domenica 11 dicembre 2011

Tibet

Realismo è osservare le cose come sono.
Non ammette speculazioni di tipo filosofico o metafisico, il realismo.
Non concede alla mente divagazioni che esulino da ciò che si vede e si tocca.
Eppure, ognuno di noi, insieme a ciò che vede e tocca, "sente", intuisce, percepisce, altre forme della realtà, più sottili.
Sarebbe impossibile, se così non fosse, dare risposta a tutte le domande che la vita pone.
Così, pur consapevoli che un sogno è un sogno, cioè un prodotto dell'immaginazione e della mente diverso dalla realtà che si vede e si tocca, cerchiamo nei sogni notturni tracce della nostra esistenza reale e diurna.
E ci risulta impossibile, osservando il cielo, la luna, le stelle, non immaginare che possa esistere qualche altra forma di vita.
Spesso, una religione, basa il proprio credo sulla certezza di una realtà altra, superiore, che sta in un altrove di cui non si sa nulla. 
Ogni forma religiosa si basa inoltre sulla certezza che il senso della vita e delle azioni umane hanno anche un valore spirituale, un valore che va oltre ciò che si vede e si tocca, che significa più del realismo spietato della materia.
Il buddhismo ha le sue fondamenta sul concetto di reincarnazione.
Per questo ogni gesto, ogni azione, ogni pensiero, non è nel buddhismo privo di conseguenze: determinano il karma, un legame indissolubile con le conseguenze di quelle azioni. 
Non ho mai avuto una gran passione per il realismo, nemmeno al cinema. 
Mi sento invece attratta dalle suggestioni che ogni religione evoca, nessuna esclusa.
Il buddhismo ( e, come ho già avuto modo di dire altre volte, non sono una praticante, né buddhista nè di alcun'altra forma religiosa) è, a mio avviso, una delle più interessanti da questo punto di vista: fa dell'osservazione della realtà un punto cardine.
E la realtà, per il buddhismo, è tutto ciò che c'è, il visibile e l'invisibile.
L'uno e l'altro insieme, un tutto unico e inseparabile. 
Tiene per questo conto di ogni minima cosa, di ogni più piccolo aspetto della vita.
Di quella che si vede e si tocca; e di quella che ancora non si è manifestata ma che si manifesterà, in quanto inevitabile concatenazione karmica dell'universo.
Indaga a fondo non solo tutte le manifestazioni della quotidianità, cioè della vita; ma stila minuziosamente ogni più piccolo dettaglio del passaggio verso quel cambiamento di stato (così è considerato) che chiamiamo morte.
Perché, credendo nella reincarnazione, ritiene fondamentale conoscere non solo le regole per una buona vita, ma anche quelle per una corretta e buona morte.
Servono, questi insegnamenti, per condurre l'anima verso la successiva reincarnazione; servono ad evitare che l'anima, nel passare fra uno stato e l'altro, rimanga "incastrata" in uno stato di "non-vita", che per il buddhismo è la vera dannazione dell'anima.
Una cosa di cui poco si parla, quando si parla del buddhismo tibetano (diverso in alcuni aspetti da quello giapponese o indiano ect.ect.), è che ogni lama, ogni capo spirituale, per essere tale, deve essere riconosciuto, con estrema minuziosa precisione, dal lama che l'ha preceduto.
In questo articolo, si parla di ciò che è successo al futuro capo spirituale del Tibet, a quel bambino che l'attuale Dalai Lama ha riconosciuto essere il suo futuro successore come capo spirituale di quel paese.
E ci fa capire come stroncare una cultura, manipolarla, alterarla, sia alla fine (sempre), il modo migliore per conquistare un popolo.
Interrompere, alterandolo, un processo di trasmissione di conoscenza, assicura che in un paio di generazioni, quella che oggi è la realtà psico-emotiva di quel popolo, diventi...leggenda.
Cancellata, priva di riscontri storici che la confermino una realtà del passato, non ha più alcun valore come "radice".
Per capire quali sono le reali intenzioni della Cina realista verso il Tibet, bisogna conoscere la storia del rapimento di Gedhun Choekyi Nyima .
Senza capire questo, ogni altra cosa rischia di diventare poco comprensibile.
Se guardiamo i filmati (pochi) che passano alla tv in questi giorni, dove vediamo alcuni giovani tibetani appiccarsi il fuoco, distruggere negozi e attività sviluppate dai cinesi han, che hanno colonizzato commercialmente il Tibet, viene il sospetto che questi tibetani abbiano poca riconoscenza verso il "realistico progresso" portato loro dalla Cina (e molti lo scrivono).
Quello che sta davvero succedendo, è che quei giovani tibetani, sono già orfani di una parte di sé.
Sono quella generazione di tibetani che, per primi nella storia del Tibet, sono cresciuti studiando a scuola il cinese, non il tibetano.
A cui è stato insegnato che non esiste la reincarnazione, a cui invece ancora credono i loro padri.
La loro rabbia, quella che li porta a commettere atti di vandalismo nei confronti delle attività commerciali cinesi o a immolarsi in segno di protesta, è l'ultimo grido di chi sa che ha nelle proprie mani l'ultima possibilità di riconoscersi come figlio della propria terra, successore dei propri antenati.
I loro figli, quando nasceranno, avranno, se non recuperano la libertà di trasmettere loro questo sapere, un'idea del mondo molto povera di suggestioni.
Non solo più povera perché privata di una tradizione filosofico/religiosa, ma più povera nella percezione di se stessi.
Ciò che mi colpisce, leggendo dei monaci che si danno fuoco per chiedere la libertà di essere ciò che sono (cioè monaci), è l'indifferenza di ogni altro religioso.
Mi stupisce che non sentano i nostri preti cattolici, ad esempio, quanto sia importante far propria la protesta tibetana.
Consentire che tutto questo accada nel silenzio delle loro voci, è come sentire il loro voltare la testa di fronte alla realtà dei fatti.
Succedesse a loro, di venir impediti a credere a ciò in cui credono, starebbero in silenzio?

Lasciamo che muoia il Tibet e il Buddhismo tibetano per far spazio al "realistico" mercato cinese in Tibet?
Se non facciamo nostro il diritto di questi monaci di continuare a tramandare la loro tradizione, lasceremo morire un pezzo fondamentale della storia umana, non solo una delle più importanti filosofie religiose.
Non protestare con loro, è consentire che i bambini tibetani diventino adulti senza che della loro cultura e delle loro tradizioni rimanga più nemmeno il ricordo.
Saranno, come ogni altro figlio del progresso e del realismo spietato del mercato, consumatori, lavoratori sottopagati dai cinesi, che del vivere sul mistico attuale tetto del mondo, avranno solo tutti i danni dell'occidente.
Senza nessuna cultura che sorregga la loro consapevolezza di appartenere ad una delle più belle religioni, all'ultima filosofia esistenziale che l'uomo conosceva prima di diventare solo un consumatore. Se muore il Tibet, muore "l'ultima maglia di una catena che ci lega alle civiltà del passato e alla loro conoscenza dell'anima umana".**

* questo post è del marzo 2008 e l'ho scritto nei giorni delle Olimpiadi cinesi, quando la repressione in Tibet

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