lunedì 8 agosto 2011

Trattoria con terrazza (e coniglio)

Una vecchia targa appesa all'angolo di una costruzione anni ’60  promette una anonima cucina casalinga.
Vogliamo un pasto ruspante, l'unica cosa che escludiamo sono i tavoli in formica e la tv accesa all’angolo del bar.
Parcheggiate fuori, tre/quattro auto.
Su una rete metallica, a lato dell’entrata, un cartello avvisa di una terrazza che nemmeno si intravvede.

La sala interna è praticamente vuota: una famigliola con bambini cena a un tavolo sul fondo.
Sulla sinistra, una porta aperta affaccia sulla cucina dove una donna spignatta indaffarata.
Vediamo una scaletta semi nascosta in un angolo, ma pare l’accesso alla toilette.
“La terrazza?”.
“Scendete la scala”.
Ecco...

Un paio di rampe: la prima è interna, e porta effettivamente alle toilette; la seconda è esterna.
Sull’angolo di ogni gradino un vaso di gerani ben curati.
Sbuchiamo dritti nel prato dove Alice (nel Paese delle Meraviglie) si addormenta prima di farsi grande grande, poi piccola piccola e incontrare il bianconiglio che corre guardando l’orologio e borbottando che la Regina gli farà tagliare la testa.
Un incredibile prato verde sul quale la prima cosa che notiamo è, appunto, un coniglio.
Spicca sul rettangolo d'erba perfettamenta rasata, metà bianco e metà nero, con due lunghe orecchie appuntite.

Poi spunta un gatto.
Un gattone rosso, lussuosamente pigro, che si aggira indolente fra i tavoli. Tavoli che sono tutti chiusi, tranne tre o quattro, sparsi a distanze civili e occupati da gruppetti di persone che cenano conversando con l'aria svagata di turisti in Provenza.

Nessun cameriere, nessuno che si affanni a pressarci verso un tavolo.
Ne scegliamo da soli uno sull’angolo, quasi a bordo prato, decidendo di sederci e aspettare: prima o poi qualcuno arriverà.
Ci guardiamo intorno.
Il perimetro è una selva,  armoniosamente composta, di oleandri rosa e bianchi, rose rampicanti o a gambo lungo, di ogni colore intervallate da piante di bambù, piante di sicomoro, cespugli di nocciolo dai cui rami vien voglia di rubare le nocciole giù mature ma ancora verdi, piante ben curate di salvia, di rosmarino, piantine in fiore più basse di Incarvillea, macchie di Aster rosa e viola e, dietro tutto, alti tigli e abeti a fare muro.
Qualche lampione crea una luce non invadente.

Si avvicina un signore, che immaginiamo il titolare: sui sessanta, magro, aria schiva, quasi timida.
“Vi fermate a mangiare?”
Torna con tovaglia rosa pulita, bicchieri, tovaglioli di tessuto, posate che dispone con cura e un coccio con candela che lascia a noi decidere se accendere o no.
Consegna due menù ben dettagliati e pieni di proposte di primi piatti, secondi, dolci fatti in casa.
Precede la lista un foglietto scritto a mano con “I piatti del giorno”.
Sui quali ci orientiamo.
Il coniglio continua a brucare spostandosi qui e là nel prato, decorandolo a sua insaputa.
“Metodo ecologico per tenere l’erba perfetta senza bisogno di tosaerba rumorosi e ingombranti”.
“Dovrei prendere esempio e tenerne uno anch’io”.
Tagliatelle fatte davvero in casa (non le finte fatte in casa che compri al banco del fresco al supermercato) con piselli dell’orto (veri); pollo dal sapore antico, arrostito in padella con olio,  rosmarino, uno spicchio d’aglio e salvia ; un assaggio di diffidente peperonata che si rivela invece un trionfo di equilibrio dai sapori distinti, senza allagarsi nell’olio né sbrodolarsi in eccessi acquosi; fagioli dell’orto, dal sapore pieno e fresco, stufati con appena un’idea di pomodoro e non naviganti nel sugo di cottura.
Un raboso in caraffa più che dignitoso.
Al pollo, il gattone si avvicina.
Tenta la corruzione del mio compagno di avventura lisciandoglisi addosso e allungando fiducioso una zampa.
Viene complimentato per essere gattescamente ruffiano, ma diffidato dal provare a corrompere.
Deluso, tenta la moina con me, che non cedo mai alla tentazione di dare scarti a gatti e cani mentre sono a tavola (la ragazza che viene a sparecchiare mi conferma che nemmeno loro sono contenti, se i clienti danno da mangiare al gatto).
Lui sta lì, con gli occhioni supplicanti..
Ogni tanto allunga la zampa verso la mia gamba finché, tenera ma decisa, chiarisco che è inutile insistere: non avrà nulla.
Mi sta comunque seduto a fianco, tranquillo, finché non termino il pollo. 
Poi se ne torna a gironzolare per il prato, macchia di fiero pelo fulvo nel verde.
Il coniglio intanto si è avvicinato e bruca foglie da una bellissima pianta con fiori fucsia di cui non so dire il nome.
Manca l'apparizione della Regina di Cuori.
O forse no.
Per il caffè ci alziamo, decidendo di prenderlo al banco, uscendo.
Il titolare porge il conto con gentile distacco: non aggiunge artefatte simpatie o battute ruffiane.
“E’ bello, il giardino”.
Il grazie è sommesso, con una nota di pudore.
Non prova nemmeno il sorriso della compiacenza che ai corsi di vendita ti impongono come arma letale sul cliente: non ne ha bisogno.
Nè di corsi di vendita nè di fingere sorrisi: è autentico, e quindi perfetto così.
Usciamo e ci fermiamo lì, sulla deserta strada in collina, ad ascoltare la sinfonia dei grilli e a chiederci se non sarebbe bello, abitare in un paesetto fuori mano dove il sabato sera puoi smaltire gli eventuali eccessi camminando fino a casa, magari faticando un po’in salita. 
O in discesa.
Sullo sfondo, le luci della città ci risultano aggressive, più che romantiche.
Intanto deve essere passato un temporale: le strade sono bagnate e schizza acqua sui vetri dalle pozzanghere.
Rientriamo intorno alle undici e mezza.
“Mi sa che vado a dormire” dice sbadigliando. “Sto crollando dal sonno”.

Alle tre e 15 stiamo ancora parlando.
Del mondo, di questa botta di verità cui ci costringe una crisi che non è di economia, ma di orizzonti.
Incapacità di dare un calcio alla fiaba malefica che ci ha imbalsamati nell’illusione che a dire chi siamo siano le etichette.
Di qualsiasi tipo, non solo quelle di oggetti e abiti.
La trattoria con gattone fulvo ci ha fatto riflettere sull’eleganza di una vecchia insegna “Trattoria, cucina casalinga”, che non sente alcuna necessità di rinnovare il proprio look e fa tosare l’erba a un coniglio, senza vantare ecologie posticce.
Ci è piaciuta la signorilità in quello sguardo schivo, cifra di chi fa il proprio mestiere senza sentirsi obbligato al marketing strizzando l'occhio ai potenziali clienti, non ammicca da un sito web e non espone un neon per vantare un giardino da fiaba.
Restando così fiaba autentica.
Ragioniamo sull'eleganza di un cartello appeso a una rete che chiama semplicemente “terrazza” un insospettabile curatissimo prato all’inglese, circondato da piante, alberi e fiori che non hanno nulla da invidiare a un giardino provenzale e sta invece qui, nascosto dentro e dietro un'anonima trattoria veneta, che si presenta con i vecchi muri a calce e propone una cucina casalinga rispettando alla lettera (e al meglio), la promessa.
Questo è per me il "successo": fare bene ciò che si ama e si sa fare, riuscendo a viverci onestamente.
Senza fronzoli e senza fanfare.
Senza rincorrere le mode fasulle dei cuochi firmati, della cucina fusion, del sushi bar, dei wine bar, dei coffee shop, della cucina creativa e della paccottiglia varia per cui anche mangiare è trendy.
E senza cadere nemmeno dal lato opposto, vantando agriturismi e cibi eco-bio solo per farti mangiare un onesto pollo al rosmarino o un piatto di tagliatelle con piselli.
Alle cose autentiche, è sufficiente il nome che hanno.
E vale per tutto.
In ogni parte del mondo.

4 commenti:

  1. E' la differenza tra sostanza e apparenza; signorilità e cialtroneria esibizionistica; tra reale e virtuale. Un paradigma di quel che sta accadendo: la famosa "crisi", che è sistemica, non congiunturale, e molto più profonda di una recessione pesante. Non potevi esprimerla meglio. Ciò che consola è che esiste anche un mondo vero, con cibi veri, persone vere, relazioni vere.

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  2. Bello Ross, bel post.
    Laura (che non riesce più a postare commenti con blogger)

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  3. Marco:
    "Un paradigma di quel che sta accadendo: la famosa "crisi"
    Lo stravolgimento di senso, inizia sempre con il cambiamento di senso delle parole.
    No?
    Se hai bisogno del wine bar e disconosci l'osteria; o vuoi mangiare all'agriturismo ma snobbi la vecchia trattoria di cucina casalinga, fai morire le osterie e le trattorie rincorrendo un mondo immaginario che chiami con un nome diverso ma è sempre lo stesso.
    Però diventa un po' finto, somiglia di più al film che hai in testa e soddisfa solo il bisogno di continuare a non volere alcuna realtà, solo l'immaginario e il virtuale.

    Laura:
    Grazie.
    Per i commenti su Blogspot, hai provato a pulire la cache?
    Avevo anch'io lo stesso problema tempo fa, e mi è bastato fare un po' di pulizia per non avere più alcun problema.
    Un salutone.

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  4. indirizzo!! almeno il paese!!

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