martedì 29 maggio 2012

Una giornata anormale

A sembrarmi "strano" non è stato tanto il terremoto, con tutto quel che significa a livello di straniamento.

"Strano" è stato il continuare oggi a vivere la vita di ogni giorno, come se fosse normale lavorare, fare la spesa, fare il bucato o lavare i piatti.

Questo continuare la vita di sempre, mentre una paura controllata mi annebbiava la mente e mi contraeva lo stomaco, quasi a prepararmi in ogni istante a una prossima scossa, è stato come vivere due vite parallele: una da umana spaventata e l'altra da sub-umana alienata.

In sottofondo, penso da stamattina a come si sentano le persone costrette ad accamparsi in tende di fortuna, a mangiare pasti forniti in serie e a dover fare la fila per andare in bagno o per lavarsi il viso.

E' tutto così terribile.

Il mio aver oggi vissuto la vita di ogni altro giorno, mi pareva quasi un tradimento, un vivere una vita a parte rispetto ai miei simili sotto le macerie. Come se ciò che succedeva a migliaia di persone, delle quali non oso immaginare la disperazione e il dolore, non mi dovesse riguardare.

Invece mi riguarda.
Potrei essere io, uno di loro.
Potrebbe succedere a chiunque, di essere loro.

La paura provata stamattina ancora la porto addosso.

E sono comunque a casa, ho cucinato ciò che mi andava di mangiare e ho a un paio di passi un bagno tutto per me.

Non so immaginare stress più devastante del dover vivere da sfollato, senza una data di fine tormenti e con la terra che ti continua a ballare sotto i piedi ricordandoti come non tutto dipenda da te, che non sempre basta la volontà a cambiare una situazione.

Sono quei momenti in cui realizzi quanto siamo tutti piccoli, fragili e indifesi, di fronte a forze della natura che ci sovrastano e che determinano i nostri destini.

Sono qui a pensare che non è stato normale, vivere una giornata come quella di oggi come fosse una giornata normale.

E' questo che più di tutto mi sembra "strano".

Intanto fuori si sta avvicinando un temporale, con tuoni in avvicinamento e vento.

4 commenti:

  1. Anch'io non so immaginare stress più devastante del vivere da sfollato (e chissà per quanto tempo poi). Io che sono una che si è sempre rifiutata perfino di andare in campeggio per tre giorni e in vacanza, l'idea di perdere la casa, tutte le mie cose, non poter avere il proprio bagno, il divano per rilassarsi, tutto il mio mondo. E' angosciante solo a pensarlo. Ed è strano infatti vivere la propria vita mentre a pochi passi accade tutto questo. Proprio come dici tu.

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  2. Tutta questa sensazione "strana" fatta di sensi di colpa, tormentata voglia di continuare la solita vita sapendo di essere realmente in un'altra realtà, ma non volerla accettare io l'ho identificata come istinto di sopravvivenza. Si fa strada dentro la nostra coscenza, ci aiuta a non farci soccombere e ci permette di comprendere per aiutare, o quanto meno non essere d'intralcio. Contribuire ad alleviare tutta la sofferenza umana della cui esistenza siamo sempre consapevoli, ma che ci coglie sempre impreparati quando ci guarda negli occhi.
    Se non ci fossero questi momenti pieni di sensazioni controverse non ci sarebbero stimoli per essere solidali con chi soffre.
    ... forse è il caso di stringerci tutti in un abbraccio, anche se purtroppo solo virtuale, e farci coraggio per riprendere la nostra strada fatta di "normalità".

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  3. Questi sono i pensieri che tutti noi dovremmo avere, ma ovviamente non è possibile averli ogni volta che in qualche posto accade una calamità naturale; e così forse è naturale averli quando si è più fisicamente vicini ai luoghi colpiti più duramente. Comunque ricordo che tu, di recente, hai provato un'alluvione ed un terremoto, così direi che la tua sensibilità (intesa nel senso più ampio, non una banale sensibilità alle disgrazie), che è già notevole di suo, risulta ancor più rafforzata e vigile. Peraltro, è vero che la natura ci ricorda, ogni tanto, quanto siamo insignificanti ancorchè pieni di superbia; però è altrettanto vero che in questo caso non ce lo avrebbe ricordato con tanta durezza se avessimo adottato i criteri costruttivi che hanno in Giappone (per dirne una, proprio dalle tue parti c'è una ditta leader nel settore degli isolatori sismici), senza aspettare l'evento catastrofico. E invece la mappatura delle aree sismiche e delle relative norme antisismiche, in Italia, ha sempre inseguito, con inerzia ed arrancando, il sussegursi storico degli eventi più gravi; in barba alle conoscenze scientifiche che, pur essendo ancora poco definite, avrebbero consigliato, se non altro per cautela, di includere anche la bassa padana. Un abbraccio.

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  4. Ilara

    E' strano tutto, in queste circostanze. Forse influisce il fatto di sentire fin qui le scosse (a parte quella di ieri,e mi sembra strano pure il non averla sentita).
    Forse il sentire il mio stesso pavimnto vibrare o i miei mobili scricchiolare, mi rende particolarmente sensibile a ciò che vivono le persone che si son viste crollare il mondo intorno.
    E' difficile non immedesimarsi, non sentirsi coinvolti fin nei dettagli nella sorte di chi il destino ha portato a vivere appena qualche chilometro più in là.
    Potrebbe succedere qui,come lì.
    Per questo, credo, sono così arrabbiata con certe incomprensibili posizioni ufficiali.
    Li trovo finti, vergognosi, insopportabili...

    Cle
    Niente sensi di colpa, direi più una sgradevole sensazione di impotenza.
    Non so se l'ipersensibilità sia parte dell'istinto di sopravvivenza, forse è così.
    Certo c'è immedesimazione, empatia, un sentire che l'essere o meno fra gli sfollati di questi giorni è solo questione di vivere qui invece che lì.
    Non so nemmeno se il "riprendere la strada della normalità" sia una decisione o una inevitabile conseguenza del fatto che appunto si vive altrove che lì.
    So per certo una cosa: non sento alcuna necessità di forzare una finta normalità: lascio che affiorino anche le fragilità emotive, le inevitabili paure, il senso di impotenza.
    Sento che solo seguendo la necessità di comprendere e far mio il dolore altrui, ho qualche possibilità di restare ancorata alla realtà.
    Realtà che è realtà del vivere degli umani sulla Terra, e che per questo mi riguarda.
    Fin qui, la verifica sulla realtà umana mi dice che esistono umani di serie A e umani di serie B.
    Non interscambiabili.
    Perfino nel perdere tutto, l'umano A non perde mai niente.
    Nemmeno la faccia che invece perde...
    Solo che se ne frega e finge di niente, come se fosse niente ogni cosa...

    Acrostico
    Le tue osservazioni sulla "gestione" dei terremoti, sull'adottare almeno il principio di cautela tenendo conto dei rischio ipotizzati già in fase di raccolta dati, sono le stesse mie.
    Credo quelle di chiunque non sia l'esperto di turno in materia.
    Dopo ne abbiamo a perdere, sanno tutto e l'hanno sempre saputo.
    Come su ogni cosa, è sul dopo che se la giocano.
    Prima c'è la palanca da difendere, cioè gli interessi e l'ignoranza colpevole che nega ogni evidenza pur di realizzare tutto e subito.
    Leggevo che proprio a Ferrara, nel 2003, si era tenuto un convegno di esperti i quali hanno prodotto fior di documnti sul rischio terremoto in Emilia.
    Imboscati in fondo a qualche cassetto fino all'altro ieri.

    Non fermi un terremoto, questo è chiaro.
    Ma la prevenzione la devi fare.

    Ora viene fuori che (l'ho letto in questi giorni)le zone lagunari del veneziano sono sicure per via degli spessi strati di sabbia e fango.
    Per dire.
    Come se non fosse sabbia liquefatta quella che è uscita dalle crepe nella terra in Emilia e sotto le case crollate.
    Almeno stessero zitti.
    Grazie dell'abbraccio...

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