mercoledì 25 aprile 2012

25 aprile: una Liberazione?

Non so come sia successo ma mi risultano eliminati gli ultimi 50 post.
Potrei anche averli cancellati io, magari senza accorgermi di aver flaggato ed eliminato non l'ultimo in gestazione, ma tutta la fila del primo elenco che compariva.
Va be', poco male.
Non sono forse io quella che del non attaccamento buddhista ne fa una bandiera?
Eccomi servita.
Mi spiace se, senza volerlo, ho cancellato insieme ai post anche i molti commenti, che a ben vedere sono sempre migliori dei post che scrivo.
Vero è che così, a botta calda, vedo in questa scomparsa di post una specie di segno del destino.
Da giorni infatti ragionavo fra me e e me sul  fatto che, anche gestire un blog può risultare un inutile spreco di tempo e di energie.
Se infatti un post parla di "cose mie", cioè descrive momenti personali o parla di libri letti, diventa solo un modo per dimenarmi nella vanità di esibire pubblicamente pensieri dei quali chiunque può fare egregiamente a meno.
Se invece scrivo di politica o su fatti di cronaca, i post a poco servono, se non a dirmi fra me e me delle cose che mi direi comunque e che, anche senza scriverle qui, rimarrebbero uguali e ininfluenti.
La differenza, quindi, fra lo scrivere ciò che penso in un blog e il raccontarmi le cose fra me e me, la fa chi commenta.
Solo il commento, cioè l'interazione di terzi estranei, fa di un blog qualcosa di vivo.

In questi ultimi giorni però, non ho nulla da dire.
Mi pare di aver già detto tutto, su tutto.
O forse sono così furibonda che mi auto censuro consapevole di aver forse troppo da dire.

Poi ci mancava questa noia funerea di un 25 aprile che pare la fiera dell'ipocrisia: fascisti che festeggiano la Liberazione dall'occupazione nazifascista e ex iscritti al GUF che pontificano sulla Festa di Liberazione come festa di tutti gli italiani: fascisti e antifascisti per lui pari sono: non ha forse quello che ha servito sia gli uni che gli altri?
Poi ha cambiato idea, d'accordo.

Il tutto mentre vanno al Vittoriano accompagnati dal terzo inquisito.
Il tutto mentre un nazismo strisciante e senza segni di riconoscimento si insinua progressivamente nel quotidiano fino a manipolare e alterare, come nella migliore tradizione nazi-fascista, ogni articolo della Costituzione e ogni legge dello Stato.

Non so se ho cancellato io gli ultimi 50 post.

Magari è stata una mano santa che ha provveduto per me alla cancellazione di ogni traccia dei miei pensieri prima che giunga il buio del pensiero unico obbligatorio.

Mi fanno ridere quelli che si dibattono in letterarie discussioni sull'esitenza in vita o meno di sinistra e destra; o sulle elezioni in Francia che se vince Hollande chissà che guai per l'Europa; o su se Grillo e il M5S siano o no l'antipolitica.
Il fatto stesso che esistano dei dubbi su cose così basilari per la democrazia, il dubitare che ogni cittadino abbia il diritto di presentare propri candidati e proprie liste (perfino un comico, sì, che peggio di ciò che fanno i tecnici non potrà comunque fare) è di per sé certezza della confusione su cosa sia una democrazia: il governo del popolo.

Dove, anche quando si tratti di democrazia rappresentativa, come in Italia, è il popolo a scegliere chi lo rappresenta in Parlamento.
Non il Presidente della repubblica.
Non i partiti.
Non i politici che ormai si autonominano giusto per garantirsi di non venir cacciati dal parlamento grazie a una legge elettorale che garantisce la loro sopravvivenza, ma non quella della democrazia.

E dove regna la confusione su questi aspetti minimi, basilari, della democrazia, avanza l'ingiustizia e diminuiscono sia la democrazia che la libertà.
I cittadini che contestano gli auto-nominati si devono invece ormai rassegnare a sentirsi definire anti-politici.
Quando va bene.

Bacchettati sulle mani come infanti dell'asilo, cui si devono insegnare le ave marie e i padre nostro, a chiedere sempre per favore e a salutare con un inchino la madre superiora.
Come se, a decidere cosa sia o non sia la Politica, fossero quelli che occupano il Parlamento da così tanto tempo da essersi ormai convinti che si tratti di "cosa loro", non nostra, non dei cittadini, i quali hanno ormai per loro la mera funzione di supporter nei talk show e se non garantiscono applausi non vengono inquadrati dalle telecamere.

Provo un senso di ripugnanza nel leggere continuamente gli inviti ad essere uniti nell'affrontare la difficoltà della crisi.
Provo vergogna sapendo che uniti già non lo siamo più, visto che se ne suicdano due al giorno e che se ci perdiamo per strada due cittadini al giorno vuol dire che ne uccidiamo di ingiustizia due ogni giorno.
E non si può dirsi "uniti", mentre si lasciano morire per strada quelli che sono in fondo alla coda perché, brutalizzati dall'ingiustizia, non hanno più la forza per sgomitare ancora per un altro ultimo diritto negato.

Eppure, gli italiani continuano ad avere fiducia - così dice un sondaggio di oggi - nelle tre più alte cariche dello Stato.
Cioè in quelle cariche dello Stato che a parole si dicono "preoccupate" per gli effetti della crisi sui cittadini ma non vedono che è già iniziata una nuova Resistenza che sta già lasciando una scia di morti che ci portiamo tutti sulla coscienza.

Avendone una, di coscienza.
Perché anche morire buttandosi da un quarto piano, in questo contesto sociale, è Resistenza.
Anche impiccarsi in garage, è Resistenza.
E' come vedere i primi partigiani che solitari scappavano verso i monti inseguiti dalle pallottole del vicino di casa improvvisamente fascista e giustiziere per il "bene della Patria".

Ma tant'è: c'è sempre quell'utile scappatoia dell'archiviare queste morti come "casi di depressione", no?
Come se un cittadino che si trovi a non avere più un lavoro, dei soldi per sopravvivere, dei debiti sul collo che non potrà mai più pagare, dovesse coltivare chissà quali slanci di fiducia in questa società schizofrenica e stronza, e dovesse avere chissà quali pensieri magici su un imprecisato futuro di cui nessuno vuole però sapere davvero niente.

Che pena.

Che pena non riuscire nemmeno a immaginarlo, un futuro.
Non riuscire ad avere più alcuna speranza, nessun sogno, solo un infinito lunghissimo immobile presente, dove ogni respiro è solo un respiro in più, un'esalazione colma di frustrazione e senza nessuna luce che filtri dal fondo del tunnel.

25 aprile 2012, e siamo in piena depressione economica: peggio del '29.
Depressione economica che non può che essere, inevitabilmente, depressione psico-fisica.
Clinica, perché oggettiva.
C'è una tale assenza di prospettiva vitale,in questa "gestione della crisi", da diventare inevitabilmente assenza di sogni e quindi impossibilità di ragionevolmente poter immaginare un futuro.
L'assenza di futuro, di un possibile altro migliore futuro, non può che tradursi in depressione e istinto di morte, cioè in un ultimo disperato appello alla vita.

Certo, non la misuriamo con gli stessi parametri del'29, questa depressione.
Così come non misuriamo con gli stessi parametri l'attuale Resistenza a suon di un paio di suicidi al giorno.
Vero è che a quella depressione si pose fine con l'avanzare del fascismo (e il primo pareggio di bilancio nel primo governo fascista) e l'ascesa di Hitler, salutato in Germania come il "salvatore della Patria", visto che la Germania povera post Prima Guerra Mondiale iniziò a conoscere un nuovo benessere economico proprio grazie alle politiche economiche del Fuhrer.
E pur di uscire da quella depressione, si finì per accettare tutto, si finse di non vedere e di non capire a quali prezzi si pagava la ripresa economica.

Qui, oggi, stiamo affondando nella stessa melma di un'ipocrisia che ci depriva di senso al punto da ridurci all'immobilismo, smosso appena dalla sotterranea consapevolezza di una tragedia in atto contro la quale però, ogni presa di posizione sembra farci più paura della tragedia stessa.
Mentre lasciamo dietro di noi un paio di suicidi al giorno, sembriamo dimenticare il fatto che ogni suicidio è sempre un atto d'accusa, spesso troppo grande per trovare un unico colpevole.

Così, chi ha la responsabilità precise in tutto questo, continua a raccontarci che dobbiamo sentirci felici perché fra 10 anni, grazie all'impoverimento generale programmato, andrà tutto molto meglio e non spende una sola parola, su questi nuovi resistenti, sconfitti in fondo proprio dalla truffa di una rappresentazione artefatta della realtà.
Parlano di crescita tagliando lavoro, stipendi, pensioni, ammortizzatori sociali e perfino sussidi ai disabili.
Tagliano le spese della sanità pubblica, aumentano tasse dirette e indirette e le accise sulla benzina per finanziare la Protezione Civile (ma le tassecosa le paghiamo a fare?).

Stanno cacciando chi vive di stipendio in un angolo in cui fatica a sopravvivere e chi un lavoro non ce l'ha più, cioè sempre di più, nella merda totale: niente lavoro, niente stipendio, niente assistenza sociale, niente di niente.
Però deve continuare a pagare cibo aumentato, bollette aumentate, tasse aumentate, medicine se sta male.
Come?
Ovvio: con la fiducia nel governo non eletto dal popolo e nella politica degli auto-nominati.
In più, sforzandoci di "restare uniti" per superare "insieme" la crisi.
"Insieme", in questo delirio di fantasia da matematico impazzito, significa che loro continuano a decidere su cose di cui non sanno niente e a incassare; e che chi perde il lavoro e quindi la capacità di provvedere ai propri bisogni essenziali deve farcela comunque a pagare le tasse e i servizi, da solo e possibilmente senza darsi fuoco in piazza.
Due al giorno, siamo ancora bravi.
Il giorno che la rabbia che oggi questi primi resistenti hanno rivoltato contro se stessi, si rivolterà contro di loro, sarà un gran brutto giorno.

Non so se questo post resisterà 10 anni.
Visti gli esiti di quei 50 spariti, il più vecchio dei quali era di solo qualche mese fa, ne dubito.
Di sicuro, fra 10 anni, avanti di questo passo, non avremo granché da raccontare o voler salvare in un blog.
Quindi, dato che per ora tutto mi sembra così terribile da non aver più voglia nemmeno di parlarne, considero la scomparsa dei post un segno, dicevo.
Cosa mi significhi non mi è chiaro.
Diciamo che ne ho per ora una vaga intuizione: e se fosse un invito a smettere?
Ci provo.

13 Maggio 2012 - Update

Grazie ai potenti mezzi di Google e alla cortese segnalazione di Miguel Martinez, ho ritrovato i miei post su Google Reader.
Salvati e copia/incollati, il senso del post rimane: i segnali di una imminente "fine" restano.

4 commenti:

  1. No: resisti! Almeno fin o a un minuto dopo che ci siamo liberati da questi individui spregevoli. Emblematica la trita celebrazione all'altare della Patria (ma che cosa c'entra il Milite Ignoto con la guerra di Liberazione?) officiata dall'ex iscritto al Guf che, in quanto tale, non poteva che riferirsi a TUTTI gli italiani. Compresi quelli di Salò e quelli come lui, riciclati al servizio delle forze alleate, sotto la Linea Goitica. Dunque le tre più alte cariche di questo Stato cialtrone: un presidente già fascista convertito in comunista (un percorso tutto in senso democratico, vero?), un fascista tout court, ma aggiornato al nuovo millennio, sdoganato da un impunito (per via delle leggi ad personam), infine un inquisito per Mafia, che di nome e di fatto fa Schifoni e ha per vice Rosy Mauro. Questo lo stato dell'arte: ridatemi Giovanni Leone! La speranza: l'ultima a morire. Tieni duro.

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  2. ... e io come farei senza leggerti e rimanere nell'ombra?
    ^--^

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  3. "Insieme", di questa colata d'amarezza della situazione attuale che cementifica in blocchi di distanza categorie sociali e umane, suona come un mantra inneggiante al paradosso...

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  4. mscaini
    Ma quanti "minuti dopo" devo aspettare?
    Quanto ancora tutti, dobbiamo aspettare?
    Vent'anni non sono abbastanza?
    E se mentre noi aspettiamo "loro" continuano a proseguire, quando mai arriverà, quel "minuto dopo"?
    Mi pare sia parte dell'incantesimo che ci tiene inchiodati sul presente, questo di "aspettare fino al minuto dopo".
    La prova della perfetta riuscita dell'inganno: ci tiene immobili a fare "Ohhh" ma incapaci di reagire.
    Siamo così assuefatti all'immoralità, all'ingiustizia, ai tradimenti di quel patto sociale che chiamiamo "civiltà", da spostare sempre più avanti, senza accorgercene, il confine invalicabile della decenza istituzionale.
    Mi chiedo e ti chiedo: siamo certi che questo "aspettare" non faccia di noi, in qualche modo, dei complici?
    E' una domanda che mi pongo spesso, per questo te la giro...

    Cle Reveries

    Cle, sai che sono orribilmente vanitosa: non tentarmi...
    In ogni caso (per fortuna), come dicevo, non tutto dipende da me

    Leira

    Paradosso?
    Non c'è forse uno stretto legame a tenere "insieme" vittima e carnefice?
    Non sono forse "insieme", fissati nella stessa immagine, il boia e il condannato?
    Si possono dare molte interpretazione alle parole, credo dipenda dai valori cui facciamo soggetivamente riferimento.
    E da quando la "comunicazione" è un mestiere creativo, il senso delle parole è stato saccheggiato dai pubblicitari e dalle agenzie di marketing.
    Quelle che, quando fanno un sondaggio, predispongono il campione così che i risultati siano in linea con le aspettative del cliente.
    Non importa cosa sia vero e cosa falso: basta che il cliente paghi e il consumatore abbocchi e compri.

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