lunedì 7 maggio 2012

Anestesia

Da Il Fatto quotidiano, blog di Alessio Liberati - 6 Maggio 2012

"Ecco un passo del libro del monaco Palden Gyatso (da Il fuoco sotto la neve, la voce di un monaco perseguitato dall’invasione cinese in Tibet, Sperling paperback, 1997), che rende l’idea di ciò di cui sto parlando: “… <<Confessi?>> latrò Liao.  <<Confessi?>> <<potete farmi quello che volete!>> urlai. Ero fuori di me per la collera, avevo perso il controllo. Le guardie mi legarono dietro la schiena con una corda, poi gettarono l’estremità della corda sopra una trave di legno. Tirarono la corda sollevandomi le braccia, storcendole, quasi strappandole dalle cavità articolari. Urlai. Cominciai a orinare senza controllo. Non riuscivo a sentire altro che le mie urla e le percosse <<potete farmi quello che volete!>> urlai alle guardie (p. 77) (…) Non aspettò la risposta. Staccò il bastone dalla presa e cominciò a premermi sulla carne quel nuovo giocattolo e il mio corpo sussultava ad ogni scossa. Poi, urlando oscenità, mi cacciò il bastone in bocca,lo tolse, menò un altro colpo. Tornò alla parete e scelse un bastone più lungo. Sentii che il corpo si spezzava a metà. Ricordo vagamente che una guardia mi infilò un dito in bocca per estrarmi la lingua ed evitare che soffocassi. Ricordo anche che un agente cinese corse fuori dalla stanza nauseato. Mi torna in mente come fosse ieri lo strazio delle scosse elettriche che mi facevano sussultare, persi i sensi e quando mi ripresi mi trovai in una pozza di vomito e orina. Avevo la bocca gonfia. Quasi non riuscivo ad aprire le mascelle. Con una fitta di dolore sputai fuori qualcosa. Erano tre denti. Ci vollero parecchie settimane perché riuscissi a mangiare di nuovo cibo solido. Con il tempo mi caddero anche tutti gli altri denti (p. 212)

Non c'è niente, niente! che giustifichi tutto questo.
Eppure lo accettiamo.
Quando ci scuote appena la coscienza, ce la caviamo con una opportuna manifestazione, a patto che non intacchi però mai la nostra coscienza profonda fino a farcisentire tutto questo come fosse il nostro stesso personale dolore.

Che si tratti di torture in Tibet o di cani sterminati in Ucraina, non fa differenza: ogni essere vivente è noi.
Se non comprendiamo questo, qualcosa in noi non va.
Se lo comprendiamo, e tuttavia passiamo alla notizia successiva, qualcosa in noi non va.

A forza di dividere (per globalizzare), ci hanno suddiviso la mente in così tanti scompartimenti stagni che non riusciamo più a riconoscerci come un unico corpo umano diviso in mille esseri appartenenti tutti alla stessa comunità umana.

Tutto è mera notizia, da digerire in fretta per passare ad altro.

Non sentire come proprie, come personali, le sofferenze altrui.

La nostra singola esistenza si trascina giorno dopo giorno come se solo il salvare noi stessi, o quel poco o tanto che possediamo, meritasse ogni nostro sforzo e ogni nostra attenzione.
Gli altri, l'altro, ci fa tristezza ma non ci riguarda mai fino in fondo alle viscere.

Eppure, come può non riguardarci?

La sua sofferenza è un monito, un avviso, un segnale che dovrebbe scatenare in ognuno di noi un istinto di sopravvivenza.

C'è il lavoro, c'è la casa, ci sono i "nostri problemi".

Non vediamo come ciò che oggi succede lì, lontano, può succedere qui, vicino.
Eppure ne abbiamo, di avvisaglie.
Sappiamo bene che o ci si salva insieme o, prima o poi, il nostro silenzio ci riserverà lo stesso destino del monaco, del cane o del suicida.

Non succederà, pensate?

E' già successo, sta già succedendo: Diaz, Cucchi e gli altri, rendition di cui non sappiamo niente che di notte e di nascosto portano prigionieri dai paesi "civili" verso paesi che consentono la tortura.

Sta già succedendo, ma non vogliamo saperlo.

Chi non è al centro del nostro sempre temporaneo interesse, conta sempre fino a un certo punto.

Qualcuno mi dice che non si può stare a pensare sempre a queste cose, che non ci si può fare niente, che l'ingiustizia e la brutalità umana sono sempre esistite.

Quando sento questi discorsi, ho come la sensazione di vivere fra persone che recitano una parte, quella che di volta in volta è richiesta dal copione del perfetto civilizzato occidentale: dimostrare empatia per la sofferenza altrui va bene, è un "dovere sociale", ma non a tempo pieno, che c'è bisogno anche di socializzare allegramente insieme, dopo.

Mi chiedo come si possa, come si faccia, a pensare a divertirsi con qualche innocua cazzata sapendo che in quello stesso momento c'è un essere umano che viene torturato, qualcuno di noi che sta subendo lo stesso trattamento subito dal monaco tibetano Palden Gyatso.

Potrebbero trucidare (e lo fanno) intere popolazioni, sterminare tutti i cani del mondo e ancora qualcuno rivendicherebbe il proprio diritto ad "allegerirsi lo spirito" con qualche cazzata perché "non si può stare a parlare sempre di queste cose".

Non c'è niente, niente!, che possa giustificare un simile atteggiamento.

Un cane, quando sente in lontananza un altro essere che soffre, che sia un altro cane o un passero o un uomo, guaisce di dolore insieme a quell'essere.

Un essere umano civilizzato, ha troppe cose da fare per partecipare al dolore inflitto a un suo simile per più di mezz'oretta la settimana.

Non è colpa sua: recita le molte parti che gli sono richieste dalla società civilizzata.
Che è una società anestetizzata.
E' questa anestesia emotiva, questa specie di empatia a tempo per cui va bene scendere in piazza ma per non più di mezza giornata, o si soffre a tema e solo per un tempo circoscritto, ciò che chiamiamo "civiltà"?

Non so convincermene.
Non so comprendere.
Non c'è niente, niente!, che giustifichi un simile atteggiamento.

A parte una pericolosa, letale, anestesia emotiva.
Della quale, forse, siamo inconsapevoli vittime.
Non fosse che ne siamo inconsapevoli, saremmo spaventosi.

8 commenti:

  1. Meraviglioso.
    Meravigliosa tu, che ci proponi questo esempio di Umanesimo che è alla base anche del Bodhisattva. Mi hai fatto ricordare una frase del [a me] caro Eugenio Montale, quella che dice: "non si nasconde fuori dal mondo chi lo salva e non lo sa: è uno come noi, non dei migliori".

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    1. "è uno come noi, non dei migliori".

      Ah ah ah...
      No, non dei migliori.
      Quasi mai dei migliori.
      Pensa che ieri sera, vedendo l'intervista alla sorella di Di Pietro, Concetta, su Servizio Pubblico, consideravo che c'è più saggezza Zen nel suo dito mignolo di quanta presuma di averne io, affetta da aspirazioni alla buddhità.
      Regolarmente toppata.

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  2. Inconspevoli? Forse. Sicuramente ignavi.
    Tutto quello che costa la fatica dell'ascolto e lo sforzo della compassione si preferisce evitarlo. Non ascoltare è scelta...il non vedere solamente conseguenza.
    E' vero, non esiste giustificazione e non esiste scusa, che non sia il divenire. Però anche in questo l'essere umano è l'interprete. E sua è la scelta.
    La lettura di questo notevole post provoca sdegno, che da solo forse non serve, è vero, ma aiuta a crescere.
    Possiamo scegliere cosa ascoltare, questa è la nostra prova, ammesso che ce ne sia una, come camminiamo la vita, quanto riusciamo a cogliere della realtà complessa ed unitaria che ci circonda.
    Possiamo essere terribili ma anche meravigliosi e quasi sempre gli interpreti si trovano, contemporaneamente, sul medesimo palcoscenico.
    Un abbraccio Ross.
    Namastè

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    1. Già, un equilibrato impasto di Yin e Yang costantemente manipolato con sovrastrutture pseudo civili/culturali che tendono a esaltare ora l'uno ora l'altro, mai entrambi.
      La fatica più infida è oggi tornare a sé, riconoscere a se stessi la propria ambigua natura trascendendola, senza alcuna sceltae senza alcun obiettivoprefigurato.
      Solo il silenzio interioreci salva.
      Ma è per alcuni così spaventoso da soffocarlo sul nascere.
      Credo sia in questa censura che cresce l'anestesia emotiva di questa schizofrenica supposta civiltà.
      Namastè.

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  3. "21st Cenntury Schizoid Man" era un pezzo dei "King Crimson" del 1969 che mi sembra adeguato come commento al tuo post. Sempre più delle monadi. Ma il male del mondo ha sempre colpito l'uomo soltanto quando lo riguardava o gli era molto prossimo. E' sempre stato così, credo. Ma credo anche che l'anestetico, probabilmente fornitoci dalla stessa madre natura, sia diventato negli ultimi tempi così potente da ottunderci del tutto.

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    1. La "natura" non ci fornisce che dei mezzi, mai però "anestetici.
      L'anestesia emotiva, poi, è esclusivo prodotto umano: la natura se ne frega proprio di ottunderci.
      Siamo così bravi a ottunderci da soli ch lascia fare.
      Come pezzo, quello che citi decsrive certo un mondo di subumani anestetizzati.
      per questo non mipiace e, come antidoto, trovo non vi siano pezzi migliori dei vecchi Across the Universe o di Because e Imagine.
      I Beatles hanno almeno provato a indicare una strada per tornare compiutamente umani..

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  4. Mi piaci quando ci offri il tuo cuore, incoraggi a riflettere. Come esseri umani abbiamo preso per troppo tempo le stesse "medicine". Anestetico per non voltarsi indietro, soprattutto, se dalla preistoria si è sempre detto "che non si può stare a pensare sempre a queste cose, che non ci si può fare niente" continua la terapia dell'uomo delle caverne.
    "l'ingiustizia e la brutalità umana sono sempre esistite", è l'incoraggiamento a preservarsi per continuare la specie , la raccomandazione a Lot di non fermarsi e non girarsi perchè ha il dovere di salvarsi.
    Ora questo discorso non può essere valido, non si può andare avanti "per copione", siamo civili al punto di saper interpretare e decodificare le nostre memorie ataviche. Nei millenni ci hanno insegnato molte cose e abbiamo dimenticato a guardarci dentro. Non serve solo ipocritamente "interessarsi" di un problema e poi con una buona dose di vecchio elisir dell'oblio continuare ad essere un uomo come lo vuole la civiltà di massa.
    Crogiolarsi nel "che ci possiamo" fare di molti, è un drogarsi per continuare a danneggiare chi ci sta vicino.
    Penso che non ci vogliono atti esteriori eclatanti, attivano solo i meccanismi perversi di strumentalizzazione dei potenti, ma cominciare ad interiorizzare e lavorare all'esterno, parlandone solo quando ne siamo veramente convinti. Così come sappiamo fare nel nostro piccolo, parlandone ai nostri giovani, esprimendolo anche solo a gesti, senza urlare sempre, inventare nuovi modi di approccio, loro sono sempre molto vulnerabili come lo eravamo noi, ma hanno bisogno di nuovi schemi:sono del FUTURO, non della preistoria.
    L'empatia ci è stata inculcata in dosi massicce, tanto da esserci letale!
    Scusami Ross se sono "lunga" ma teng'o core scicur scicure!

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    1. Grazie Cle.
      L'anestesia temo abbia soloun antidoto: la'accettazione dell'altra faccia della gioia.
      Non quella beota che ci imponiamo perché socialmente adatta a rappresentarci ai nostri simili; quella che è autentica solo se conosce la sua ombra, cioè il dolore.
      Non per coltivarlo, per sapere che senza il dolore la nostra umanità è persa.

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