prime partecipazioni ai comizi, primi amori etc.
    Cose ormai aridamente sostituite dalla "stupida" televisione che ci ha ormai schiavizzati.
    Buona giornata piena di gioiose esperienze
    Ross

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