lunedì 16 aprile 2012

A., come Attila

Il primo incontro di stamattina è stato uno scontro con A.

2 anni e mezzo, quando parla non si capisce un accidenti di quello che dice tranne che lo dice convinto, con un tono di voce e la foga di un Attila in miniatura.

Lasciarlo da solo, senza un adulto che monitori ogni suo minimo spostamento e sappia prevenirne le intenzioni, è garantirsi una devastazione ambientale molto vicina a quella prodotta dalla centrale di Fukushima-Daiichi: macerie e desertificazione ovunque transiti.

Ha una specie di triciclo di plastica, resistente a qualsiasi lancio dello stesso contro porte, muri, siepi.
Lui non lo pedala (roba da sfigati): lui lo trascina sulle mattonelle perimetrali del giardino facendo più baccano di una mitragliatrice in Afghanistan.

A proposito di siepi.
Quella che divide il mio giardino da quello incolto dei due sudditi adulti di Gengis-khan, appena inizia la stagione primaverile viene sbattuta con violenza per richiamare la mia attenzione e spennata di foglie, germogli e fiori, usati poi dal Rambo nostrano come mezzi offensivi da lanciare sistematicamente oltre cortina.

Non parliamo poi di palle e palline: ne ha una serie infinita, di ogni forma e dimensione, che catapulta oltre il muro verde per subito dopo dare la stura a urla e strepiti imponendomi un immediato recupero palla finendo per farmi sentire un cane da tartufo che reagisce a comando.

Stamattina, aprendo ancora in stato zomboide la porta di casa, sono stata accolta nella comunità umana da un urlo entusiasta di A., vero flagello per le mie aspirazioni a un mistico disciplinato silenzio da lunedì mattina.

Sfuggito all'attenzione genitoriale, mi è esploso nelle orecchie in un urlo di felicità mentre, sventolando mezza briosche frantumata che gli si era impiastricciata intorno alla bocca e sulla maglietta, mi si scaraventava addosso in un abbraccio a 40 decibel urlandomi, nell'orecchio ancora assonnato, solenni espressioni di passione totalmente indecifrabili.

Non fosse stato per l'intensità dell'abbraccio, gli avrei difficilmente perdonato l'essersi ripulito della marmellata sulla mia maglia, lasciandovi sopra un pastrucciamento di briciole e saliva impastate col muco che gli cola costante dal naso.

Mi ha colto di sorpresa, ecco tutto.
E questo fatto conferma in fondo le mie ipotesi: questo è destinato a diventare un grande comandante di un esercito di banditi.
Sa a istinto, che è cogliendolo di sorpresa che si annientano le difese del nemico. 

D'altronde, chi se lo aspetta che uno che ti bersaglia di palle i germogli delle rose, abbia in realtà solo una voglia pazzesca di abbracciarti?

Maschi!
Chi li capisce è bravo...
Ti defogliano la siepe e ti intasano il prato di palle, solo per farti capire che hanno una segreta e tenera passione per te.

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