giovedì 29 dicembre 2011

Mandala

"Mandala è un termine sanscrito (letteralmente vuol dire cerchio o sfera).
Ben pochi sanno cosa sia effettivamente un mandala e per quali motivi i monaci si affatichino in un'opera che, senza esagerazione, può essere definita titanica.
Spesso questi disegni sono stati considerati dei semplici motivi ornamentali o, peggio ancora, li si è voluti leggere come una sorta di "diagrammi magici", dotati di non si sa bene quali poteri occulti.
La realtà è invece ben diversa e molto più profonda.
Dei tanti esempi fatti per spiegare ad un pubblico non orientale lo scopo e il senso dei mandala, forse il più semplice e chiaro è quello della carta geografica.

Pensiamo per un attimo a una mappa con le sue indicazioni, i suoi segni convenzionali, i suoi colori, i suoi nomi.
Se vogliamo viaggiare in territori sconosciuti dobbiamo consultare le nostre mappe. Banalizzando al massimo, potremmo affermare che un mandala assolve al medesimo compito di una mappa, solo che è una carta geografica del viaggio interiore, di quel percorso meditativo che conduce, o almeno dovrebbe, all'autentica realizzazione del sé.

Da un punto di vista più formale si deve dire che il mandala (Kyilkhor in tibetano), è un diagramma con al centro un cerchio e all'esterno quattro aperture o "porte", situate nelle direzioni cardinali. All'interno di questo schema generale si trovano solitamente rappresentati una divinità principale, a cui il mandala è dedicato, e una schiera di personaggi minori e di elementi simbolici collegati a quella figura del pantheon buddhista.

Esistono dunque innumerevoli mandala.
Ognuno esprime la personale energia della divinità principale che, sarà bene ricordarlo, non è un dio nel senso politeista del termine, ma una rappresentazione concreta e visibile di una determinata attitudine della mente; un archetipo primordiale presente da tempo immemorabile nella psiche individuale e collettiva dell'umanità.

Quindi, riprendendo il nostro paragone, il mandala è la mappa a disposizione di colui che intraprende la via della ricerca interiore per potersi orientare durante il suo non facile viaggio.

Il praticante viene iniziato dal suo maestro a "entrare" in un determinato mandala, a identificarsi con la divinità che siede al centro del diagramma, e, tramite delle opportune visualizzazioni, a "lavorare" con tutti gli oggetti e le figure simboliche che si trovano collocate nei vari punti del mandala stesso.
"Lavorare" significa venire in contatto con quelle energie psichiche espresse, tramite la forza del simbolismo, dalle figure e dagli oggetti presenti nel mandala.
Una volta stabilito questo contatto sarà possibile fare proprie quelle energie e usarle come una sorta di carburante per procedere lungo la strada.
Questo tipo di procedimento è, a grandi linee, il medesimo per tutti i tipi di mandala, che possono essere dipinti o fatti con sabbie colorate, pietre e chicchi di riso.
I mandala che non vengono dipinti sono creati per apposite cerimonie e poi distrutti con un gesto, il cui significato più evidente rimanda a uno dei cardini della filosofia buddhista:l'impermanenza di ogni fenomeno.

Era ovvio che un tale ribollire di archetipi, segni, cifrari subliminali finisse con l'attirare l'attenzione di quell'incredibile cartografo ed esploratore dei mondi interiori che fu Carl Gustav Jung.
Il grande psicologo svizzero studiò a lungo i mandala tibetani e, nel complesso, riuscì a capire le loro funzioni e i significati generali.

Secondo la teoria di Jung i mandala, nelle loro strutture collettive, sono immagini antichissime, patrimonio di tutto il genere umano fin dalle epoche preistoriche.
Forme mandaliche si trovano nelle più arcaiche pitture come nei sogni dei pazienti degli analisti, nel simbolismo delle culture tradizionali dell'occidente come in quelle dell'oriente.


Le sue ricerche portarono il padre della psicologia analitica a concludere che il mandala è un archetipo dell'ordine interiore, dell'integrazione psichica e dell'unità del Sè che appare spontaneamente, come naturale compensazione, nei casi di disturbi della personalità e di frammentazione dell'io.

Il buddhismo tibetano, anche se attraverso altri codici culturali, esprime concetti analoghi quando, tramite i differenti simboli e personaggi del mandala, conduce il praticante all'incontro con le principali energie che giacciono nel profondo della psiche.
Entrando mentalmente nel mandala il viaggiatore spirituale esplora tutti i livelli dell'esperienza psichica.

Può così ripercorrere il cammino che conduce dalla personalità ordinaria, scissa e frammentata da mille emozioni contrapposte, alla reintegrazione nella pura consapevolezza della primordiale unità interiore.

Il mandala di sabbie colorate non è e non può essere permanente:ieri è nato, oggi muore e domani altre dita amorose lo faranno rinascere.
Anche il mandala, come ogni altro aspetto dell'esistente, non può sfuggire alle inesorabili leggi della nascita, della morte, della rinascita".

Da "Tibet nel cuore" di P. Verni -

Per avere un'idea di come il mandala appartenga al mondo interiore di ogni persona, di come ogni mandala esprima sempre e solo un momento e una precisa disposizione psichica/emotiva del particolare momento in cui viene eseguito, un sito che ne raccoglie molti, tutti realizzati da persone diverse in diversi paesi e in diversi momenti della loro vita. Qui

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