domenica 22 gennaio 2012

Rumore bianco

La partenza è fredda e vagamente inquietante, come un neon al supermercato.

Il protagonista è un professore con una cattedra su Hitler, che gira con occhiali neri (per darsi un'aria convincente) e mette su peso per sentirsi imponente e avere così un corpo adeguato al ruolo.

L'ambientazione è asettica e rassicurante quanto un banco frigo o lo scaffale del supermercato, dove appunto il professore si va a rilassare fra le igieniche e lustre corsie, dove ogni cosa è al suo posto e ogni etichetta può essere letta trovandovi una confortante duplicazione all'infinito che lui trova quasi poetica.

La sua famiglia pare un insieme di vite sospese, in transito, scollegate fra loro.

E tutti – figli, genitori, fratelli - hanno legami doppi: altri padri, altre madri che stanno altrove – e sembrano tenuti fra le stesse mura dalla comune condivisione di uno spazio altrimenti vuoto.

La fuga di uno sconosciuto gas altamente tossico da un treno in transito alla vicina stazione, li riunisce tutti in auto verso un centro di raccolta.

E inizia ad aleggiare la morte.

E' questo sfondo ruminoso, quello in cui è occultato il pensiero fisso e inconfessato che spinge tutti a fare qualsiasi cosa pur di allontanarlo, il white noise del libro.

E' il rumore bianco in cui è nascosta la paura della morte, evocata dalla nube tossica.

Nube opprimente, contro la quale non è facile alzare difese logiche o scientifiche.

Quel sentimento rimosso, la paura della morte, è manifestato nell’ansia parossistica con cui l’uomo, dalla mente addestrata per essere pragmatica e scientifica, rassicura se stesso: vuole conoscere tutti i nomi di tutte le possibili malattie, tutti i nomi dei possibili sintomi, avere tutte le informazioni sui possibili effetti letali.

Sapere i nomi di malattie e cose lo illude di poter sconfiggere la paura, di poter far scomparire dai pensieri la morte.

I dialoghi diventano penetranti, intensi, pungenti.
I personaggi sembrano quasi le mille voci che si dibattono nella testa dell’autore/protagonista il quale, di volta in volta, pone domande cruciali al collega o alla moglie, l’ultima di una serie di mogli “piene di segreti” ma con il pregio, lei, di non averne (apparentemente) nessuno.

Tranne l’ultimo, quello inconfessabile e però dominante: la paura di morire.

Una paura che li tiene vicini e uniti, pieni di attenzione e dolcezza l'uno per l'altra.

La stessa paura che una delle figlie sconfigge con l’ossessiva informazione spulciata in ogni rivista medica.

Quella che il figlio affronta vestendo solo tute mimetiche o giacche catarifrangenti da protezione civile.

Quella che porta un’altra figlia a fare la figurante nel ruolo di vittima alle periodiche prove cittadine di evacuazione da possibili fughe di sostanze tossiche.

Vagano per la cittadina strani figuri che fanno test ultra specialistici che in realtà, più che rassicurare, creano nuove ansie.

Solo il figlio più piccolo, così piccolo da essere inconsapevole di sé, è esente da questa paura di morire.

Ed è lui, non a caso, l’alieno cui tutti guardano per trovare una qualche calma interiore.

Il padre ha bisogno di andarlo a guardare mentre dorme, per rilassarsi.

La madre si tranquillizza solo occupandosi di lui.

I fratelli lo osservano cercando di scoprire cosa lo incanti quando se ne sta assorto a guardare l’acqua che bolle in una pentola.

Un’ironia molto buddhista pervade il libro.

E un cinismo auto compassionevole, nel figlio e nel padre di lei, che improvvisamente compare una mattina portando con sé una sorta di concretezza che a tutti loro pare mancare.
C'è in loro, in questo strano figlio e in questo padre ruvido e sano, una amorevole ma disincantata attenzione per la propria e l’altrui precaria umanità.

Precarietà che non si può aggiustare, che non regge alle riparazioni nelle quali il padre è un esperto: può solo essere accettata.

Come la pistola che questi consegna al protagonista, il quale non sa come toccarla, dove nasconderla, cosa farne.

Verso la fine, alcune domande spiazzanti in un dialogo fra il protagonista e un collega/amico, preparano l’inaspettato e catartico finale.

Primo De Lillo e, se questa è la premessa, temo di dover proseguire dritta fino all’ultimo.

Il scrittura è precisa fino all’ossessione, gli aggettivi ricercati, catalizzanti, di quelli che hai voglia di starci un po' sopra prima di lasciarli andare.

Nessun commento: