martedì 5 luglio 2011

La notte della Rete

Non sarà una vigilia tranquilla per l’Agcom: sarà, piuttosto, “La Notte della Rete”.
Il 5 luglio, a 24 ore dall’approvazione della Delibera definita “ammazza-Internet” dai blogger italiani, artisti, esponenti della rete, leader politici, cittadini e utenti del web si troveranno a Roma per una no-stop contro il provvedimento.
Martedì 5 luglio dalle 17.30 alle 21 alla Domus Talenti a Roma ( via delle Quattro Fontane, 113 ) partecipa anche tu alla nostra mobilitazione. Fai sentire la tua voce!
Un'interessante riflessione sulla questione "Libertà della Rete", l'ho letta QUI 


"Qualcuno crede ancora che non vi sia censura al giorno d'oggi?[...]

Il popolo islandese è riuscito a far dimettere un governo al completo
; sono state nazionalizzate le principali banche commerciali; i cittadini hanno deciso all'unanimità di dichiarare l'insolvenza del debito che le stesse banche avevano sottoscritto con la Gran Bretagna e con l'Olanda, forti dell'inadeguatezza della loro politica finanziaria; infine, è stata creata un'assemblea popolare per riscrivere l'intera Costituzione.
Il tutto in maniera pacifica.
Una vera e propria Rivoluzione contro il potere che aveva condotto l'Islanda verso il recente collasso economico.
Sicuramente vi starete chiedendo perchè questi eventi non siano stati resi pubblici durante gli ultimi due anni.
La risposta ci conduce verso un'altra domanda, ancora più mortificante: cosa accadrebbe se il resto dei cittadini europei prendessero esempio dai "concittadini" islandesi?
Ecco brevemente la cronologia dei fatti: [...]
Leggi tutta la storia dell'Islanda di cui nessuna Tv (nemmeno europea) ha mai parlato, QUI...
Se stamattina fosse già stata operativa la delibera dell'Agcom "ammazza internet", nemmeno io avrei mai potuto (forse) condividerla e invitarvi a leggerla e condividerla.

Come fare, per difendere la libertà di condivisione contenuti in Rete e aderire alla Notte della Rete:
Copia/Incollato da Yes Political!

Alcune interessanti considerazioni le ho trovate QUI

11 commenti:

  1. "Sicuramente vi starete chiedendo perchè questi eventi non siano stati resi pubblici durante gli ultimi due anni.
    La risposta ci conduce verso un'altra domanda, ancora più mortificante: cosa accadrebbe se il resto dei cittadini europei prendessero esempio dai "concittadini" islandesi?"

    Qualche articolo di giornale sulla questione, in realtà, l'ho letto, così come un certo allarme si creò quando fu annunciata la possibilità che l'Islanda divenisse una specie di Tortuga di internet.
    Non credo ci sia stata nessuna censura in tutto questo (se ci fosse stata, io non avrei saputo nulla), ma semplicemente la situazione islandese doveva non sembrare così interessante agli italiani.
    Tutti questi eventi, spalmati negli anni, da soli non erano sufficienti a fare notizia e non apparivano eccezionali. Durante i mesi peggiori della crisi, quando le banche inglesi erano sull'orlo del fallimento, la nazionalizzazione di delle banche moribonde dell'isola atlantica sembrava normale amministrazione; la crisi del debito islandese (che riguarda direttamente solo Inghilterra e Olanda, l'Italia no) suscitava indifferenza davanti al disastro del debito greco, sia per questioni di consistenza, sia perché se fallisse la Grecia Germania e Francia (e dunque anche l'Italia) se la vedrebbero veramente male; la riscrittura costituzionale, infine, potrebbe interessare poco i nostri giuristi perché l'Islanda non ha mai avuto una grande rilevanza per la sua scuola di diritto.
    L'unica notizia che abbia avuto una certa rilevanza da noi è stata appunto la proposta islandese di deregolamentare la rete. E forse è questa la ragione per cui i promotori ripetono spesso il nome del paese atlantico...

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  2. Maurizio:
    sì, qualche articolo prima di questo l'ho letto pure io.
    La domanda è perché non ne abbiano parlato di più e meglio i maggiori quotidiani nazionali o le tv.
    O, se vuoi, com'è che riescono (tutti i maggiori media) a tenere impegnate le prime pagine sulla rivolta in Tunisia per giorni ma su altre notizie scivolino velocemente e sinteticamente.
    In questi giorni poi, volendo, è nuovamente scesa in piazza la Tunisia, perché non pare che vi sia una gran differenza fra vecchio e nuovo governo, e però non se ne parla che nelle pagine interne, poco e male.
    Non fanno notizia i fallimenti/tradimenti delle rivoluzioni che per giorni sono sembrate da imitare tanto ci avevano entusiasmato?
    Forse dovremmo rivedere il senso del termine "censura", magari applicandolo alla vecchia tecnica dell'oscuramento delle notizie poco gradite ai governi.
    Se poi torniamo all'informazione in tv, riescono persino a far scomparire dalle cronache della manifestazione dei No Tav di domenica, anche notizie solo apparentemente inoffensive.
    Tipo il numero di presenze ai cortei (alcuni, presenti, riportano cifre intorno ai 60/70.000 manifestanti; la tv riporta i numeri ridicoli della Questura, cioè circa 6.000 /3.000, dipende dalla tv).
    O a occultare il fatto che la stragrande maggioranza dei presenti, memori dei lacrimogeni di una settimana prima, indossassero a scopo protezione delle sane maschere antigas e che non fossero per questo solo fatto dei temibili (e immaginari) blackbloc.
    Censura è anche la pre selezione di notizie, il come le dai, il dove le fai passare e di cosa non parli.
    Che l'Islanda, in questo senso, sia una notizia "rivoluzionaria" persino (a mio avviso) più significativa delle "primavere" tunisine o egiziane (quella libica ha tutt'altra origine e tutt'altro scopo), a me pare evidente.
    Chi altri è riuscito a fare una rivoluzione simile non dico in Europa, ma nel mondo?
    E non è una notizia?
    Mi rifiuto di stare incollata agli interessi eurocentrici in gioco nel risiko dell'Fmi o della Bce.
    Vivo nel mondo, ogni notizia mi parla dell'umanità e ogni successo dell'umanità mi dice che è possibile sconfiggere la logica imposta dal potere delle banche.
    Perché mi dovrei occupare solo degli interessi che interessano ai media italiani?
    Le notizie vere sono quelle che rompono ovunque regole apparentemente impossibili da rompere.
    L'Islanda ne è una dimostrazione.
    Con o senza Notte della Rete.
    Al di là dell'uso più o meno importante che della notizia si può fare.
    Rimane una grande notizia, comunque.

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  3. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  4. In effetti si sarebbe potuto dedicare molto più spazio all'Islanda, che per me è il paradigma della peggiore irresponsabilità dei cittadini di una nazione democratica.
    In parole povere, i governi eletti dai cittadini islandesi, col pieno sostegno dei cittadini islandesi, hanno scialato le risorse pubbliche e si sono indebitati fino al collo pur di non costringere i cittadini islandesi a pagare più tasse o a rinunciare a qualche servizio: si è fatto esattamente ciò che fece Craxi da noi in Italia, cioè garantire il bengodi a debito, fino ad esaurimento.
    Poi è arrivata la crisi, il sistema che piaceva tantissimo agli islandesi ha fatto crack ed il governo si è trovato inseguito dai creditori. Qualunque lettore di questo blog, in questi casi, sarebbe costretto a pagare fino all'ultimo centesimo perché si troverebbe gli ufficiali giudiziari a casa per il pignoramento. Ma gli islandesi, con proteste di piazza, hanno costretto alle dimissioni il governo che fino a pochi mesi prima incensavano per le sue politiche suicide, costringendo il nuovo esecutivo a non pagare i debiti e dichiarare bancarotta, ovvero fallimento di Stato.
    Io sono un convinto democratico e credo che i popoli abbiano il diritto di governarsi da soli. "Honor onus", dicevano i latini, un potere è un onere: se si elegge il proprio governo, allora si è responsabili per ciò che fa tale governo. Gli islandesi hanno portato all'esasperazione l'infantilità che purtroppo sempre di più flagella le nostre società e si sono rifiutati di pagare il disastro che i loro rappresentanti hanno combinato.
    Problema delle banche? Non solo, ma anche di qualsiasi governo che verrà, visto che uno Stato irresponsabile fa molta fatica a trovare credito a buon mercato. Gli islandesi, da domani, pagheranno tassi di interesse stratosferici per i loro titoli e dovranno sottrarre risorse pubbliche a servizi e investimenti.

    Naturalmente uguro loro che si riescano a trovare soluzioni alternative, ma i precedenti storici non lasciano ben sperare. Sembra di essere in una sorta di Spagna seicentesca, dove si vive sopra le proprie possibilità, si combattono guerre globali a debito e si confida in una prosperità che si rivela ogni anno più precaria.
    Anche questo ci insegna la vicenda islandese, un monumento a questo nostro Occidente sempre più scriteriato. Temo che, più di censura, si debba parlare di autorimozione, sia da parte del mainstream (che tace), sia da parte di coloro che invece cercano laggiù un modello da imitare.

    Spero davvero di essere pessimista

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  5. Ne è venuto fuori un post, più che un commento...

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  6. Maurizio:
    (non ti preoccupare mai di scrivere dei post a commento dei miei post: mi piacciono le conversazioni senza limiti fatte con persone stimolanti).
    Poi:
    "In parole povere, i governi eletti dai cittadini islandesi, col pieno sostegno dei cittadini islandesi, hanno scialato le risorse pubbliche e si sono indebitati fino al collo pur di non costringere i cittadini islandesi a pagare più tasse o a rinunciare a qualche servizio:"

    Sarebbe come a dire che i politici condividono con i cittadini le loro scelte dissennate che hanno il solo scopo di non essere sgraditi ai cittadini tenendo sotto controllo i conti dello Stato(ammesso che sia così e secondo me non lo è).
    A smentire questa idea, che cioè uno Stato arrivi a indebitarsi fino a rischiare il fallimento solo per non scontentare i cittadini, rimane un fatto: perché lo Stato (islandese, spagnolo o greco che sia) trova corretto sostenere le banche in crisi di liquidità? Una banca è un istituto commerciale privato, alla fine. E dalle crisi di liquidità delle banche nasce in genre la cosa...
    Perché gli stati saldano i loro conti in rosso e per farlo decurtano (tutti) gli investimenti sullo Stato Sociale, sull'Istruzione, sulla Sanità pubblica?
    Prendiamo l'Italia, per stare a casa.
    Perché quando a rischiare il fallimento per bancarotta (cioè per avventurosi investimenti)sono i grandi gruppi, lo Stato corre in loro soccorso (la motivazione apparente è salvare i posti di lavoro)ma appena questi grandi gruppi hanno incassato minacciano di espatriare la produzione se non ottengono condizioni di lavoro ricattatorie?
    Qualcosa non torna.
    Immagino tu abbia seguito i vari documentari reperibili in rete sulla creazione del Debito degli Stati (e perché).
    Ti segnalo questo di Rai News, giusto per capirci
    L'Islanda non si è limitata, a quel che so, a fare la bella vita (?) finché ce n'era per poi scendere in piazza e prendersela con i poveri politici sostenuti fino a poco tempo prima.
    Ha riscritto la Costituzione affinché ciò che è accaduto non possa più accadere.
    E ciò che è accaduto, non è che "non hanno pagato i debiti", ma che hanno voluto una commissione di controllo che appurasse se quei debiti erano leciti (cioè derivati da operazioni lecite) o illeciti.
    Esattamente ciò che vorrebbe fare la Grecia, per gli stessi motivi e con qualche ragione.
    E se i politici contraggono debiti perché incapaci di leggere dei bilanci o perché correi alle macchinazioni di banche e finanziarie (o Fmi o Bce), li paghino loro, i debiti.
    I cittadini saranno anche ingenui ma non così idioti da non "sentire" che qualcosa non torna.
    Sulle loro tasche non possono gravare costi per investimenti dissennati o per meccanismi di contrazione del debito su cui non hanno alcuna possibilità di decidere e neppure di essere correttamente informati, prima che si contraggano quei debiti.
    Insomma, discorso complesso ma, in sintesi, la vedo in modo diverso.

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  7. (Attenzione a scatenare la mia logorrea! :D)

    Qui si tocca il nervo scoperto del governo democratico: il politico deve fare scelte impopolari per il bene futuro sapendo perfettamente che nessuno gliene renderà merito? A mio parere sì, quindi la volontà popolare non è un'esimente dalla responsabilità, ma certo è che la società civile è sempre corresponsabile delle scelte (almeno di quelle popolari) dei suoi governanti, anche solo perché li elegge.
    Non si può più ghigliottinare il Re perché tiranno e sciagurato e non ci si può più nascondere dietro a una testa mozzata/capro espiatorio.

    Le banche non sono società commerciali come tutte le altre, ma hanno uno status giuridico particolare, dove ad una grandissima mole di norme privatistica si affianca un'altrettanto grande mole di norme pubblicistiche. Gli Stati non vogliono e non possono permettersi una crisi delle banche nazionali.
    Per le banche passa il risparmio, cioè i soldi dei lavoratori, e da esse parte il credito, cioè la linfa dell'impresa. Se fallissero le banche maggiori, una buona percentuale della popolazione vedrebbe andare in fumo i risparmi di una vita e la maggior parte delle imprese fallirebbe.
    La quasi totalità della moneta nelle economie contemporanee è poi moneta bancaria: la moneta legale (il circolante) è una frazione minima della nostra ricchezza e un qualsiasi sistema economico che si fondasse solo su di essa tornerebbe a livelli settecenteschi.
    Infine, le banche prestano i soldi allo Stato (e quindi se non potessero più farlo lo Stato andrebbe in bancarotta, perché le nuove emissioni di titoli servono soprattutto a pagare i debiti scaduti) e sono titolari di debiti e crediti nei confronti delle altre banche, così che se ne fallisce una le altre vengono trascinate nel suo vortice.

    Uno Stato con i conti in disordine ha due modi per raddrizzare la barra. Il primo è l'aumento delle entrate, cioè l'innalzamento della pressione fiscale: l'Italia alzò le tasse nel '93 (quando c'era il rischio default) e nel '96 (per entrare nell'area Euro). Teoricamente questo sarebbe il modo di agire meno socialmente ingiusto, perché con la proporzionalità il più ricco paga di più e il più povero paga di meno e tutti contribuiscono, salvo evasione. Solo che i governi sanno che le tasse sono impopolari e gli economisti (a torto o a ragione non so) sostengono che le tasse rallenterebbero la ripresa economica.
    Il secondo modo è diminuire le uscite, cioè tagliare la spesa pubblica. Così si colpiscono soprattutto i più deboli (che non hanno più l'aiuto pubblico che serve loro) e i più poveri (che non si possono permettere di acquistare quei servizi sul mercato), ma manovre di questo tipo fanno molto piacere agli economisti del FMI.

    L'Islanda non ha pagato i debiti e questo ha avuto ripercussioni limitatissime per la minima entità delle somme. La Grecia, al contrario, è indebitata per centinaia di miliardi di euro con le banche di tutta europa. Le banche italiane sono esposte per una ventina di miliardi, così se Atene non pagherà tutti gli istituti esposti avranno grandissime difficoltà economiche e, quantomeno per salvare i correntisti (cioè i lavoratori italiani), lo Stato dovrà intervenire.
    Mettiamo che lo Stato dovrà contribuire anche solo per metà della somma (circa 10 miliardi di euro), sarà comunque una finanziaria da aggiungere alla manovra già in preventivo di 40 miliardi di euro. Possiamo permettercelo?

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  8. Maurizio:
    Intanto mi pare interessante il pezzo del Sole 24 ore di oggi sul tema
    Sei sicuro che le banche ancora oggi prestino soldi allo Stato? Ho qualche dubbio in proposito.
    Che se le banche saltano a rimetterci saranno i risparmi dei lavoratori (o ex) è certo.
    Quel che è altrettanto certo è che non mi pare che, soprattutto negli ultimi anni, un solo dirigente bancario abbia mai pagato di tasca propria per aver rifilato titoli spazzatura ai risparmiatori.
    Come dice il pezzo, poi, mi chiedo come sia che pur essendo l'Italia 5 volte più indebitata della Grecia (circa 4 miliardi e mezzo contro i circa 24 dell'Italia di cds) la Grecia stia sull'orlo del default (che faranno di tutto per evitare ma certo non per generosità della Bce o dell'Fmi)mentre l'Italia è appena bacchettata dalle agenzie di rating pur presentando una manovra che ha il solo scopo di coprire il debito dei cds in scadenza nel 2013.
    Come ci arriviamo fin lì?
    Ci arriviamo?
    E questa Europa ambigua e ipocrita decsritta qui come la giustifichiamo?

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  9. Le banche sono piene di titoli di Stato, come dimostrano anche la loro esposizione alla crisi greca e anche il fatto che a fare le spese del default islandese siano stati istituti olandesi e inglesi. Il debito sovrano è ritenuto il più sicuro e costituisce la garanzia di tutti i portafogli di investimento.
    "Quel che è altrettanto certo è che non mi pare che, soprattutto negli ultimi anni, un solo dirigente bancario abbia mai pagato di tasca propria per aver rifilato titoli spazzatura ai risparmiatori."
    La soluzione, allora, non è una deresponsabilizzazione collettiva, ma la responsabilizzazione (anche penale) degli operatori. Nuove regole che servirebbero a garantire la funzione sociale del sistema del credito (riconosciuta costituzionalmente) contro le speculazioni ad alto rischio.

    "Come dice il pezzo, poi, mi chiedo come sia che pur essendo l'Italia 5 volte più indebitata della Grecia (circa 4 miliardi e mezzo contro i circa 24 dell'Italia di cds) la Grecia stia sull'orlo del default (che faranno di tutto per evitare ma certo non per generosità della Bce o dell'Fmi)mentre l'Italia è appena bacchettata dalle agenzie di rating pur presentando una manovra che ha il solo scopo di coprire il debito dei cds in scadenza nel 2013. "
    Questo è parzialmente ragionevole, perché l'Italia è un paese molto più grande della Grecia, con un'economia molto più forte e con risorse umane e materiali che la Grecia si sogna: se dovessimo essere alla frutta, un'imposizione patrimoniale una tantum potrebbe tirarci fuori dai guai un'altra volta. Ciò che conta non è il valore assoluto del debito, ma il suo rapporto col PIL.
    D'altro canto tutte queste risorse superiori dell'Italia sono esclusivamente teoriche e servono solo a dare fiducia ai mercati del credito. La nostra economia si basa sulla fiducia circa la solvibilità e, finché l'Italia sembrerà solvibile, ci sarà chi le farà credito.

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  10. Vi ringrazio anch'io!

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