giovedì 7 giugno 2012

Adriano Olivetti

Sorprendente come il leggere oggi la biografia di Adriano Olivetti (quella di Valerio Ochetto) si riveli essere il metodo migliore per capire l'Italia contemporanea.
Non solo emerge con nitida chiarezza, per contrasto, il degrado morale e etico dell'attuale classe imprenditoriale, che risulta accecata più dall'appetito per la finanza speculativa e ossequiosa del potere politico al punto da determinarne poi le scelte, che dalla passione per il proprio lavoro creativo.

Si comprendono meglio anche quali siano stati i punti di svolta nella storia repubblicana che hanno condotto all'attuale sfacciata commistione di interessi fra destre e sinistre, fra laici e cattolici, fra gli intellettuali e il potere editoriale-economico.
Una vita esemplare, una quasi messianica visione del mondo, quella che muoveva l'Olivetti uomo e l'imprenditore.

Fa quasi male leggere, nel momento in cui viene smantellato un welfare che in Italia non si è mai realizzato fino in fondo, quanto avesse lui precorso i tempi, adottando in fabbrica un rispetto per i lavoratori che nemmeno lo  Statuto dei Lavoratori approvato nel '70, dieci anni dopo la sua morte, raggiungerà mai.
Aveva capito che la produttività di un'azienda è così strettamente connessa al benessere fisico e psicologico di chi vi lavora, da stimolare e organizzare lui stesso un accesso semplice ai servizi sanitari e a promuovere la salute come base indispensabile prima di ogni produttività, al sapere e alla lettura come strumenti necessari per aumentare la capacità di interagire fra loro delle persone, creando all'interno della fabbrica luoghi di cura e svago, fra cui una biblioteca circolante di libero accesso a tutti i dipendenti. 

E non si trattava di una biblioteca di fabbrica, con pochi selezionati libri di facile lettura, ma testi importanti di filosofia, di economia, di scienza, oltre a classici allora introvabili della letteratura internazionale.
Pare che, saputo che qualcuno rubava i libri abbia commentato, di fronte al responsabile della gestione che preoccupato gli segnalava i furti, che questo era in realtà un buon segno, la misura del successo dell'idea, la prova del fatto che la cultura aumenta in modo esponenziale solo se tutti hanno a questa un facile accesso.
Ha capito lui, più e prima di ogni governo, che la salute di chi lavora è un patrimonio che va difeso, un bene sul quale investire perché solo la sicurezza del proprio benessere psico-fisico porta chi lavora a produrre con quello stimolo di cui è portatore chi crede nel miglioramento delle proprie condizioni di vita.
Che diventa benessere, alla fine, di tutta la collettività.
Una storia, quella di Adriano Olivetti, che fa bene leggere proprio oggi.

Perché mentre leggi non puoi fare a meno di pensare al triste epilogo della Fiat, nata a pochi chilometri di distanza dalla sua Ivrea dove si sviluppava la sua fabbrica delle macchine da scrivere.
Una Fiat che già allora criticava le scelte gestionali di Olivetti e applicava a Torino metodi opposti, di stretto controllo coercitivo nei confronti dei propri lavoratori.

Oggi la Fiat di Marchionne arriva a imbrogliare carte e uomini al solo scopo di tradirne l'umanità fin dentro l'anima, senza per questo ricavarne che guadagni finanziari, nemmeno più prodotti da vendere.

Viene da chiedersi perché mai sia così difficile, per chi produce ricchezza con il lavoro altrui, amare quegli stessi uomini e donne che lavorando creano il mondo ogni giorno.
Viene da chiedersi cosa mai abbiano in testa, quei politici odierni che vivono con così tanto disagio con l'art. 1 della nostra Costituzione da volerlo cambiare, come fosse un ingombrante retaggio della storia iniziando con il cambiarne altri, di articoli della Costituzione, così che sia meno evidente il disagio e l'intento.


Il lavoro dell'uomo ha costruito ogni singola minima cosa che oggi riconosciamo come misura di civiltà.
Dalla natura e dalla terra il lavoro dell'uomo ha da sempre estratto il proprio pane e il proprio benessere sociale, fisico, mentale.
Eppure, da sempre, il lavoro pare l'attività umana meno pregiata, quasi che la scala dei valori dovesse costruirsi all'incontrario, a scendere più che a salire.

Oggi pare che il lavoro e chi lavora debbano essere sconfitti, come fosse in atto una guerra fra umani Alfa e umani Beta, questi ultimi considerati un irritante peso economico pur essendo i materiali produttori della ricchezza in ogni paese.
C'è da chiedersi se non sia proprio questo il punto: il lavoro (e chi lavora) sono il nemico, forse proprio perché è il lavoro a costruire il mondo.
Se si vuole distruggere il mondo, è necessario prima distruggere chi lo costruisce.
Poi può emergere Metropolis, dove vive fisicamente al buio la forza produttrice così che brilli solo la forza opaca del denaro.

Virtuale, che nemmeno quello è più un oggetto materiale, fisico, ormai.

Adriano Olivetti era già allora un "nemico" degli industriali italiani, e faticò non poco ad accettare di dover quotare l'Olivetti in Borsa.
La sua idea, la sua più illuminata utopia, era di riuscire un giorno a far gestire le sue fabbriche direttamente dai comitati dei lavoratori, che avevano con lui già acquisito il diritto alla condivisione degli utili aziendali.
Erano , e sono rimasti per molto tempo, i lavoratori meglio pagati, meglio assistiti, più rispettati.
E i più creativi e produttivi.

Poi, nel '60, Adriano Olivetti è morto, e oggi l'Olivetti è ormai svenduta e dismessa.
Come fosse stato un sogno così potente, il suo, da essere riuscito a sopravvivere per ben 60 anni dopo la sua morte.
Senza che nessuno imprenditore o politico sia mai riuscito a liberarsi completamente dalla sua ingombrante visione.
Non lo amava l'imprenditoria italiana, che l'ha fin da subito mal sopportato e solo in apparenza onorato, non potendo non riconoscergli gli evidenti successi che gli erano riconosciuti all'estero.

Non lo amava la politica, di qualunque colore, né il sindacato, che l'ha osteggiato e, pur esprimendogli apprezzamenti a parole, demonizzava quei suoi comitati di fabbrica che tenevano politica e sindacati ai margini, essendo i lavoratori Olivetti fra i più politicizzati e culturalmente avanti rispetto a qualunque altro lavoratore sindacalizzato del periodo.

Forse, in realtà, lo apprezzavano e lo detestavano senza mai capirlo davvero.

O forse, invece, capendolo fin troppo bene, temevano tutti per la propria possibile futura sorte.

Quella che oggi si dispiega davanti a noi in tutta la sua tragica realtà.

2 commenti:

  1. Sì: "loro" il mondo lo vogliono distruggere. E' ora che lo si capisca. Bellissimo post, necessario.

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  2. Viene da chiedersi perché mai sia così difficile, per chi produce ricchezza con il lavoro altrui, amare quegli stessi uomini e donne che lavorando creano il mondo ogni giorno...

    Questa frase vale più di mille riflessioni e ci restituisce la consapevolezza che siamo andati oltre il limite massimo della sopportazione. Mi viene da pensare che non c'è salvezza. Spero di sbagliarmi.

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